giovedì 10 dicembre 2009

PGR. Ultime notizie di cronaca

DA: "IL FONDO MAGAZINE"



Più che un gruppo un esperimento. Più che un progetto da realizzare, un’ipotesi ancora vaga da scandagliare per saperne di più. Per vedere se ha la forza di crescere. Per liberarne le potenzialità, se davvero ci sono. Per liberarsi delle sue false promesse, che ci sono sempre.


Era stato così con i CCCP, negli anni Ottanta. Con i CSI negli anni Novanta. Ed è stato così con i PGR, dal 2001 a oggi. Ci si incontra per caso o per destino, nel bel mezzo di vagabondaggi individuali. Ci si affianca, poiché la direzione di marcia è all’incirca la stessa e il piacere della compagnia tende a far dimenticare il bisogno di indipendenza e l’orgoglio della solitudine. Ci si stringe intorno alla tavola di una locanda o intorno al fuoco di un bivacco: uno comincia a intonare un canto che conosce, o che gli sta venendo in mente proprio adesso, e gli altri ci mettono del loro. Le sere sono più lunghe, quando si è in viaggio. Si fa amicizia con più facilità, quando si è lontani da casa. Giusto rallegrarsi. Meglio non farsi illusioni. Al di là di ciò che può sembrare, ora che si siede vicini e si dividono volentieri il vino e i pensieri, il fumo e le emozioni, ognuno resta il viandante che era. Quello che si è messo in cammino da solo. Quello che ha le proprie rotte incise nel cuore e tornerà a seguirle per conto suo, o prima o dopo.

CCCP, CSI e PGR sono vissuti di questo. Convergenze più o meno prolungate ma pur sempre temporanee: aggregazioni robuste per un verso e precarie per l’altro.

Andirivieni di comprimari intorno a un “centro di gravità permanente” che per quasi vent’anni, fino allo scioglimento dei CSI, è coinciso con Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, e che dopo la rottura del loro sodalizio si è ridotto a quest’ultimo. Un processo di continue composizioni e scomposizioni in cui la leadership restava implicita finché tutto andava bene, salvo manifestarsi in modo perentorio, e talvolta brutale, quando affioravano i contrasti. Eppure, ogni volta, la rottura di un equilibrio diventava il prologo di un riassetto. Di un nuovo inizio. Il terremoto aveva lasciato più macerie che vittime. Le macerie non deprimevano nessuno: qualcosa si recupera sempre, se sei disposto a scavare; qualcosa si impara comunque, se sei disposto ad apprendere.

Oggi, invece, lo scioglimento dei PGR sembra essere l’epilogo definitivo. Non solo del gruppo in quanto tale, ma di tutta la rete di relazioni artistiche che si era sviluppata in precedenza e che, dopo una lunga fase di espansione, si era drasticamente spezzata nel 2004 con l’abbandono di Ginevra Di Marco e di Francesco Magnelli. Accanto a Ferretti erano rimasti solo Giorgio Canali e Gianni Maroccolo. E l’assottigliarsi della formazione, purtroppo, aveva enfatizzato la centralità del primo a scapito dei secondi. Ancora più che in passato, la voce e i testi di Ferretti erano diventati l’asse portante, tramutando la propria forza in un limite alla creatività altrui. Per quanto le parole fossero ricche di significato e di invenzione, e per quanto l’interpretazione riuscisse a valorizzarle, esse finivano col togliere spazio alla musica in quanto tale, confinandola a un ruolo di supporto. Canali e Maroccolo facevano del loro meglio -- e qua e là riuscivano nel miracolo di innalzare l’accompagnamento a creazione autonoma -- ma per lo più l’amalgama tra le due componenti rimaneva incompleto. Avrebbero dovuto essere canzoni, sia pure nell’accezione meno ovvia e orecchiabile del termine: erano recitativi di grande suggestione e, spesso, di indubbia profondità, ma che quasi mai davano l’idea di una fusione totale, e originaria, con la musica sulla quale si stagliavano.

«Ho sempre cercato -- sottolinea Canali nell’intervista rilasciata al Mucchio in occasione dell’uscita del nuovo album, Ultime notizie di cronaca -- di fare delle sonorizzazioni per la vocalità, il testo, le parole di Giovanni, e credo che un suono possa far arrivare un concetto meglio di un altro».

“Delle sonorizzazioni”. “Un suono”. Non sembrano affatto termini scelti a caso, giusto per non ripetere troppe volte la parola “musica”. E non sembra per nulla casuale, analogamente, che la soddisfazione per il risultato finale si sposi alla mancanza di rimpianti per il concludersi dell’avventura. Mettersi totalmente al servizio di qualcun altro è stressante: e persino innaturale, se si possiede a propria volta una visione artistica ben precisa. Nonostante la stima che si può portare a un artista carismatico, alla lunga si avverte la necessità di influire maggiormente sul progetto nel suo insieme; si coltiva l’aspirazione a definire i contenuti, piuttosto che ad abbellire i contorni.

Simmetricamente, ora che i PGR sono ufficialmente sciolti, resta tutta da verificare la possibilità stessa che Giovanni Lindo Ferretti continui a incidere dischi. Come ha dimostrato in Reduce (Mondadori 2006, pag. 120, euro 13), le sue capacità di scrittura gli consentono di esprimersi anche al di fuori di un contesto musicale. Anzi: nella fissità della stampa certe osservazioni acquistano ulteriore risalto. E quello che perdono in emotività, nel caso in cui il lettore non sia capace di farle risuonare da solo dentro di sé, lo guadagnano sul piano concettuale. Non solo squarci di visione poetica ma vere e proprie affermazioni sul mondo. Sul posto dell’Uomo, nel mondo. Esaurito il ribellismo generico della gioventù, ecco il rifiuto consapevole della modernità progressista. E addirittura, con grande sconcerto dei sostenitori di un tempo, l’adesione al cattolicesimo di matrice preconciliare, con tutto quello che ne consegue di ammirevole o di insopportabile per chi se lo trovi di fronte, magari senza aspettarselo.

Ma lui, almeno per il momento, continua a restare innanzitutto un artista. Ciò che in altri sarebbe banale e fastidiosa ripetizione di affermazioni di principio, con un’allarmante tendenza a irrigidirsi nel dogma, nelle sue pagine e nei suoi versi continua a bruciare di curiosità per il mistero dell’esistenza, nelle sue più piccole come nelle sue più grandi manifestazioni. Non è un teologo, da giudicare in base alle risposte. È un uomo che cerca da così tanto tempo che le sue domande vibrano ancora di dubbio e di paura, persino quando restano implicite. Persino a sua insaputa.

Di Federico Zamboni

mercoledì 9 dicembre 2009

Ma noi "irregolari" rivendichiamo il "nostro" Jack Kerouac



Giù le mani da Jack Kerouac, il Secolo non può occuparsene. Così parlò, ieri, la Repubblica per voce di una esterrefatta Alessandra Longo. Quell’incontro sul grande scrittore americano – venerdì 23 alle ore 21 nella sede romana di Casapound – non s’ha da fare. Chi scrive, peraltro, a parere della notista sarebbe da ritenersi indegno di parteciparvi in quanto (sic!) estimatore di quel nazi di Knut Hamsun (e gli altri scrittori presenti sul mio blog?). Me ne farò una ragione, per quanto mi risulti sconcertante l’associazione. Vabbé. Il reato, neanche a dirlo, è sempre lo stesso: «Sconfinamento» culturale. Kerouac sarebbe roba loro. Suo malgrado, perché se c’è uno scrittore che – per citare le parole dell’amico William Burroughs – «è sempre stato violentemente contrario a qualsiasi genere di ideologia di sinistra» è proprio Kerouac. Che di farne l’icona s’era già bello che stufato quand’era in vita.

E oggi, a quarant’anni dal suo ultimo viaggio, quello senza ritorno, pur senza il lasciapassare della Longo, ce ne occupiamo proprio noi. Senza prestarci al gioco tutto giornalistico delle figurine (questa è mia e questa è tua) e senza voler aggiungere una riga alle tante agiografie di comodo, di cui il mito di Kerouac può fare tranquillamente a meno, alimentato com’è dalla morte prematura – aveva solo quarantasette anni – e dalla potenza suggestiva di On the road, il longsellers che nell’immaginario collettivo rappresenta ancora oggi più uno stile di vita e una visione del mondo che un semplice romanzo. Una metafora del desiderio di libertà prima che un’opera letteraria dalla pur potente forza evocativa. Sono pochi, del resto, a non averne in casa una qualsiasi edizione, più o meno sgualcita. Per chi l’ha letto, è ormai parte integrante dell’album dei ricordi, a fare da sottofondo a chissà quale episodio della propria vita. Ma anche chi non l’ha mai letto e mai lo leggerà, sa di cosa parliamo.

Scritto di getto nel ’51 in una manciata di giorni su un rotolo di carta per telex e con un linguaggio parlato agile e nervoso – spontaneo, come lo definiva l’autore – venne pubblicato nel ’57 e arrivò nel nostro paese giusto cinquant’anni fa, vero e proprio apripista del movimento beat - Ginsberg, Ferlinghetti, Corso & Co. - e di quel fiume di novità letterarie e musicali che seguirono d’oltreoceano. Il successo fu immediato quanto contagioso. Il desiderio di fuoriuscire dagli schemi piccolo-borghesi, il valore dell’amicizia, la ricerca dell’autenticità e il senso profondo di una comune appartenenza che vivono tra le pieghe del libro non potevano non scaldare i cuori dei ragazzi di quegli anni in cui – per dirla con Alain de Benoist – «si ascoltavano tanto Bob Dylan e Leonard Cohen quanto le canzoni dei parà». Prima che le ideologie, nel tentativo di guidare quell’ansia di cambiamento, finissero con il travolgerla e trasformarla in qualcosa di radicalmente diverso. Prima che lo stesso movimento beat venisse dirottato e strumentalizzato, suscitando la reazione infastidita dello stesso Kerouac. Tanto da costringerlo a prendere le distanze dai compagni di strada e dai suoi esuberanti discepoli quando le loro posizioni divennero eccessivamente politicizzate a senso unico. «Ferlinghetti e un sacco di altra gente prima mi sono saltati sulle spalle – si era sfogato – e poi sono caduti in una trappola comunista».

È singolare – hanno scritto Barry Gifford e Lawrence Lee nella bellissima biografia “narrata” Jack’s Book (Fandango libri, pp. 347 € 18) – che Kerouac fosse «celebrato come l’incarnazione di un movimento che lui non aveva né il desiderio né la capacità di promuovere». Lui che, pur se di origini modeste, era il più aristocratico degli scrittori beat. Lui che tutto avrebbe voluto farsi meno che uomo-manifesto, quasi insofferente nel dover recitare un ruolo che non era il suo. «Sono così impegnato a intervistare me stesso nei miei romanzi, che non vedo perché ho dovuto soffrire ogni anno degli ultimi dieci anni a ripetere a chiunque mi ha intervistato quello che ho già spiegato nei libri stessi». Quel che c’era da raccontare, l’aveva fatto nei suoi libri. Per il resto, riteneva di non avere molto da aggiungere. Punto. Poco a che vedere con quegli scrittori, di talento infinitamente minore, che si amministrano e si autopromuovono con furbizia, presenziando qua e là, badando più a infiocchettare la confezione che a scrivere con sincerità.

Ed è un dato di fatto che le sue opere, in Italia, furono accolte con attenzione a destra e diffidenza a sinistra. Ai primi piacque per le suggestioni jüngeriane ed evoliane che offriva, tanto da farne un riferimento esistenziale e letterario per la loro rivolta contro il sistema. Non è certo un caso che uno degli “inni” della giovane destra primi anni Ottanta fu proprio una canzone della Compagnia dell’Anello dal titolo Sulla strada. Mario Bortoluzzi, storica voce della band (nella foto a sinistra), ci ha raccontato come si innamorò subito di Jack Kerouac: «Anche i miei amici più cari, come me “reduci” del FdG padovano, amavano Kerouac, soprattutto sul piano della ricerca spirituale e comunque della ribellione verso i non-valori della società materialista. Come Compagnia decidemmo di scrivere una canzone che potesse essere un invito a tutti i nostri coetanei a prendere uno zaino, un paio di buoni scarponi e a partire sulle strade del Vecchio Continente. Sì. Il viaggio come metafora della vita e ricerca interiore. Forti richiami a Kerouac sono presenti anche in una canzone successiva come Giornate di settembre dove la fonte ispiratrice delle esperienze alpinistiche da noi realmente vissute, è proprio la discesa di Ray, Yaphy e Morley dopo aver scalato il Matterhorn. I precursori della beat generation, Kerouac innanzitutto, hanno tracciato il sentiero verso l’uscita dal tunnel dell’autodistruzione della società utilitaristica e capitalista indicando alcune priorità, ancora oggi utili al nostro Viaggio».

Basta rileggersi anche Fascisti immaginari – l’antologia di Luciano Lanna e Filippo Rossi che pure la Longo dovrebbe aver letto – per trovarvi, al riguardo, altre preziose testimonianze. Da quella del professor Luigi de Anna che ha raccontato come, all’epoca della sua militanza pre-sessantottina nella Giovane Europa di Firenze, «divorassero Kerouac», agli incontri a Roma, nella primavera del ’68, che la Giovane Italia organizzava sulla beat generation e con Adalberto Baldoni. Approcci a volte anche diversi (e opposti): se, da destra, un giovane Fausto Gianfranceschi difendeva i personaggi di Kerouac – «rispondono a una precisa logica che li conduce da una reazione di carattere sociale alla ricerca delle vie dello spirito» – da sinistra l’accusa era quasi sempre la stessa che veniva rivolta a Charles Bukowski, altro grande irregolare ante-beat. I loro personaggi rifiutavano l’inquadramento e l'irreggimentazione ideologica. Non avevano certezze dogmatiche ma, imperdonabili renitenti, coltivavano il dubbio. Stroncature senza appello, pertanto. Sull'italiano Agenda Rossa, per citare un esempio nostrano, liquidarono Kerouac come «pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunque».

Un clima testimoniato autorevolmente dalle parole della compianta Fernanda Pivano: «In quegli anni era molto chiara l’ostilità della sinistra italiana verso autori come Kerouac. Io sono stata anche licenziata come consulente della Mondadori perché facevo pubblicare quegli autori beat sgraditi all’élite intellettuale di sinistra». Del resto non potevano piacergli quei personaggi che la Pivano descrive così nella prefazione alla prima edizione italiana di On the road: «Costretti a vivere in una società anonima nella quale non riescono a credere, la sfuggono creandosi una società autonoma e vivono in piccole bande più o meno segrete secondo un codice primordiale basato sull’inviolabilità dell’amicizia». No, proprio non potevano piacere quei ragazzi che per maestri si erano scelti Céline, Fante e Pound, autore sempre caro alla beat generation. «Pound era un buon diavolo, anzi, il mio poeta preferito», fa dire Kerouac a Japhy, uno dei protagonisti dei Vagabondi del Dharma. E durante la campagna presidenziale del 1952 che vide la vittoria di Eisenhower, i beatnik arrivarono addirittura a scrivere «Ez for Pres» - ossia «Ezra Pound come presidente» - sulla cinta esterna del St. Elizabeth’s Hospital, il manicomio dove il grande poeta era recluso da sette anni per collaborazionismo. E lo stesso Kerouac aveva, da autentico libertario qual era, un rifiuto spontaneo per l'ideologia di sinistra. Lo confermerà anche Peter Orlovsky: «Entrammo in politica e Allen Ginsberg e io stavamo con la sinistra e lui con la destra». Fece suo il motto “Right or wrong, it’s my country”. Giusto o sbagliato, è il mio paese. Sino a difendere paradossalmente lo stesso intervento in Vietnam. Posizione che Kerouac confermerà anche nel ’66 a Roma in occasione della presentazione del suo romanzo Big Sur. Perché lui amava l’America anche se la chiamava “fellaheen”, prendendo a prestito la parola che uno storico tedesco da lui particolarmente amato, Spengler, aveva usato per definire il sottoproletariato del mondo. E malgrado fosse di origini franco-canadesi, a differenza degli altri esponenti della beat generation, si mostrerà riluttante a lasciare gli States per l’Europa e rifuggirà con ostinazione da una vita fatta di vagabondaggi e ristrettezze. La sua era la speranza in un’America nuova, libera dalla morsa del conformismo. E il suo viaggio assume il valore di una ricerca cavalleresca che sembra richiamarsi allo spirito dei primi pionieri americani che si spingevano coraggiosamente verso est, al mito della frontiera che sarà consacrato da una pellicola cult come Easy Rider.

Fino a quel 21 ottobre del 1969, quando se ne andò nel più banale dei modi, consumandosi davanti alla tv, imbottito di successo e di birra. Perché di viaggiare si era stancato. Non come l’amico Neal Cassady, che gli aveva ispirato il personaggio di Dean Moriarty, co-protagonista di On the road. Autentico vagabondo, Neal era già morto l’anno precedente. Da outsider. Il suo corpo ritrovato vicino ai binari di una ferrovia. Jeans e maglietta, alcool e barbiturici. Fine dei giochi. Fine delle illusioni. A distanza di tanti anni, a resistere all’oblio del tempo è soprattutto il mito di Sal Paradiso (alter ego di Kerouac in On the road) che, c’è da giurarsi, sarà alimentato ulteriormente dalla prossima uscita nelle sale del film tratto proprio dal libro e prodotto da Francis Ford Coppola, da anni titolare dei diritti, al quale, stando alle indiscrezioni, starebbe lavorando Walter Salles, già regista di Central do Brasil e I diari della motocicletta ispirato, guarda caso, al viaggio di un altro grande irregolare: Che Guevara.

Di Roberto Alfatti Appetiti
Da: http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2009/10/ma-noi-irregolari-rivendichiamo-il.html

martedì 8 dicembre 2009

Demetrio Stratos. La musica come la vita

DA: "IL FONDO MAGAZINE"



Aveva ragione. Mille volte ragione, e a prescindere dai risultati. Come gli esploratori di un tempo che si spingevano in luoghi sconosciuti senza alcuna altra certezza che quella: non ci è mai andato nessuno. Vero. L’esito del viaggio è imprevedibile. Vero. Potrebbe rivelarsi un buco nell’acqua, uno di quei casi in cui il rapporto tra le energie impiegate e i risultati raggiunti è sproporzionato. È persino fallimentare. Non importa. Andremo lo stesso, che gli altri siano d’accordo oppure no. Non è una crociera in cerca di clienti. Non è un’impresa commerciale in cerca di soci, con cui dividere gli eventuali profitti. È l’ennesimo tentativo, l’ennesimo azzardo, di uomini che guardano la linea dell’orizzonte e si chiedono cosa c’è, cosa ci potrebbe essere, al di là di quello che riescono a vedere da qui.Demetrio Stratos è morto il 13 giugno 1979, ad appena 34 anni.Morto a New York, in un letto del Memorial Hospital in cui si era ricoverato per sottoporsi alle cure più avanzate e costose, nella speranza che esistesse una terapia capace di fermare l’aplasia midollare, il male che lo aveva aggredito all’improvviso e portato, così rapidamente, così assurdamente, in prossimità del punto di non ritorno. Avesse saputo di non avere scampo, di sicuro avrebbe preferito morire altrove. Non sulla riva opposta dell’Oceano Atlantico. Non nella metropoli simbolo degli Stati Uniti d’America. In un posto qualsiasi del suo e del nostro Mediterraneo, invece. Una piccola casa sulla costa. Una grande finestra affacciata sul mare. Giugno: il mese lo hai scelto bene, Destino. Adesso fa’ il favore: scegli bene anche il giorno dell’addio. Un giorno limpido di cielo azzurro e di sole, di quelli che vedi lontano a perdita d’occhio. Di quelli che chiudi gli occhi e senti il profumo dell’estate che si annuncia. Che ti avvolge (ti abbraccia) come se potesse essere per sempre.
http://www.youtube.com/watch?v=oaCm4H5zQu4(Demetrio Stratos, Documentario)
Demetrio Stratos era nato ad Alessandria d’Egitto il 22 aprile 1945. Famiglia greca. Nome autentico Efstratios Demetriou. I primi dodici anni di vita li trascorre sprofondato nell’andirivieni di viaggiatori di etnia e di cultura diversa, a prefigurare un futuro nel segno della massima libertà di spostamento, in senso fisico e soprattutto interiore. Ad alimentare una curiosità istintiva, un’apertura totale, una sensazione di appartenenza che va al di là delle singole nazioni e dei singoli popoli, per espandersi all’umanità nel suo insieme.
In Italia arriva nel 1962. Milano, facoltà di architettura del Politecnico. La passione per la musica, che aveva studiato fin da piccolo, che via via diventa più di un hobby ma non ancora un lavoro. Lui suona le tastiere e per il momento non canta. Fa quello che capita: molte serate nei locali col suo complessino “da ballo” e qualche turno da session man in sala di registrazione. Apprendistato necessario, non sempre entusiasmante ma utile. Un giorno la voce solista del gruppo ha un incidente e dà forfait. Demetrio lo sostituisce. Scopre (inizia a scoprire) le proprie possibilità.Nel 1967 diventa il cantante de I Ribelli. Un hit come Pugni chiusi e poco altro. Uno dei tanti gruppi che si muovevano d’istinto, con l’istinto e la spregiudicatezza dei giovani, cercando di tracciare la via italiana al beat. E, quindi, al rinnovamento definitivo della nostra scena musicale. Ma il meglio arriva dopo. Arriva con gli anni Settanta che disconoscono qualsiasi limite prefissato alla libertà d’espressione. Il rock che rimescola tutti i generi e rifiuta qualsiasi pregiudizio. Non solo le imposizioni che calano dall’alto. Anche, o soprattutto, l’ottusità che emana dal basso, inducendo la maggior parte del pubblico a rinchiudersi da sé nella gabbia dell’ovvio. Del kitsch.
(I Ribelli, Pugni chiusi, 1967)
É l’uovo di Colombo. Le porte (della percezione) non si aprono verso l’interno ma verso l’esterno. La visuale completa si rivela a poco a poco. La prima impressione è quasi sempre errata: e questo, semplicemente, fatalmente, colpevolmente, perché in effetti non si tratta dell’impronta di quello che sta fuori di noi ma di una proiezione di quel che abbiamo dentro. Incrostazioni che crediamo profondità, solo perché sono così spesse da impedirci di accedere a ciò che è davvero profondo. Materiali di risulta accumulati in decenni di cattive abitudini e di ostinata pigrizia, che scambiamo per la nostra identità solo perché ci siamo assuefatti ad averli intorno, come i cumuli di immondizia per le strade di città sventurate e corrotte.
Nel 1970 Stratos lascia I Ribelli. Due anni dopo forma gli Area. Musica ambiziosa, come tutto ciò che non è disposto a ricalcare le orme altrui, e di difficile definizione, come tutto quello che sfugge agli stereotipi. Eppure, quanto meno nelle intenzioni, lontanissima da qualsiasi forma di elitarismo: non c’è bisogno di essere speciali; basta smetterla di essere banali. Non c’è bisogno di essere (restare) una minoranza compiaciuta della propria inarrivabile finezza. Basta non seguire il gregge: e dopo aver scoperto tutt’altri pascoli -- e tutt’altri pastori -- tornare indietro e condividere le belle novità. Venite anche voi. Ce n’è davvero per tutti. Più di quanto immaginiate. Più di quanto abbiate mai immaginato. Di quanto vi abbiano permesso di immaginare.
(Area, Luglio, Agosto, Settembre (Nero) / La mela di odessa, 1976)
L’idea, sacrosanta e insidiosa, è che i più vivano, e scelgano, al di sotto delle loro potenzialità. Le credono convinzioni e sono soltanto convenzioni. Il recinto li rassicura. Il recinto li imprigiona. Stratos comincia a svellere i paletti con gli Area. Poi incide i suoi dischi da solista, ed è come se passasse da una vanga, benché acuminata, all’esplosivo. «Partiamo da questo concetto -- dice rivolgendosi al pubblico in apertura di un pezzo intitolato Diplofonia, Triplofonia, Investigazioni -- della voce sappiamo pochissimo, quasi niente».
Il suggerimento, implicito, è che ci sia da ripensare non solo l’utilizzo della voce all’interno della musica, ma il fatto stesso che la voce sia al servizio della musica. La musica come la intendiamo e la frequentiamo di solito. Avviluppata nella sua rete, meravigliosa e tuttavia ingannevole, di regole armoniche e seduzioni melodiche. Demetrio Stratos aveva capito. Aveva allungato le dita e cominciato a strapparne le maglie. E chissà che squarcio smisurato avrebbe prodotto, se avesse avuto il tempo di continuare.

Di Federico Zamboni

lunedì 7 dicembre 2009

CASAGGì CINEFORUM: L'INCUBO DI DARWIN


Ogni lunedì sera ore 21.30 a Casaggì (Via Maruffi, 3)

Fugazi - Il post-hardcore di Washington

DA: "ONDA ROCK"

I Fugazi sono un gruppo post-hardcore formatosi nel 1987 a Washington (DC) tanto sconosciuto al grande pubblico (i suoi album più venduti vanno nell'ordine di poche centinaia di migliaia di copie nel mondo) quanto talora eccessivamente valutato da parte della critica. La loro musica è risultante dalla somma dell'hardcore da strada dei Minor Threat, del jazz-core dei Minutemen e dello slo-core degli Slint, andando oltre all'addizione delle proprie parti grazie a una straordinaria capacità esecutiva, compositiva e riflessiva. I Fugazi sono il gruppo del cantante, chitarrista e proprietario della label Dischord, Ian Mackaye (Washington, 1962), che dopo aver formato e sciolto Minor Threat (1980-83), Embrace (1985-86) ed Egg Hunt (1986) approda così alla sua via definitiva al post-hardcore. Post-hardcore che non nasce certo nel 1987 (bisogna risalire a cinque anni prima e a gruppi come Minutemen, Fear e Mission Of Burma), via che non è certo l'unica (si affianca a jazz-core, noise-core, crossover, metal-core, pop-core, songwriter-core, industrial-core ecc.), ma opera che risulta significativa per la storia del rock, in quanto da una parte istituzionalizza l'emo-core (ossia quella via al post-hardcore oggi così di moda che consiste in un'intellettualizzazione, sofisticazione, complicazione e interiorizzazione o soggettivizzazione dell'hardcore all'insegna di una cultura e di un'arte indie-noise che significa infiacchimento di potenza e velocità hardcore col conseguente allungamento del brano-medio hardcore, che passa dalla media di un minuto a quella di tre), dall'altra concepisce questo non solo come un modo per il post-hardcore, ma anche e soprattutto un modo per il post-rock (così si chiama quell'ultima arte rock che consiste non più nel fare canzoni, ma nell'eseguire freddamente e spietatamente spartiti di canzoni, ora dilatandone ora costipandone i ritmi all'insegna di un'apatia e alienazione totali e impotenti, anti-melodiche e cerebrali, vissute e adolescenziali, introverse e tumorali, ma non suicide o ribelli bensì conservatrici e sopportatrici). Dopo aver ispirato, propiziato e sostenuto con la propria produzione e label la formazione di uno dei primi gruppi emo-core della storia, i Rites Of Spring (1986), Mackaye soffocò il progetto e ne fece passare il batterista (Brendan Canty) e il cantante/chitarrista (Guy Picciotto: Washington, 1965) nei Fugazi (al basso Joe Lally).
La musica dei Fugazi non è hardcore, ora perché è troppo celebrale (Minutemen) ora perché è troppo minimalista (Slint). Essa si pone a un livello di trascendenza del reale tramite l'assunzione introspettiva delle sue forme e contenuti in una riflessione abiuratrice, ma inoffensiva (così asociale), che sortisce l'effetto di ridurre all'astratto, primitivo o impersonale, le temperie metropolitane così intimamente sofferte. Esegue questa musica un ensemble cameristico che per tecnica non ha chi lo superi nella storia del rock (v'è ovviamente chi ne raggiunga il livello) e che costituisce, esso ultimo verace rappresentante, la quintessenza del rock, non discostandosi per lo più dai tre strumenti tre e non indulgendo in alcun effetto che non sia, così com'è, riproducibile fuori dallo studio di registrazione. Mackaye con la sua voce teppistica, hardcore, violenta e roca; Picciotto col suo falsetto impube e immateriale, alternandosi, elevano la musica che suonano a vertici formali assoluti, ora contrapponendosi con espressione a una musica inespressiva ora viceversa. I cantanti stanno tra di loro come la sezione ritmica sta alle chitarre: la prima impeccabile e sublimamente imperturbabile, le seconde in perenne fremito: con un effetto complessivo, però, che pare attribuire (ed è lezione, attraverso Albini, dei Naked Raygun: ma più in generale dell'hardcore, anti-riff per eccellenza, tutto) le sparute melodie che si trovano in questa musica più alla prima che alla seconda. Come gli Slint, i Fugazi fanno post-rock perché sono gli ultimi a fare rock: e ultimi perché, dopo che raggiunsero la massima gamma espressiva chitarra, batteria e basso, con Slint e Fugazi tali strumenti denudano la propria invalicabile e oggettiva essenza, ribadire la quale (da qui la morte del rock nel 1991) risulta inautentico e inutile.
I Fugazi operano in questo senso dal 1987 al 1991, quindi non hanno fatto che ritorcere i concetti appresi all'insegna di una vena che è arida costitutivamente (dopo il post-rock non può esserci ancora rock; dopo il nulla non può darsi un tutto) e non per imperizia: dimostrano anche loro così come nessun gruppo rock, in quanto tale, possa artisticamente interessare oltre il primo, secondo, terzo album ad ammettere le dovute variazioni sul tema.

I Jesus Lizard (Chicago, 1987-1999) sono sotto ogni rispetto dei Fugazi dediti al nero anziché all'incolore.
L'influenza dei Jesus Lizard e dei Fugazi sarà enorme su tutto il rock degli anni 90, non solo a livello di singole referenze ma anche di sound generale (in Italia,i Marlene Kuntz, nel loro piccolo, sono debitori loro). Minutemen e Slint, che hanno reso possibili i Fugazi, appaiono però, e per questo, più importanti. Nella sua lunga carriera di produttore e discografico Mackaye di occuperà di: Government Issue ('83), Faith/Void ('85), Dag Nasty ('86), 7 seconds ('87), Rollins Band ('88),The Nation of Ulysses ('91), Soul Side ('90), Lungfish ('94); Guy Picciotto dei Blonde Redhead ('98, '00, '00, '02).
Singolare può apparire notare come i quattro Fugazi costituiscano a rigor di termini una tra le più longeve formazioni della storia del rock: stanno insieme da 17 anni. A quanto mi risulta, solo Queen, U2 e R.E.M hanno mantenuto la medesima, precisa formazione per più tempo: rispettivamente 20, 24 e 22 anni.

Come gran parte del post-hardcore e come tutto il rock d'avanguardia, i Fugazi non fanno, propriamente "canzoni": non solo perché i loro pezzi ignorano la "forma canzone", ma anche perché sconfessano sistematicamente le singole parti di questa (dalla melodia, al canto, all'accompagnamento, alla strofa, al ritornello). Dei Fugazi non vi sono canzoni "belle" e canzoni "brutte", perché non vi sono canzoni. Lungi ciò da essere un alibi per eludere la critica del giudizio (rischio che corre chiunque si ponga al di fuori della "forma canzone" e che porta a ritenere l'"album" come un continuum inopinabile), è da ritenersi invece come uno spostamento di baricentro verso un giudizio che deve interessare non più categorie estetiche o formali, ma matematiche o sostanziali: le categorie che si occupano della quantità di innovazioni tecniche e compositive di ogni singolo brano e non della loro qualità o bellezza. Forma cioè nei Fugazi diviene quella quantità, quel numero che si trascende, quale disumano che interpreta l'umano. La loro non è arte del brutto (trash) ma arte fine a se stessa (in questo mostruosa e da qui la sua apatia) il cui messaggio ultimo è che al di là di tale dimensione altro, di valore, non si dia. Ogni lavoro dei Fugazi è pubblicato dalla Discharge di Mackaye. Fugazi Ep, 1988. Sette brani, 23 minuti. Produttore: John Loder (già produttore di Crass, Jesus and Mary Chain, Rudimentary Peni, Subhumans
Il capolavoro è "Waiting Room" (2:54), un sabba jazz-core conteso tra il ringhio costipante di Mackaye e l'eco smaterializzante in coro di Picciotto. "Bulldog Front" (2:53) è un elegante salmo della dannazione, che la voce di Picciotto (a cui risponde una sezione ritmica splendidamente impietosa) fa candido di giovinezza (eternità).
"Bad Mouth" (2:36) condanna alla raffinatezza anche il mediocre rap-core dei Red Hot Chili Peppers stendendo un tappeto che giunge sino al crossover dei Faith No More (in talune dinamiche anticipandolo). Tra rallentamenti e ripartenze il sound sempre nitido e ineffabilmente concreto. "Burning" (2:39) impone una sorta di ABC Pere Ubu con un Picciotto particolarmente debitore dell'estetico edonismo di David Thomas. Finale in stile Sonic Youth.
"Give Me the Cure" (2:59) vede un Picciotto che ridente piange sopra quello spietato bambino rappresentato dal glaciale (in tutto il suo rilievo) tappeto sonoro. "Suggestion" (4:44) disarticola e anatomizza un'ascendenza hardcore tutta Minor Threath e lancia Mackaye a sublimare nella ripetizione sofferente, rabbiosa, scorata (ma sempre calcolatamente) del titolo. "Glue Man" (4:21) mostra come tutto quello dei Fugazi non sia un rock della ricerca o del soggetto, ma della perfezione formale e dell'oggetto: l'estremo come il flebile, il metal (Soundgarden, Prong) come l'indie (Pixies) vengono collocati su un museo e contemplati, ridotti all'inoffensivo, dominati, pienamente compresi e, dopo questo vaccino razionale, riproposti agli ascoltatori. Opera tra le più innovative del rock, eternamente attuale, questo Ep merita un voto 8/10. Margin Walker, Ep, 1989. Sei brani, 17 minuti. Produttore: John Loder. Il capolavoro è "Margin Walker" (2:30), un hardcore (devastato da inserzioni ritmiche garage e jazz), urlato da Picciotto (normalmente è questo compito di Mackaye) con una potenza che non è cattiveria ma sfera di bellezza infantile. "And the Same" (3:27) è una cantilena tra singulti hardcore e una processione scheletricamente garage-rock. I Fugazi paiono dei veristi di uno status che rappresentano, ma non commentano. "Burning Too" (2:41) è un richiamarsi di voci (già Rage Against The Machine) frammezzato da turbini chitarristici in ciclo. Svariati anni in anticipo sui tempi. "Provisional" (2:17) riporta in auge i Gang Of Four col loro minimalistico e possente garage, diluendolo con stati ostetrici di borotalco, per la voce di Picciotto e la clinica sezione ritmica. "Lockdown" (2:10) è ancora un magistrale (canto di Picciotto) sproloquio che pare non dire niente, perché non si riesce a definire e che invece, proprio per questo, dice tutto. "Promises" (4:03) è una ballata d'avanguardia che con gran classe si inietta di urla hardcore e nenie sempre in bilico tra canto e rap: nella seconda metà di dilata ulteriormente per chiudersi in una progressione hard-garage. Three Songs Ep, 1990. Tre brani, 7 minuti.
"Song #1" (2:54) è strumentalmente quasi un omaggio ai Rolling Stones di "Stray Cat Blues", mentre per la voce è un eccesso hardcore coralmente tra la cantilena e la botta e risposta. "Joe #1" (3:01) è uno strumentale cadenzato con incedere thriller, dove domina il basso in una delle sezioni ritmiche tra le più rivoluzionarie di sempre (dopo, per ovviamente diversi motivi, quelle di Rolling Stones, Who e Motorhead). "Break In" (1:32) è un veloce hardcore ridotto un cencio ora dai vari rallentamenti ora da una voce (in molte voci e forme) che lo umilia ed inchioda al muro. Repeater , Lp, 1990. Undici brani, 35 minuti. I capolavori sono: "Turnover" (4:16), dove i Fugazi sublimano addirittura in una melodia (scoratissima) ogni loro accento, dialetticamente educato (in un'educazione che differenzia questo da ogni altro gruppo): rap, garage, hardcore, progressive-core; "Greed" (1:47), in cui a forza di singhiozzi e cambiamenti di tempo pare che si perda tutti l'orizzonte tranne chi suona; "Styrofoam" (2:34), con innumerevoli vortici di chitarre (Mission Of Burma), il tempo ben saldo sulla batteria, gli assoli di basso a introdurre la dimensione extraterrestre di turno, e parallelamente lo sgolato di Mackaye.
"Repeater" (3:01) passa i Faith No More a mezzo Sonic Youth; nella sua compostezza brano originalissimo e come tutti gli altri impressionantemente arrangiato (fino a dare l'impressione dell'improvvisazione). "Brendan #1" (2:32): chitarre Sonic Youth, sezione ritmica (talora il neo dei Sonic Youth) tribale, accordi Slint. "Merchandise" (2:59) è un'altra danza moderna (e con questo i Fugazi si dicano i Pere Ubu degli anni 90), che gioca con l'hard-rock per sminuzzarlo, ora in una sua rappresentazione oggettivata ora in un candore tutto infantile.
"Blueprint" (3:52) una power-ballad noise debitrice di tutti e di nessuno, vivendo così di luce propria. Sistematico l'incrociarsi degli strumenti, che ora suonano da soli senza fare assoli (qui sta l'arte), ora si sovrappongono (e accennano qualche assolo proprio quando non dovrebbero). La sezione ritmica si sobbarca poi ogni fuga e ogni assurdo riducendoli e soffocandoli (dopo averli sapientemente, come il gatto col topo, stuzzicati). "Sieve-Fisted Find" (3:24) mette da parte ogni cuore che non sia anatomico per poi, con il cuore non-anatomico, piangere di questa situazione; da qui l'atmosfera febbricitante. "Two Beats Off" (3:28) con chitarre che zampano, una batteria che fa il suo inerme corso, un basso metal, un Picciotto che prova il canto armonico e un finale disgustato. "Reprovisional" (2:17) è il prototipo del brano-medio Fugazi avvenire, è il prototipo della danza moderna degli anni 90: tra incensi indie, un ritmo tirato ed essenziale, rigurgiti noise sapientemente calcolati. "Shut the Door" (4:49) paga il suo debito agli Slint: accordi glaciali (con chitarre archeggianti e sezione ritmica goccia a goccia), perché vogliono dire la verità e in piagnisteo per questa verità: Mackaye pare voler prescindere da ciò e scagliarsi alla Rollins urlo su urlo. Un album da 8/10. Steady Diet Of Nothing, Lp, 1991. Undici brani, 36 minuti.
I capolavori sono: "Latin Roots" (3:12) che frantuma ogni tempo (e al tempo sembra voler sfuggire se non volerlo mangiare); "Steady Diet" (3:41) uno strumentale che fa fare metal ai Sonic Youth, ribaltando poi l'uno e l'altro grazie a una sezione ritmica che li supera entrambi; "Polish" (3:38), che spoglia di ogni sua linfa addirittura il rock n' roll (vedi il riff centrale attorniato dal deserto ritmico); "KYEO" (2:58) che è summa (tesissima) del tutto.
"Exit Only" (3:12) è strumentalmente Slint e nel canto (Picciotto) Faith No More (Patton) con tono greve e ritmato. "Reclamation" (3:20) redime i Sonic Youth (noise) con gli Slint (sezione ritmica) o meglio "Tweez" con "Spiderland"; Mackaye particolarmente scorato e sempre estremo (trova inoltre espediente su espediente per i suoi cori). "Nice New Outfit" (3:26), che rispetta la regola Mackaye-hardcore, Picciotto slo-core ballabile, inserisce chitarre ritmiche metal (effetto Slint che bacchettano i Metallica).
"Stacks" (3:08) ritorna al teppismo di Mackaye, sempre convogliandolo in geometrie soniche. "Long Division" (2:12) è una cantilena di Mackaye, rattristita come il bambino che aveva un solo giocattolo (l'hardcore) e quello gli hanno tolto. "Runaway Return" (3:59) il brano più regolare (post-hardcore medio). "Dear Justice Letter" (3:27) è un rock n' roll involuto e ammazzato da pesantezze metal, estraneamenti ritmici, bulimie paesaggistiche. Do a questo lp un voto 8,5/10.
Dopo il 1991 i Fugazi (tra i 25 e i 30 anni) non hanno potuto far altro, come i Jesus Lizard, che consolidare il loro patrimonio: sempre con gran classe, sempre più spanne sopra quasi tutti gli altri gruppi, ma fatalmente riducibili ai primi lavori. Per chi non ha ascoltato i vecchi, i lavori dei Fugazi dopo il 1991 sono, condivisibilmente e senza distinzione, ritenibili nell'ordine di voto 8/10; per chi sa con chi ha a che fare, siamo sul 6,5/10. In On The Killer (1993), Red Medicine (1995), End Hits (1998), The Argument (2001) non aggiungono nulla a quello che si sa già: e non è colpa dei Fugazi, ma semplicemente del fatto che nel 1991, anche grazie a loro, si giunge alla fine del rock col cosiddetto movimento post-rock; si aggiunga la fatidica regola per cui nessun gruppo rock va artisticamente oltre il muro del terzo album ed ecco la, pur splendida, gratuità di tutti i lavori Fugazi post-'91. Si prenda il più recensito Red Medicine: è il miglior album di quelli che uscirono quell'anno (1995), ma non basta: primo perché nel '95 il rock è, a giudizio di chi scrive, già finito; secondo perché i Fugazi avevano artisticamente già esaurito il proprio repertorio. Del resto, la regola dei tre album (per cui nessun gruppo rock ha saputo originalmente andare oltre i suoi primi tre album) varrà anche per i Fugazi, se sono rock. Anche i Fugazi, non è un caso, come pressoché tutti i gruppi rock, iniziano con un album per anno, per poi passare a uno ogni due, quindi uno ogni, tre, e così via.
"Do You Like Me" (3:16) un inno tra l'estetico e l'edonistico, "Bed for the Scraping" (2:50) un poliedrico jazz-core d'alta scuola con finale feroce, "Latest Disgrace" (3:34) una lussuria sado-masochistica piantata su di un corpo tutto adolescente, "Birthday Pony" (3:08) un ruggito da più parti nobilitato, "Target" (3:32) un power-Slint squisito, "Long Distance Runner" (4:15) un noioso formalismo cantilenato (negli effetti), elevato (a mezzo arte) a estasi post-modernista, sono tutti capolavori da applausi: anzi, sono forse i migliori brani di sempre dei Fugazi (specie perché ritornano alla forma-canzone: per dissimularla più raffinatamente e cocentemente). Ma questo non consente di dare un valore anche lontanamente comparabile a quest'album rispetto ai precedenti, che non ne sono la causa, ma lo comprendono ed esauriscono interamente. Non a caso, gli altri brani sono: "Forensic Scene" (3:05), per quanto il miglior brano che i Pearl Jam non hanno scritto, il momento di scissione del disco che da qui in poi pare quasi sempre pretestuoso; "Combination Lock" (3:06), un noioso formalismo strumentale; un antipatico "Fell, Destroyed" (3:46); "By You" (5:11), dove troppo interiorizzato o fatto proprio risulta il tributo agli Slint per non risultare ipocrita; "Version" (3:20) lo strumentale deja vu (fuoriluogo specie il sax); "Back to Base" (1:45), hardcore pour jouer; "Downed City" (2:53), mera sintesi, culminante nel melodico, dei rilievi e delle piattezze del disco.
Di Tommaso Franci

domenica 6 dicembre 2009

Delitti d'onore e volti coperti: l'Islam non c'entra


Ci sono oggi in Italia persone - alcune in buona fede, altre no - che ritengono che "l'Islam sia il nemico". Ovviamente queste riflessioni non sono rivolte a loro, che non sarebbero disposti a priori ad ascoltarle. La realtà politica ci ha abituati che non è vero che si possa dialogare con tutti, perché alcuni, aprioristicamente, non sono interessati, ma cionondimeno, anche se si rischia di dire cose scomode, è necessario affermare ciò che si ritiene sensato e ragionevole. E' diventato quasi scontato dire che la religione islamica sancisca una sottomissione brutale della donna che giunge a prescrivere umiliazioni e addirittura punizioni violente che possono ammettere anche l'omicidio nei confronti di chi venga meno alle imposizioni. Questa convinzione, inutile dirlo, riduce un miliardo di persone al rango di potenziali torturatori e omicidi in virtù della propria fede. Un milione di costoro vivono nel nostro Paese e più dell'uno per cento di questi sono nostri connazionali. Questo può legittimamente indurre, almeno chi creda all'assunto sull'insita criminalità dell'osservanza musulmana, a nutrire fondate paure per il futuro della nostra società, immaginando scenari da incubo in cui ben presto anche alle nostre donne saranno imposti burka, catene, lapidazioni e infibulazioni. La ragione, per fortuna, ci induce ad essere meno pessimisti. Se fosse vero, come alcuni affermano, che l'omicidio della moglie o della figlia disubbidiente risponda a prescrizioni religiose, in Italia avremmo centinaia di uccisioni ogni anno anziché due tragici ma isolati casi. Basta purtroppo scorrere gli archivi delle agenzie di stampa per riportare alla propria memoria che casi analoghi si verificano con notevole frequenza, in tutte le province d'Italia e per mano di nostri connazionali con la nostra stessa educazione e le medesime tradizioni. Sono drammi provocati dalla gelosia, da un insano senso di possesso, dall'incapacità di educare o dalla propria arretratezza culturale. Gli stessi elementi che hanno portato agli omicidi delle due ragazze musulmane che, secondo la vulgata della stampa, erano colpevoli di voler vivere "all'occidentale".Quanti di quei giornalisti e quanti lettori ricorderanno che in Italia il cosiddetto delitto d'onore è stato abolito meno di trenta anni fa? E quanti ne ricordano la terribile formulazione secondo la quale chiunque uccidesse "il coniuge, la figlia o la sorella" colpevoli di aver "leso l'onore della famiglia" era passibile di una pena che andava dai tre ai sette anni di carcere? Stiamo parlando di una norma in vigore fino al 1981, frutto di un clima e di una cultura che evidentemente era parte costituente della nostra società, ma che musulmana certo non era. Si trattava dell'articolo 587 del codice penale che, per avere un quadro chiaro, prevedeva anche che "alla stessa pena soggiacesse chi, nelle dette circostanze, cagionava la morte della persona che fosse in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella...". Questa era la legge italiana fino a tre decenni orsono, una legge, per altro, civile e non religiosa. Non è irrilevante ricordare che questa norma vigeva prima che in Italia fosse legalizzato il divorzio - che è invece parte integrante del diritto di famiglia islamico e può essere chiesto anche dalla moglie - e che legittimamente si sospettava che alcuni coniugi stanchi del matrimonio vi ricorressero per liberarsi del vincolo, situazione rappresentata in modo tragicomico e magistrale dal film "Divorzio all'italiana" con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Quindi, in materia di rapporti tra coniugi, trenta anni fa in Italia eravamo più arretrati dei musulmani che oggi vorremmo educare.C'è poi la questione del velo, di cui tutti sembrano essere improvvisamente esperti. Ci sono addirittura persone che sulla questione cercano di costruire una notorietà personale e una carriera politica, tanto da sostenere, quando recentemente la più alta autorità religiosa di tutti i musulmani sunniti, lo sceicco Mohammad Tantawi, ha proibito ad una ragazza di tenere il volto coperto all'università del Cairo affermando che si tratta di un’usanza tribale che nulla ha a che fare con l'Islam, che lo stesso sceicco avrebbe agito così grazie alle loro pressioni...Non molti hanno chiaro cosa sia il burka, un assurdo tubo di tessuto che copre integralmente il corpo permettendo la vista dall'interno grazie ad una fitta rete che copre gli occhi. Si tratta di un indumento in uso solo ed esclusivamente presso alcune tribù afgane, che rappresentano una irrilevante minoranza nell'immensità della popolazione islamica mondiale. Anche in alcune parti della penisola arabica le donne, per tradizione tribale, sono integralmente coperte e, in alcuni casi, si coprono il volto con delle splendide mascherine di argento cesellato anziché col velo. Ma tutto ciò, com'è noto a chiunque conosca l'Islam, non ha nulla a che fare con i dettami religiosi. Il Corano, peraltro scritto più di mille anni fa, sostiene che le donne debbano coprirsi il capo e non fare mostra del corpo ad eccezione di mani e piedi, ma non prescrive assolutamente che si nasconda il viso. Nel Paese islamico più popoloso del mondo, l'Indonesia, le donne non hanno nemmeno l'obbligo di coprirsi il capo. Vale la pena però di ricordare che in molti luoghi, anche in tempi recenti, le donne si coprono il volto dinanzi agli sconosciuti per semplice modestia, un gesto istintivo di protezione della propria intimità. La misura del decoro infatti, non è assoluta e ognuno misura la virtù e la vergogna secondo canoni diversi. In Giappone, ricordava Mishima, la nudità e l'intimità corporale non sono cose per cui si prova vergogna, mentre è considerato assolutamente indecoroso e addirittura offensivo dare mostra delle propri emozioni e delle proprie opinioni. Anche da noi, per fortuna, almeno nei luoghi sacri, è naturale coprirsi il corpo e spesso anche la testa e fortunatamente ci sono preti che sono tornati a pretendere che non si entri in Chiesa con minigonne, scollature eccessive o pantaloni a vita bassa. Eppure c'è qualcuno che ritiene che siano pretese eccessive persino queste. Il fatto che dovrebbe essere chiaro invece è che, mentre può essere considerato offensivo per gli altri abbassare il livello del pubblico decoro, nessuno può considerarsi offeso se qualcuno innalza il proprio. Più chiaramente: si può essere offesi dal fatto che qualcuno giri in pubblico troppo scoperto, ma non certo dal fatto che sia troppo coperto. Credo sia universalmente accettato che sia più volgare una gonna troppo corta che una troppo lunga.La giustificazione ultima delle crociate contro l'abbigliamento troppo morigerato, è che questo venga in realtà imposto dagli uomini alle donne e non portato per libera scelta e questo malgrado queste ultime continuino a sostenere che questo non è vero. Bisogna ammettere che l'idea che una donna sia più libera nella misura in cui può mostrare il corpo in giro e modificarselo con interventi estetici è però un notevole impoverimento della dignità femminile. Rimane il problema oggettivo dell'impossibilità di identificare una persona che giri col volto coperto, per motivi ovvi di sicurezza e legalità.A tale proposito la proposta di alcuni parlamentari leghisti di prevedere l'arresto per le donne che si mostrino in pubblico col volto coperto è sicuramente eccessiva, ma vale la pena di ricordare che la nostra legislazione prevede già la possibilità di fermare chiunque giri con un travisamento o occultando le fattezze per identificarlo e impone delle sanzioni per chi contravvenga al divieto. Purtroppo è difficile credere che chi proponga leggi contro l'utilizzo del velo lo faccio con la sincera preoccupazione di garantire la sicurezza e non piuttosto per vessare delle persone di cui gli risulti sgradita la presenza sul suolo nazionale per altri motivi. Certo è che una via di mezzo tra il burka e l'abbigliamento alla Britney Spirce adottato da un numero sempre crescente di nostre minorenni a mio avviso esiste e che un po' più di decoro non farebbe poi così male anche alla nostra società.

Di Marcello De Angelis

sabato 5 dicembre 2009

Wagner. Il mito tra Sigfrido e Capitan Harlock

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Dal 25 luglio al 28 agosto va in scena a Bayreuth, in Baviera, il celebre festival wagneriano, collocato nel teatro che lo stesso Richard Wagner volle come luogo principe per le proprie opere. Ogni anno il richiamo per i devoti del grande compositore tedesco è forte e l’evento culturale e musicale è diventato anche un incredibile fenomeno mondano. Si va a Bayreuth anche per dare sfoggio di sé, d’altronde già negli anni del successo lo stesso Richard Wagner amò circondarsi di adepti più o meno capaci e attorno a sé creò un cenacolo di devoti e appassionati di un certo peso.
Per capire a fondo la concezione dell’arte dell’autore dell’Anello del Nibelungo bisogna però partire dalla stessa struttura architettonica della Festspielhaus di Bayreuth. Il teatro d’opera voluto e realizzato da Wagner è pensato e dedicato unicamente ai suoi drammi, ed in esso ha trasferito tutto il suo genio visionario e la propria idea di “opera d’arte totale”. Le soluzioni architettoniche adottate da Wagner risultarono assolutamente rivoluzionarie per l’epoca, per la semplicità degli interni e per l’eliminazione dei palchi laterali e dei posti d’onore dalla sala. Così facendo, l’artista intendeva fare delle proprie opere uno strumento rivolto al popolo senza alcuna distinzione di rango. Tralasciando gli usi mondani, il pubblico poteva aprirsi in modo totale alla musica e alla recitazione, respirando a fondo l’aria evocativa che Wagner cercava di suscitare con le sue composizioni. Nelle intenzioni del suo creatore, quest’arte doveva risvegliare l’autentico mito germanico nell’animo del popolo e per questo venne adottato ogni stratagemma visivo che potesse aiutarne il coinvolgimento. L’orchestra venne nascosta alla vista del pubblico, collocandola sotto il palcoscenico, e le rappresentazioni avvenivano a luci spente, facendo scendere così sulla sala un silenzio religioso.
Sin dall’inaugurazione avvenuta nel 1876 con L’Anello del Nibelungo, nulla è cambiato, e gli eredi portano avanti con costanza le volontà artistiche dell’illustre avo. Wagner volle dunque fare della sua arte una sorta di strumento religioso e delle sue rappresentazioni quasi dei riti mistici, in grado di strappare gli spettatori alla quotidianità per calarli in una dimensione primordiale e originaria. A tal proposito, egli impegnò tutte le sue forze nel dare vita e forma alla cosiddetta “opera d’arte totale” (Gesamtkunstwerk). Per capire di cosa si tratta, spiega Giorgio Locchi (Definizioni, SEB, 18 euro), bisogna pensarla come un’opera che «è impossibile cogliere nella sua interezza attraverso la mera lettura del poema o del libretto, ma che è necessario vedere-ed-udire nella sua rappresentazione scenico-musicale -- idealmente nel luogo privilegiato rappresentato dal teatro di Bayreuth». Il wort-ton-drama wagneriano unisce infatti tre dimensione artistiche, tentando così di potenziare e rendere il più immediato possibile il messaggio che si vuole trasmettere: recitazione, musica e azione coesistono in un tutto organico in cui ogni parte è vitale e necessaria.
La visione mitica e tragica di Richard Wagner, come si sa, attirò nei primi anni uno spettatore dalla grande intelligenza e sensibilità, tale prof. Friedrich Nietzsche, che nel suo libro La nascita della tragedia (Adelphi) non mancò di elogiare l’impegno del suo amico compositore. In particolare nella figura di Sigfrido e nella costruzione operistica fatta del racconto mitico della vicenda dei Nibelunghi, il filosofo vide risvegliarsi l’autentico mito delle origini, in grado di vincere la decadenza tardo ottocentesca e dare un nuovo senso all’idea di comunità spirituale. Wagner e Nietzsche divennero così, pure divisi dai contrasti personali degli anni seguenti, i due poli di un risveglio culturale radicato e in grado di smuovere le acque della cultura non solo tedesca ma europea.
A distanza di più di cento anni dall’inaugurazione del tempio dell’arte wagneriano, oggi tocca alla bionda Katharina Wagner, pronipote del compositore succeduta al padre Wolfgang Wagner, dirigere il festival. L’intento della giovane valchiria è quello di dare nuovo slancio all’evento, aprendolo soprattutto a un pubblico più giovane anche attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie. Per valorizzare il marchio Bayreuth, in qualche modo anche attualizzando l’idea dell’avo di un’arte popolare rivolta a tutti, le rappresentazioni andranno in onda in diretta su grande schermo e da qualche tempo on line sono state rese disponibili alcune delle opere più importanti della manifestazione operistica. Dalla rivoluzione artistica del 1876 alla rivoluzione informatica del 2009 quindi?
(Leiji Matsumoto, Harlock Saga -- L’anello dei Nibelunghi)
L’ausilio delle moderne tecnologie ha reso disponibili al grande pubblico le maestose direzioni di Toscanini e Karajan, ed esistono anche numerose versioni su DVD, alcune buone altre meno, delle opere in questione. A distanza di più di un secolo l’opera di Richard Wagner è ancora in grado di affascinare e ammaliare, con la sua potenza espressiva e la sua profondità culturale; tanto che lo stesso J.R.R. Tolkien venne palesemente influenzato dal Ring wagneriano nella scrittura della sua monumentale trilogia e in anni più recenti il mangaka Leiji Matsumoto, il padre di Capitan Harlock, ha realizzato una trasposizione futuristica dell’Anello, intotlata Harlock Saga -- L’anello dei Nibelunghi, disponibile sia in fumetto che in video.



Di Francesco Boco

venerdì 4 dicembre 2009

NATALE SOLIDALE ACASAGGì!

NATALE SOLIDALE CON GLI ITALIANI SENZA UN TETTO...

IL 19 DICEMBRE CASAGGì OSPITA LE FAMIGLIE ITALIANE IN EMERGENZA ABITATIVA.

UN APERITIVO SOLIDALE CON SPORTELLO SOS PER GLI ITALIANI SENZA CASA,

CON INTERVENTO DI FRANCESCO TORSELLI E DEI DIRIGENTI DEL CENTRO-DESTRA


E’ stato un anno incredibile per la nostra Comunità: la conquista del consiglio comunale con centinaia e centinaia di voti raccolti nelle periferie e casa per casa, la conquista della consulta degli studenti dopo sessant’anni di egemonia “rossa”, la vittoria nei consigli di facoltà dell’Ateno, l’ingresso nei comuni della Provincia e nelle circoscrizioni cittadine, le tante attività militanti, aggregative e metapolitiche, le battaglie al fianco della gente, le mille serate comunitarie e i tanti volti nuovi che hanno iniziato un percorso di vita non conforme. Insomma, un grande 2009.

Per concluderlo non potevamo non scegliere un momento di ritrovo, di Comunità e di solidarietà al fianco di chi se la passa peggio di noi. Ecco perché abbiamo scelto di dare corpo al “Natale Solidale” assieme a tutte quelle famiglie italiane, purtroppo sempre di più, che non hanno un tetto sopra la testa. Famiglie con figli, con anziani e con persone disoccupate. Famiglie in graduatoria, in occupazione e in lotta. Famiglie senza un futuro certo, vittime della burocrazia o della speculazione, dell’usura bancaria o dell’inefficienza di chi dovrebbe garantire loro dei diritti. Famiglie che adesso hanno scelto di mettere in piedi un movimento, “Emergenza Casa”, col quale abbiamo iniziato una collaborazione quotidiana.

Con loro trascorreremo il momento degli auguri, perché sono le persone che ne hanno più bisogno. Nessuna cena di gala, nessun evento mediatico per scaldare qualche poltrona e prendere qualche prima pagina, nessun cameriere in guanti bianchi e nessuna vetrina. Saremo noi, come sempre. Noi e loro. Una Comunità in movimento.

SABATO 19 DICEMBRE dalle 18

APERITIVO NATALIZIO E SPORTELLO SOS EMERGENZA ABITATIVA

con INTERVENTO di FRANCESCO TORSELLI (Consigliere Comunale PDL) e partecipazione degli eletti e dei dirigenti del centro-destra fiorentino.

CASAGGì FIRENZE – VIA MARUFFI 3

E’ già attivo presso Casaggì anche lo sportello di autofinanziamento identitario: regali natalizi per rimpinguare le casse del movimento, con libri e abbigliamento non conforme. Finanzia chi lotta, boicotta chi specula!

Quando il Sud era nazione

DA: "LA RINASCITA"

Il Reame fondato da Ruggero il Normanno (nella foto) nel 1130 comprendeva la Sicilia ed il Meridione d’Italia, fino a Gaeta e Civitella del Tronto. Oggetto di secolare contesa tra varie dinastie europee, per circa due secoli fu parte integrante di altri Stati, prima della Spagna e poi del Sacro Romano Impero. Nel 1734 ritrovò l’indipendenza e l’integrità dei suoi confini originari con Carlo I di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna ed Elisabetta Farnese. Il Regno delle Due Sicilie era una monarchia assoluta nata dall’unione di due corone, di Napoli e di Sicilia. Fino al 1861 primeggiò tra gli Stati europei, oltre che nelle arti e la scienza, anche nel commercio e le manifatture. All’epoca della prima rivoluzione industriale, i sovrani avviarono lo sviluppo di un’economia mista, che integrava intervento pubblico ed iniziativa privata, capitali locali e investimenti stranieri. Livelli di eccellenza furono raggiunti nei seguenti settori: metalmeccanica, cantieristica, tessile, concerie, agricoltura e alimentari, minerali, siderurgia, armi, cartiere industriali e tipografie, legno, chimica, ceramica, vetro, gioielleria.I produttori nazionali erano tutelati da un regime protezionista, pretestuosamente criticato dalla storiografia liberale, giacché la tariffa doganale napoletana del 1846 era più bassa di quella italiana successivamente adottata. Con infrastrutture portuali adeguate e la prima flotta mercantile in Italia, il Regno delle Due Sicilie esportava in tutto il mondo le sue merci, contrassegnate da un marchio d’origine e di qualità. La bilancia commerciale era costantemente attiva e il bilancio pubblico in pareggio, col minore carico erariale in Europa. Il paternalismo e la fede cattolica dei sovrani, determinarono ulteriori primati in materia di assistenza sociale: primo Stato ad offrire assistenza sanitaria gratuita agli operai, primo istituto italiano per sordomuti, più bassa percentuale di mortalità infantile in Italia e più alta percentuale di medici per numero di abitanti. A mitigare l’esosità dei nobili sul proletariato rurale, c’era la normativa sugli usi civici, secondo cui, sui terreni del demanio statale ed ecclesiastico - circa un terzo delle terre del Sud - era consentito fare legna, prelevare acqua, far pascolare gli animali, costruire ricoveri, fare calce, raccogliere funghi e prodotti boschivi, tutto gratuitamente.Tuttavia - nonostante i numerosi primati nella produzione manifatturiera e nell’assistenza sociale, come nelle infrastrutture ferroviarie e portuali - il Regno delle Due Sicilie restava un’economia prevalentemente agricola, con gravi forme di ingiustizia e disagio sociale. Sebbene la feudalità fosse stata ufficialmente abolita, i terreni agricoli privati restarono divisi in latifondi. Nelle discrepanze di un sistema economico avviato all’industrializzazione dall’iniziativa pubblica e da una nascente borghesia cittadina, ma ancora fondato sui privilegi di ceti rurali parassitari, peraltro velatamente ostili alla monarchia, cominciò ad insinuarsi la delinquenza, che assunse le prime forme organizzate ad imitazione della massoneria liberale e dell’estetica cavalleresca.Nelle grandi metropoli, come Napoli, i compagnoni o camorristi gestivano il gioco d’azzardo e la prostituzione. Con lo sviluppo dei traffici e delle manifatture, cominciarono a fare il contrabbando, nonché a taglieggiare piccoli commercianti ed artigiani, soprattutto nelle zone del porto e ai mercati generali. Erano ben strutturati solo all’interno delle carceri. Fuori vigeva lo spontaneismo, con frequenti agguati e duelli per il controllo del territorio. Nelle campagne, soprattutto in Sicilia, esistevano bande armate di mafiosi al servizio dei gabellotti, che facevano da intermediari tra i diversi ceti agrari - proprietari terrieri, affittuari, subaffittuari, contadini - per riscuotere canoni ed esigere prestazioni, in lavoro o natura. Nelle campagne, come in altri Stati e in tutte le epoche, c’erano anche i banditi, cioè contadini che, insofferenti dei soprusi, si davano alla macchia e vivevano di rapina. Con l’unità d’Italia il processo di sviluppo industriale avviato dai Borboni fu interrotto sulla base di precise scelte di politica economica. Furono abolite le misure autarchiche e protezioniste che avevano favorito il decollo delle manifatture locali. Le imprese statali furono prima privatizzate e poi, in massima parte, smantellate. Molti impianti industriali furono trasferiti al Nord. Si accentuò la pressione fiscale con nuove gabelle che, oltre a colpire la popolazione in generale, penalizzarono i ceti produttivi e distrussero lo Stato sociale borbonico. Le terre demaniali ed ecclesiastiche, espropriate dal governo unitario, furono vendute ai privati ed andarono, talvolta ad ingrossare il latifondo della nobiltà, talaltra a favorire la nascita di un nuovo ceto possidente e improduttivo, i cosiddetti baroni. Erano d’estrazione borghese, soprattutto commercianti arricchitisi con appalti del nuovo governo, ma tendevano ad assimilarsi alla nobiltà, per mentalità e ruolo sociale. Aumentarono così anche gabellotti e mafiosi, sempre più richiesti da vecchi e nuovi ricchi.L’aumento della delinquenza organizzata fu favorito, non solo dalla nuova stratificazione sociale, ma soprattutto dalla legittimazione avuta dal nuovo potere politico a partire dalla spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. In Sicilia i picciotti garibaldini erano contadini che speravano nella ridistribuzione delle terre, oppure mafiosi reclutati da nobili liberali e massoni per ingrossare la teppaglia antiborbonica. I primi, dopo la delusione, passarono alla resistenza antiunitaria. I secondi, capitalizzando il bottino di rapine e saccheggi, ritornarono alle loro attività delinquenziali vantando amicizie con i notabili locali, che continuarono ad usarli per azioni intimidatorie in occasione dei plebisciti unitari e delle competizioni elettorali.Analogamente i camorristi napoletani furono arruolati dal capo della polizia Liborio Romano - liberale e massone, doppiogiochista e futuro deputato italiano - che riuscì così a garantire l’ordine pubblico all’arrivo di Garibaldi. Finita l’emergenza, i delinquenti che non avevano fatto carriera in polizia, tornarono nell’illegalità, con ingenti capitali accumulati col contrabbando e il taglieggiamento fatti nei primi anni di storia unitaria, con amici potenti ed una struttura organizzativa potenziata. L’annessione del Regno delle Due Sicilie non fu tuttavia un processo pacifico. A più riprese, per circa un decennio, il popolo insorse contro il governo centralista. La storiografia risorgimentale, prendendo a prestito il termine riferito dalla propaganda giacobina agli insorti di Vandea, definisce brigantaggio l’insorgenza duosiciliana, assimilandolo al banditismo rurale, fenomeno atavico e comunque minoritario, e minimizzando la sua connotazione al tempo stesso di lotta di popolo e lotta di classe. Alcuni studiosi accentuano il ruolo avuto da sacerdoti ed ufficiali del disciolto esercito borbonico nel fomentare la rivolta, ma tutti evitano accuratamente di evidenziare una verità storica: se è vero che, alle milizie degli insorti, si aggregarono anche banditi, è altrettanto vero che mafiosi e camorristi stavano dall’altra parte, nella teppaglia garibaldina, nei ranghi della polizia unitaria, nelle bande armate dei rentiers, fuori ai seggi dei plebisciti, nei comitati elettorali dei liberali illuminati.I soldati impegnati nella repressione dell’insorgenza attuarono una guerra terroristica, con fucilazioni di massa, interi villaggi rasi al suolo, saccheggi, incendi, torture, stupri, gente sepolta viva. Le vittime non erano soltanto briganti, ma loro parenti o paesani, donne e bambini, gente inerme accusata di aiutare gli insorti. Per criminalizzare l’insorgenza e giustificare la violenza dell’esercito, furono utilizzati norme giuridiche anticostituzionali e teorie razziste di parvenza scientifica. La legge Pica (1863) affidava ai tribunali militari, non solo i briganti, ma anche i loro parenti o semplici sospetti. Poiché si applicava anche a camorristi e manutengoli, legittimava l’assimilazione tra insorgenza politica e delinquenza comune. Alcuni antropologi, misurando le forme craniche di briganti e delinquenti, morti o arrestati, identificarono una presunta razza meridionale, geneticamente diversa dai settentrionali, e ne teorizzarono l’attitudine naturale al crimine ed all’insubordinazione in genere. Con tali presupposti, quando nel 1873 si cominciò a parlare di questione meridionale, le cause del divario economico tra Nord e Sud cominciarono ad essere identificate nella criminalità organizzata, nel carattere dei meridionali, nel clima, nel malgoverno della dinastia borbonica. Negata legittimità politica all’insorgenza, taciute le scelte di politica economica del governo centralista che l’avevano provocata, fu comodo ricondurre il sottosviluppo a ragioni morali e razziali. Nel corso degli anni, alle mistificazioni della storiografia liberale, hanno reagito storici d’estrazione diversa - marxisti, cattolici, neoborbonici - che hanno cominciato a spiegare, ciascuno dal suo punto di vista, le responsabilità del governo unitario e delle classi dominanti. L’immensa letteratura meridionalista ha un indiscutibile valore storiografico, ma si è rivelata, almeno fino ad oggi, totalmente inefficace sul piano della produzione identitaria. Anche laddove ha alimentato il senso d’appartenenza ad una nazionalità oppressa, non ha mai ispirato una forte progetto politico, se non in subordine a partiti romanocentrici. Per capire quanto siano deboli le potenzialità rivoluzionarie della coscienza etnica che anima in forma residuale le popolazioni del Mezzogiorno, basta considerare la percezione di se stessi che hanno i paladini dell’identità sudista. Nella maggioranza dei casi, essi amano definirsi meridionali, parola che esprime e presuppone sempre il riferimento a qualcuno che sta al di sopra, ad un altro che domina e decide. Questo è un sintomo evidente di sudditanza psicologica, a tal punto interiorizzata, da soffocare ogni anelito di libertà.
Di Raffaele Ragni

NASCE "EMERGENZA CASA"

Ieri a Firenze è stata annunciata la nascita del movimento "Emergenza Casa", con la quale la nostra Comunità, insieme alle tante famiglie italiane attualmente in occupazione o in emergenza abitativa, intende combattere i problemi di chi rischia di finire in mezzo ad una strada.

Non sarà un movimento che darà adito ad una demagogia già troppo presente. Non occuperemo palazzi fatiscenti per accastarci dentro centinaia di persone illudendole di averle salvate e chiedendo loro una quota d'affitto mensile. Piuttosto, con serietà e animo, cercheremo di arrivare alla soluzione che riteniamo essere più giusta: una casa, meglio se di proprietà o riscattata con rate di mutuo, per tutte le famiglie italiane che non ne hanno una.

Questa distinzioni erano doverose, per evitare di essere scambiati con chi, nella nostra città, fa tutt'altro. Alla base di tutto, se non bastasse, non vi è soltanto una concezione di metodo, ma anche di merito. Noi intendiamo la casa come bene primario, non sottoponibile alle leggi di mercato, non speculabile, non trattabile. La casa è una dimensione del vivere umano, non solo un insieme di mura. Nella casa si cresce, si mette su famiglia, si vive, ci si sviluppa, ci si mette in discussione. E' il punto di partenza per ogni persona con una visione verticale dell'esistenza.

L'obiettivo del movimento non sarà quello di creare caos per far crollare le certezze di un'amministrazione comunale, giacchè il nostro non è uno strumento politico col quale farsi pubblicità, ma un metodo di lotta che presuppone la volontà di ritrovare la strada della giustizia sociale.

Di seguito riportiamo il comunicato col quale nasce il movimento:

Un soggetto che dia voce ai tanti cittadini fiorentini che sono senza una casa e che avanzano proposte per risolvere i problemi ma reclamano anche risposte all’amministrazione comunale per le loro legittime richieste: questo è “Emergenza Casa”, il movimento che il consigliere del Pdl Francesco Torselli ha ospitato ieri a Palazzo Vecchio.

Alla conferenza stampa hanno partecipato alcune donne del movimento - che hanno anche avuto un primo colloquio con l’assessore alla casa Claudio Fantoni - e Marco Scatarzi, responsabile di ‘Casaggì’, la sede del centro sociale di destra e di Azione Giovani - Giovane Italia.

“Quello che il movimento si propone – ha spiegato Torselli – è di essere un punto di riferimento per gli italiani, ma anche per gli stranieri che hanno i requisiti per la residenza nella nostra città, che sono senza casa nonostante anni e anni di domande al Comune. Le parole d’ordine sono ‘identità’ e ‘legalità’: prendiamo nettamente le distanze da chi occupa abusivamente edifici fatiscenti, dando a chi si trova in condizioni spesso drammatiche solo l’illusione della soddisfazione di un bisogno primario, oltre a mettere a rischio la loro incolumità fisica.

La nostra è una battaglia politica che viene da lontano; oggi con la nascita di ‘Emergenza casa’ vogliamo intensificare la nostra azione, avanzando anche richieste concrete all’amministrazione comunale”. Prima iniziativa del neonato movimento, una raccolta firme “per chiedere che sia riattivato il bando – hanno spiegato le donne del movimento – per l’assegnazione di case da ristrutturare a chi non riesce ad arrivare a farsi assegnare una casa in Erp: così si risponderebbe da un lato alle esigenze di tanti cittadini, e dall’altro il Comune potrebbe recuperare risorse importanti per aumentare la propria offerta”.

Altro tema sollevato dagli esponenti del movimento, quello del riscatto degli alloggi da parte degli assegnatari. “Da 15 anni l’amministrazione non fa un bando – ha ricordato Scatarzi -, perdendo un’occasione di riscatto sociale per le famiglie e di recupero di risorse per l’amministrazione. Con i soldi delle alienazioni, infatti, si potrebbero costruire nuove case popolari”.

Nel corso dell’incontro avuto con l’assessore Fantoni, sono emerse storie di disagio e allarme sociale, come quella di una madre disoccupata, sola con quattro figli, che da tre anni si vede rifiutare il diritto all’accesso a una casa. Fantoni ha ricordato che con le nuove politiche della giunta non ci saranno più spazi vuoti, perché l’amministrazione provvederà ad assegnare tutti gli alloggi ancora sfitti.

Notizia accolta con soddisfazione da Torselli e dagli esponenti del movimento.
“La nostra azione politica – ha concluso Torselli – non si limiterà a manifestazioni di piazza e proteste: raccoglieremo i bisogni della gente e li porteremo all’attenzione degli amministratori avanzando proposte per dare risposte reali. Intanto ci fa piacere che Fantoni, che nei primi giorni del mandato aveva dichiarato che l’emergenza casa a Firenze non esisteva, si sia ricreduto”.

giovedì 3 dicembre 2009

Ci vorrebbe un re

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Sarò proprio scemo, ma nella “Repubblica Democratica”, io non ci capisco niente. Ma è mai possibile che è tutto falso?
Ricapitoliamo. L’essenza della democrazia moderna è l’equilibrio dei poteri. Cioè, consente che nessun detentore di un tipo di potere sovrasti l’altro e, prendendo il sopravvento, ne minacci l’autonomia e l’indipendenza, trasformandosi in dittatura. Perché, come ci hanno ben insegnato, la Ditattatura non va bene, ricordiamocelo.
Analizzando i poteri, vediamo che quello economico è inaccessibile al popolo: vi siete mai chiesti chi autorizza la fondazione di una banca? Lo stato? No, chi l’autorizza è la Banca Centrale, che è poi la banca di emissione della moneta, che è quindi la madre del signoraggio! Se voi trovaste una miniera d’ora sotto il vostro pavimento, sareste comunque costretti “al filtro del potere” economico esistente. In pratica, oltre a non essere accessibile al popolo, il potere economico ha delle regole interne segrete e sicuramente non democratiche.
Il potere religioso è in decadenza. Ma, osprattutto oggi, non si può dire che a volontà popolare si esprima attraverso il potere religioso. Nel merito, sicuramente la determinazione dell’elite religiosa non passa attraverso la consultazione popolare.
Il potere dell’informazione e tutto “lottizzato” dal sottobosco di potere e, come si sa, nel “sottobosco” non arriva la luce della democrazia.
Infine, abbiamo visto che il potere politico è basato su un sistema in cui i segretari di partito scelgono gli eletti al parlamento, i parlamentari “obbediscono” perché scelti da quello che dovrebbero controllare e il Presidente del Consiglio, in una società economizzata come la nostra, per essere eletto deve ricorrere al consenso del potere economico.
Quindi, il potere economico sceglie il Presidente del Consiglio, il Presidente del Consiglio sceglie i parlamentari. E tutto questo noi la chiamiamo democrazia? Dov’è il Demos? Dov’è il popolo?
Ma non è finita qui, anche “repubblica” è una parola falsa.
All’inizio noi conoscevamo la Monarchia per “grazia di Dio”, ma il popolo si sentiva escluso e quindi si passò alla monarchia per “Grazia di Dio e Volontà della nazione”. Per controllare l’operato del Re e per consigliarlo, si decise di affiancare ad esso un parlamento. Una camera di Lords, scelti dal Re, e una “bassa” scelta dal popolo, più o meno un Senato e un Tribuno della plebe che consigliavano l’Imperatore. Poi si disse al Re “non è giusto, tu sei già re, fai eleggere a noi i tutti i nostri rappresentanti”. Infatti, si fece così.
Ma oggi? Oggi, c’è una nuova monarchia, una monarchia senza nome, su cui gli storici si accapiglieranno alla grande.
In pratica c’è un Re per “volontà della nazione”, il quale è lo stesso che come capo di partito di maggioranza, sceglie personalmente ad uno ad uno, tutti i candidati e, quindi, tutti gli eletti al parlamento. In pratica un Re che elegge da solo il proprio parlamento. Il quale non è neppure più di Lord o senatori di antica stirpe, ma fatto da “plebei”. Voi direte che differenza c’è? Ve lo spiego subito.
Il Senatore o il nobile di provincia, aveva il suo potere reale, nella propria provincia e quindi se “era chiamato” a Roma, qualcosa doveva pur dire a vantaggio della propria provincia, al massimo la sua dignità si sarebbe alquanto risentita, se si fosse accorto di essere un “fantoccio inutile”. I Senatori di oggi, invece, scelti solo dal capo del partito, non hanno nessun obbligo verso il territorio di appartenenza, per non parlare poi dell’etica o di un qualsivoglia “senso del dovere e della dignità”.
Quindi, il parlamento è un parlamento fantoccio di natura. Il presidente del consiglio sceglie ad uno ad uno i propri controllori, mentre si straccia le corde vocali in televisione parlando di democrazia.
Ma non si era detto che i controllori non possono essere eletti dai controllati?
Quindi, ricapitolando: abbiamo una democrazia che non è democratica, ma economica, e una repubblica che è di uno solo, quindi una monarchia.
In pratica, una “Monarchia Incostituzionale per volontà delle banche di emissione”…
Ho gridato “basta”… Mi farò sentire, ci saranno i giornalisti, dirò la verità al mondo. Sono andato al parlamento e, innanzi ai giornalisti, ho gridato in faccia al ministro: “Basta, se non la smettete subito di chiamarla Repubblica democratica fondata sul lavoro e che in democrazia il potere lo ha il popolo sovrano, da scemo, divento pazzo”.
Un giornalista del Corrierone, mi guarda, si gira verso i colleghi, mi riguarda ed esclama; “Troppo tardi, terrone, abbiamo smesso 150 anni fa”!
Di Nando Dicè

mercoledì 2 dicembre 2009

Black Heart Procession


DA: "ONDAROCK"

I Black Heart Procession sono il cuore di tenebra dell'indie-rock americano. La loro musica, cupa e desolata, è l'altra faccia del rock spensierato californiano: una sequenza di ballate suggestive, dalle tinte fortemente oscure, che affondano le radici nella roots music e che superano le tradizioni country e blues trasformandole in forme espressive più moderne e contaminate, nel segno del gotico americano. Una sorta di "Calexico delle tenebre", come sono stati efficacemente definiti. Ma le storie asciutte e senza tempo dei Black Heart Procession sfuggono a qualsiasi stereotipo. "Suona strano che un gruppo di San Diego, una città così solare, faccia una musica tanto oscura. Non dico che lo stupore non sia legittimo, ma vorrei che il centro delle attenzioni fosse più centrato sulla nostra musica", dice Pall A. Jenkins, che con Tobias Nathaniel costituisce il nucleo centrale della "processione". Curiosamente, Black Heart Procession nasce come un side-project a cui Jenkins e Nathaniel hanno dato vita nel 1997, a San Diego, durante una pausa dell'attività dei Three Mile Pilot, la band in cui i due militavano da tempo e che combinava furia post-punk a contaminazioni elettroniche, in pieno clima pre-grunge. "Io e Toby sentivamo di non appartenere più a quel genere e avevamo un istinto di ribellione nei confronti di quella scena, così ci siamo messi a scrivere canzoni che suonavano in modo assolutamente diverso, con un metodo di lavoro più immediato e naturale, partendo dai suoni per cercare di creare atmosfere immaginarie su cui poi costruire una canzone vera e propria". A Jenkins (voce, chitarra) e Nathaniel (piano) si aggiunge Mario Rubalcaba (ex Clikitat Ikatowi) alla batteria per dare vita al disco d'esordio, Black Heart Procession 1. Un album nel solco del miglior cantautorato "noir", da Nick Cave a Smog, da Leonard Cohen a Tom Waits, ma che attinge anche alla new wave britannica (Joy Division su tutti), al folk nero e ai Black Sabbath. Nell'album, compare anche il suono della sega elettrificata, strumento da cui Jenkins trae suoni acuti e strazianti: "Qualcuno mi aveva detto che suonata con l'archetto poteva produrre un suono particolare e io ero incuriosito dalla cosa. Abbiamo provato, ricavando esattamente ciò che cercavamo". Ma è soprattutto con il successivo Black Heart Procession 2 , pubblicato dalla prestigiosa Touch and Go, che la band californiana si consacra come una delle realtà più importanti del panorama rock d'oltre Oceano. E' una processione al suono di "marce funebri" mai così suggestive. Undici brani di straordinario intimismo, capaci di proiettare l'ascoltatore in una dimensione quasi autistica, dove il mondo circostante diventa come eclissato da un sole nero. Musica che va diritta all'anima, insomma. Le sue radici affondano in anni di country, folk, blues, elettronica, mescolati da un gusto per gli arrangiamenti di grande eleganza. Basta far partire la prima traccia, "The Waiter #2", per rendersi conto della magia di cui sono capaci: un vento cosmico spira tra ululati lontanissimi, detriti di elettronica disintegrata, sino a quando dei rintocchi minori di piano fanno la loro solenne comparsa, scanditi metronomicamente come da un orologio metafisico. Il tema è di una tristezza deflagrante, la musica è scarna, essenziale, buia; un umore gelido avvolge tutti i 4 minuti, rendendo un paesaggio sconfinato e desolato, dove la voce abulica di Pall Jenkins declama meccanicamente un mesto salmo d'amore perduto. Tutto va via così silenziosamente come era comparso, e con la stessa rarefatta eleganza implode in un buco nero... Da questo spazio profondissimo emerge "Blue Tears", la prima vera "processione" del lotto. Un accordion epico, preso per mano da un organetto a passo di valzer e da una tromba fiera e struggente, si eleva in una marcia capace di far lacrimare sia di gioia sia di dolore. Praticamente impossibile resistere alla commozione, alla voglia di unirsi a questa ondeggiante ballata da orchestrina paesana, elogio funebre o dichiarazione d'amore che sia. Forse, solo uno straordinario inno alla vita. Capolavoro. Sordi rintocchi in low-fi introducono in sordina la successiva "A Light So Dim", che si impossessa pigramente della scena col suo ritmo da "trip-hop acustico", rinforzato da martellanti note di pianoforte. Sette lunghi minuti che scorrono come fossero la metà, tanta è la dolcezza con la quale culla questa risacca marina, che congeda ancora una volta tra inquietanti nebulose elettroniche. E' il turno del brillante folk di "Your Church Is Red", dove sono le scintille della chitarra a ricamare il sussurro di Jenkins, accompagnate dal tappeto di un organo crepuscolare. Il sole, che seppur al tramonto, faceva qui capolino, viene eclissato totalmente dalla pallida luna di "When We Reach The Hill", secondo capolavoro del disco. Solo il gelido suono di un moog circolare e un giro tristissimo di chitarra acustica. Solo la desolata voce di Jenkins, che canta in un tono dimesso, come il lamento notturno di un bardo prossimo alla fine... Un vento di freddissima elettronica spira tra le scarne trame di un brano che fa dell'essenzialità il suo punto di forza. Se la solitudine potesse suonare, suonerebbe così. Fortunatamente si torna su toni più rassicuranti nella seguente "Outside The Glass", breve invocazione coccolata dal suono caldo di una tastiera minimale, tra rumori quasi glitch e riverberi ancestrali. Nemmeno il tempo di assaporare questa delicata ninnananna che dal cielo piovono nuovamente accordi minori di piano. E' lui infatti l'indiscusso protagonista di "Gently Of The Edge", coi suoi fraseggi liquidi, sorretti dalla solita elettronica subliminale e dall'impercettibile soffio di una tromba ubriaca. A dominare è sempre l'essenzialità, il gusto raffinatissimo per gli arrangiamenti. Non c'è mai nulla di meno o di troppo, tutto è dosato con grande eleganza. Il ritmo, ricompare nuovamente in "It's A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes", titolo dolcissimo e chilometrico, per il pezzo forse più energico di tutto il disco. E' sempre il piano ad aprire le danze, questa volta però con più convinzione, stesso proposito seguito dalla batteria, quasi sferzante nel suo incedere. Jenkins si esprime sempre nel solito lamento, ma stavolta dalle sue invocazioni pare trasparire quasi un sentimento di rabbia, una più ferma convinzione. Come in un gioco di chiaro-scuri i Black Heart Procession sembrano quasi divertirsi nell'accostare in successione brani dal diverso umore. Intendiamoci, le atmosfere si dipanano sempre fra tramonto e notte, il sole nella loro San Diego non albeggia mai, ma questo leggero contrasto contribuisce a rendere meno monotono il lavoro. Esempio di ciò è il ritorno al blu profondo di "My Heart Might Be Stop", contraltare perfetto del brano precedente. Sono ancora i tasti del pianoforte a scuotere il cuore, questa volta picchiati con una forza che incute quasi timore. La coda di vibrazioni dilata e strania il tutto come negli incubi dei Radiohead più acustici. Segue il pezzo più sperimentale del lotto, la sporca indefinibilità di "Beneath The Ground", infatti, mostra una più stretta parentela con l'elettronica dei Sigur Rós, tra percussioni sintetiche e note ipnotiche di tastiere. La stessa voce di Jenkins è trattata come mai lo era stata in precedenza, ridotta a elemento di disturbo, impersonale, avvolta da una spirale onirica. Il viaggio termina da dove era iniziato, e cioè con "The Waiter #3", una reprise del primo brano con un groove leggermente più accentuato e con Jenkins che pare più stanco, come provato dall'esperienza del dolore. Questa scelta evidenzia la caratteristica "circolare" del disco, e ne fa quasi un concept sulla delusione e la speranza. La "processione dei cuori neri" è terminata, ma il suo lascito rimarrà per sempre come uno dei momenti più alti di tutti gli anni 90, un angolo buio di tutto il post-rock. Quelli dei Black Heart Procession sono episodi "noir" costruiti attorno ad ambientazioni scarne, quasi esclusivamente acustiche, con il piano in evidenza e la voce sofferta di Jenkins a intonare melodie sommesse, che infondono sempre un senso di tristezza. "Spero solo che alla fine le persone siano contente, non voglio certo che la gente si rattristi e pensi al suicidio. Io, come tutti, tento di essere felice e lo sono, a momenti", ha spiegato Jenkins. I testi sono storie di amori sofferti e di solitudine, che convergono tutte, in qualche modo, verso la parola "cuore", perché, "è vero che le emozioni nascono dalla sfera cerebrale, ma è più divertente immaginare che sia il cuore a generarle". Il successivo Ep A 3 Songs Recording introduce ulteriori novità, aggiungendo un tocco di ritmo e di blues in più, ammiccando al Tom Waits del dopo "Swordfishtrombones". "Avevamo qualche pezzo a disposizione mai registrato, abbiamo scelto quelli che insieme potevano avere più senso logico ed è stato divertente". Ma con il nuovo lavoro sulla lunga distanza, intitolato - ancora una volta - semplicemente 3, Jenkins e soci ritornano alle atmosfere lente, marziali e solenni di 2, seppur apportando qualche correttivo alla sezione ritmica, con l'aggiunta di campionamenti e batteria elettronica. L'influenza di Nick Cave si fa ancora più forte, in ballate maestose e strazianti, costruite attorno a piano e chitarra: dalla ninnananna ipnotica di "Guess I'll Forget You" alla marcia country di "A Heart Like Mine", dal blues funereo di "We Always Knew" alla tenera melodia di "The War Is Over". Il disco si chiude in maniera apocalittica con "On Ships of Gold", un lungo spiritual segnato da temporali in sottofondo e dalla flebile voce di Kazu Makino dei Blonde Redhead (registrata durante una telefonata con la band). Rielaborando le radici stesse della musica americana, dal country al blues, i Black Heart Procession hanno creato uno stile inconfondibile, tanto notturno quanto emozionante, che è frutto di una produzione elegante e di una tecnica strumentale impeccabile. Un ritratto d'America in bianco e (soprattutto) nero, che richiama alla mente i paesaggi più inquietanti di William Faulkner e Flannery O'Connor. Molte le novità, invece, nel quarto album dei Black Heart Procession, a cominciare dal titolo: la band di Tobias Nathaniel e Pall Jenkins (ora Paulo Zappoli, cognome materno.) sceglie un titolo in italiano, anche se sgrammaticato, Amore del Tropico. Già dal primo brano, "Tropics of love", si coglie anche la differenza di sound, con ritmi e sonorità latine ai confini con la bossanova. E affiorano presto anche altre sonorità e timbri inediti per il gruppo, come il synth ossessivo e anni '80 di "Sympathy crime" e "The visitor", il rock brioso di "Did you wonder". Non si tratta però di una rivoluzione, dato che non mancano brani dall'atmosfera cupa e crepuscolare (i migliori esempi in "The water #4" e "The invitation"), quanto di un generale arricchimento timbrico nel suono della band, che si rintraccia anche in un uso maggiore degli archi e nell'aggiunta di cori femminili. Sonorità e atmosfere più solari confermate anche in ballate languide come "A cry for love", o nel perseguire la strada del primo pezzo in "Why I stay", con evidenti richiami ai Calexico. Il cambiamento non solo non ha fatto scadere la qualità della musica dei Black heart procession. Magari non tutti i brani sono riuscitissimi, forse 2-3 pezzi in meno avrebbero realizzato una miglior messa a fuoco del nuovo corso musicale, ma se nel finale si avverte una certa ripetitività e stanchezza, la pazienza viene premiata dalla conclusiva "Fingerprints", che ci riconcilia con le atmosfere già note, un brano crepuscolare e malinconico come nella migliore tradizione del duo di San Diego. Passano quattro anni prima dell'uscita di The Spell (2006) ma l'attesa non pare spasmodica, forse perché i Black Heart Procession non hanno ormai più nulla da dimostrare. E' emerso qualche imitatore, ma come al solito è l’attitudine a fare la differenza, e l’intensità dell’atto espressivo, che nel caso dei Black Heart Procession è notevole, pur nella composta linearità del fatto compositivo. Ascoltare in proposito"The Replacement", incedere da thriller, con violini a stemperare parzialmente la tensione creata ad arte da una minacciosa melodia di piano e da nervosi stop and go ritmici. Classico pezzo alla Black Heart Procession, direbbe qualcuno, ma in verità qualche piccolissima novità ci pare di scorgerla nell'album, soprattutto in un suono di chitarra più accentuato. E’ sempre l’oscurità l’indicatore principale della cifra espressiva dei Black Heart Procession. Lo conferma "The Waiter#5", a sancire quell’ideale continuità con i lavori precedenti. Pezzi come "Gps" e "The Fix" rimandano al Paisley underground degli immensi Thin White Rope, ma anche alla proposta di indie-rock distorto/contorto della precedente band di Pall, i Three Mile Pilot. Dicevamo di "The Waiter#5", come fattore di continuità, ma al contempo ricettacolo di trucchi da mestierante. L’atmosfera cupa, le voci che emergono dalla tenebra, un melodioso violino in lontananza, l’angoscia dentro e fuori… un film già proiettato dai Black Heart Procession, che ne hanno fatto manifesto stilistico. E’ bene saperlo, che il pezzo affascini, e affascina effettivamente, è tutt’altro discorso. Di ballate ammalianti ve ne sono poi diverse: "Tangled", "To Bring You Back", "The Spell", ad affermare con forza che la creatività è ancora al top. The Spell si può considerare un album "neutro", nel senso che i Black Heart Procession fanno esattamente i Black Heart Procession. Mancano novità rilevanti, come potevano (in parte) essere quelle di Amore del Tropico: ci sono solo le consuete grandi canzoni che evocano fantasmi e città deserte. E la notte che fagocita i morsi della coscienza che devastano e sfigurano.Dopo tre anni di assoluto silenzio, Pall A. Jenkins e soci tornao a farsi sentire con il loro sesto lavoro, intitolato semplicemente Six, quindi con un esplicito ritorno alla numerazione progressiva degli album, interrotta dopo i primi tre. Per quanto si tratti di un elemento meramente esteriore, il suo carattere simbolico, come una sorta di ponte gettato verso quei lavori e dunque oltre i due mediocri album precedenti.E così è infatti, poiché nelle tredici ballate di Six si manifestano più che discreti sprazzi di una classe non scalfita dal trascorrere del tempo, ma anzi gestita con padronanza e convogliata in un'ampia galleria di brani che rimandano ai loro momenti più fulgidi ma altresì a quell'attitudine a melodie più easy dimostrata nel recente passato.Ne risulta un lavoro equilibrato, nel quale anche i pezzi dall'impatto più immediato, quali "Witching Stone" e l'indovinato singolo "Rats", non mancano di riassumere tutti gli elementi essenziali di Black Heart Procession in andamenti melodici semplici e vagamente corali.Benché sia ancora presente qualche retaggio dell'incertezza degli ultimi due album, Six rivela gradualmente una lunga serie di "appunti dal sottosuolo", che seguono il canovaccio di atmosfere torbide, melodie fluide e arrangiamenti venati di un'oscurità decadente e raffinata. Sono in particolare i tre pezzi che vedono la preponderante presenza del piano a sfiorare le vette raggiunte dalla band, che torna a evocare demoni al solito tutti racchiusi nelle profondità dell'animo umano: così, l'iterazione in crescendo delle note pianistiche e quella del mantra "don't say a word, just disappear with me" dell'iniziale "When You Finish Me" suonano quasi come un'invocazione, un manifesto programmatico, o piuttosto un avvertimento che l'antico spirito non è ancora scemato. La sensazione viene poi confermata dalla speculare piéce pianistica del brano conclusivo, che non raggiunge tuttavia la intensità tenebrosa e malata di "Drugs" (non a caso sesta traccia del lavoro), ballata accorata e struggente come dalla voce di Jenkins non se ne sentivano da tempo. Ora che la numerazione è ripresa, resta da augurarsi che la band non smetta nuovamente di contare.

Contributi di Paolo Sforza ("Amore del Tropico"), Antonio Ciarletta ("The Spell") e Raffaello Russo ("Six")
Di Michele Mininni e Claudio Fabretti

martedì 1 dicembre 2009

Ordinanza di stop all'accattonaggio molesto, Torselli (PdL): "Misura comica, l'assessore Mattei prima dice cosa pensa e poi torna ad allinearsi

"Un’ordinanza che ha del comico. Multare di 480 euro chi fa accattonaggio molesto è una contraddizione che fa semplicemente ridere. Se una persona è costretta a chiedere l'elemosima quando potrà mai permettersi di pagare una multa? Senza considerare che molti di loro sono clandestini, persone che non hanno niente e che vivono in situazioni di estrema fortuna. Cosa farà il Comune a chi, multato, non pagherà la sanzione? Sequestrerà il piattino degli spiccioli?". Lo ha detto il consigliere Francesco Torselli (Pdl), presentando una domanda di attualità nel corso del consiglio comunale di oggi.

"L'assessore Mattei durante una trasmissione radiofonica - ha spiegato Torselli - si era lasciato sfuggire un commento evidentemente dettato dal buon senso e non dal suo ruolo istituzionale, definendo il provvedimento difficile da applicare considerando che nessuno pagherà mai quelle multe. Mi dispiace che oggi Mattei sia costretto a ritrattare quella presa di posizione ed a definire valido un provvedimento che ha esclusivamente del grottesco. Sono curioso di sapere, tra qualche mese, quante multe saranno state fatte ai mendicanti e quante di queste saranno state pagate."

"Questa ordinanza - ha concluso il consigliere del centrodestra - serve ancora una volta al sindaco Matteo Renzi per farsi vedere attivo sulle problematiche della città, ma come sempre rappresenta il solito fumo negli occhi e la solita scopiazzatura, alla faccia del rinnovamento, delle vecchie giunte Domenici".

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LA BUFALA DEI MINARETI...


DA NO REPORTER

Svizzera: come t'indirizzo al nulla e ti castro chirurgicamente ogni reazione all'immigrazione...

Innanzitutto i dati e i commenti ufficiali, da adnkronos:
La Svizzera dice 'no' alla costruzione di nuovi minareti in aggiunta ai quattro già esistenti. Secondo i risultati ufficiali del referendum che si e' svolto oggi nella Confederazione, il 57,5% degli elettori - a sorpresa rispetto alle previsioni della vigilia - si è espresso contro.
A larga maggioranza i cittadini svizzeri hanno deciso oggi di vietare la costruzione dei minareti, ma non l'esportazione di materiale bellico. Stando ai risultati definitivi, il finanziamento speciale del traffico aereo è inoltre stato approvato chiaramente. A dispetto dei sondaggi, l'iniziativa contro l'edificazione dei minareti in Svizzera è stata sostenuta dal 57,5% dei votanti. A contribuire al risultato sorprendente vi e' probabilmente l'elevata partecipazione al voto, che ha raggiunto quasi il 54%.
In Ticino la modifica costituzionale è stata accolta dal 68%, nei Grigioni dal 58,6%. Soltanto quattro cantoni hanno optato per il 'no': Ginevra, Neuchatel, Vaud e Basilea città. Col testo accolto oggi, sono diciassette le iniziative approvate dal popolo e dai cantoni dal 1891. Per l'Unione democratica di centro (Udc), si tratta della quinta vittoria 'solitaria' alle urne negli ultimi cinque anni contro gli altri partiti di governo.
Come previsto e già successo nettamente nella votazione del 1997, l'iniziativa contro l'esportazione di materiale bellico non ha raccolto una maggioranza: ha detto 'no' il 68,2% dei votanti. Tutti i cantoni hanno respinto il testo: in Ticino il tasso di contrari è stato del 62,4%, nei Grigioni del 67,9%. Per quanto riguarda il finanziamento speciale del traffico aereo, il decreto federale non ha suscitato grosse discussioni: ha detto 'sì' il 65% dei votanti. Tutti i cantoni hanno accolto la modifica costituzionale: in Ticino i favorevoli hanno raggiunto il 63,3%, nei Grigioni il 65,4%.
Dall'Italia il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri commenta: "Anche la paziente Svizzera si è stancata del dilagare di immigrazione e Islam. Lo conferma l'esito del referendum sui minareti. Anche in Italia dobbiamo proseguire nella politica del rigore. E' un nostro pieno diritto".
Esulta anche la Lega. ''Ancora una volta dalla vicina Svizzera viene lanciato un esempio di democrazia a tutta l'Europa - afferma il deputato della Lega Nord, Marco Rondini - Un esempio che dovremmo recepire anche nel nostro Paese, dando subito corso alla proposta di legge Cota-Gibelli sulla regolamentazione dei luoghi di culto non cristiani, che fra le altre cose prevede l'obbligo di un referendum consultivo di fronte a qualsiasi richiesta di costruzione di nuove moschee''.
Sendo Rondini ''i nostri 'cugini' svizzeri hanno lanciato un importante segnale contro l'islamizzazione del Vecchio continente. Una deriva strisciante, che va arginata. Perché dove sorge un minareto, non si erige solo una torre. A tal proposito vale sempre la pena ricordare uno slogan caro al premier turco Erdogan: i minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito. E pensare che il primo ministro di Ankara sarebbe un moderato...''

Ma vediamo che significa di fatto tutto ciò: di NOREPORTER
Fantastico esempio di come s'indirizza verso il nulla - e quindi si castra chirurgicamente - il fastidio popolare. Perché se a frenare e a rendere sterile il malumore non bastasse già l'identificazione artificiale tra immigrazione e Islam con la consequenziale mobilitazione isterico/parolaia per lo “scontro di religione”, il risultato di questo referendum andrà ben oltre nel rendere impotenti i cittadini elvetici.
Mobilitati ad arte contro castelli d'aria, gli svizzeri hanno infatti votato contro l'obiettivo che è stato loro presentato; infatti hanno deciso che non si costruiranno più minareti, non di certo che si chiuderanno le moschee. Insomma è una pagliacciata anche se letta acriticamente all'interno del presunto scontro di religione, che nella fattispecie si è ridotto a pure questioni formali, irrilevanti e marginali: un vero e proprio fuoco d'artificio all'insegna della rodomontata e del flop.
E' come se, per fare un'analogia, ripetto ad un fastidio popolare per l'invasione americana si fosse decretata plebiscitariamente non la chiusura delle basi Nato o un cambio degli accordi economici e militari con Washington bensì l'obbligo per i marines di non cantare a squarciagola durante le ore notturne.
In soldoni questo significa che quando, tra breve, tutti gli svizzeri si accorgeranno che la drammatica situazione migratoria non solo non sarà migliorata ma sarà peggiorata, insieme alla frustrazione sentiranno un senso d'impotenza e di resa.
Fantastica prova dei mangiafuoco. Lo “scontro di civiltà” serve d'altronde a rendere sempre più massiccio il fenomeno migratorio proprio perché dà un senso d'inutilità della mobilitazione a chi, schierato sempre e solo a quadrato del nulla, non saprà mai cosa fare realmente. La psicosi della guerra civile interna e dell'aggressione esterna, unici elementi che resteranno sullo sfondo quando sfumerà la mobilitazione demagogica e virtuale, non faranno altro che rafforzare l'oligarchia impopolare e incompetente e indebolire anche psicologicamente la vitalità europea a tutto - e solo - vantaggio atlantico.
Vediamo chi vorrà fare come gli svizzeri: i capponi che per un istante si credono galletti, ignari che lo ha deciso il cuoco e che finiranno, castrati anch'essi, allo spiedo.

lunedì 30 novembre 2009

CASAGGì CINEFORUM - "LORD OF WAR"

Casaggì Cineforum, ogni lunedì ore 21.30 in via Maruffi, 3

Nobel e Obama

DA: "EURO-SYNERGIES"

La notizia che il presidente degli Stati Uniti, notoriamente una “nazione pacifica” e tutta votata al “bene dell’umanità”, sarebbe il prossimo candidato a riceve il Nobel per la pace, ha dell’incredibile se non del ridicolo, mentre i media Occidentali tacciono in modo connivente, chi parla invece è il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Chavez Frias, che si dice indignato perché Obana non ha alcun requisito per meritarlo. Rispetto a Bush cambia il colore della pelle ,ma non la sostanza è la medesima.
Come al solito Chavez non usa mezze parole per definire l’ennesima messa in scena mediatica, che accompagna oramai da anni il carrozzone legato al Nobel per la pace, che se nelle intenzioni del suo fondatore doveva essere un riconoscimento importante, frutto di scelte imparziali, oramai ha ben poco dello spirito originario ed oggi rappresenta solo l’ennesima presa in giro finalizzata a dare credito a coloro che sono strettamente funzionali al potere atlantico e mondialista.
“Hugo Chavez si chiede” che cosa abbia fatto Obana per meritare il Nobel”: ha forse operato per il disarmo nucleare? Ha per caso chiesto l’immediato ritiro delle truppe Usa dai teatri operativi iracheno( 124.000 soldati) e afghano(65.000 di cui 13.000 inviati in queste ore senza alcun annuncio da parte della Casa Bianca) ,e riguardo alle nuove basi Usa in territorio colombiano, una diretta minaccia al Venezuela e a tutta l’America Latina non allineata ai diktat di Washington, forse il presidente Usa si è detto contrario?” Nulla di tutto questo possiamo starne certi è avvenuto,l’establishment che lo ha eletto e che lo dirige a distanza è quello di sempre e gli obiettivi non sono mai cambiati fin dalla nascita degli Stati Uniti: il controllo e lo sfruttamento degli altri popoli.
Che la protesta giunga proprio dall’America Latina e da quello che attualmente rappresenta il suo uomo più rivoluzionario, non ci deve sorprendere,perché è proprio questo continente ad aver pagato il maggior tributo di sangue, miseria e sfruttamento negli ultimi cinquant’anni causato dalla “ politica di rapina” nei confronti delle proprie risorse naturali ad opera delle multinazionali statunitensi, che si sono sostituite a quelle britanniche . Un’opera di destabilizzazione continua, operata di concerto con le “oligarchie” locali che mai hanno smesso di intrecciare i propri interessi con quelli delle potenze di turno dominanti nell’area.
La presenza degli Stati Uniti in America Latina è dettata dalla sete di materie ,che l’industria della potenza capitalista necessita per il suo sviluppo e senza le quali non avrebbe potuto svilupparsi in modo poderoso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma nel contempo queste ultime debbono essere a buon mercato, a prezzi quasi stracciati,perché solo così i profitti derivanti dalla trasformazione di esse in prodotti finiti possa essere massimizzato.
Seguendo l’esempio britannico ,l’altra potenza liberale, che considerava il Sud America solo un grande mercato dove esportare quello che la sua industria manifatturiera produceva dalla trasformazione delle ricchezze naturali sottratte a basso costo, gli Usa si diedero da fare per controllare con ogni mezzo il rame, l’oro, il ferro, il petrolio, il caffè ed il cacao, lo zucchero, il gas naturale ecc. di cui il terreno del continente posto a Sud del Rio Bravo abbonda con l’aggiunta di un clima favorevole che facilita ogni genere di coltivazione. Costrinsero così gli stati Sud Americani, retti da governi fantoccio e con l’onnipresente oligarchia parassitaria, alla “monocultura”, all’”abolizione di ogni forma di protezionismo economico”, alla “ totale liberalizzazione dell’economia”,così da essere più facilmente preda degli avvoltoi del cosiddetto libero mercato, alla “libera circolazione dei capitali a senso unico verso l’esterno”, a l’”imposizione di tasse sui prodotti locali”, che così gravati da imposte risultavano meno concorrenziali di quelli esteri. General Motors, Uniteted Fruit Company, Ford, Exxon, Morgan Stanley,Bank of America,US Stell Company,Anglo-American,AT&T ed altre grandi corporation si gettarono così a capofitto su quello che tranquillamente si può definire il continente più ricco della terra. La terra dell’America Latina può sfamare senza problemi le sue popolazioni, i minerali sono in tale abbondanza che possono fornire la base per qualsiasi industria,il petrolio ed il gas naturale sono presenti quasi ovunque in abbondanza, sia in terra che in mare, così come sono cospicue le riserve d’acqua dolce, legname, flora e fauna.
L’Amazzonia rappresenta una fonte quasi inesauribile di acqua dolce , assieme alla Patagonia , e le sue biodiversità non temono rivali a livello globale, e infatti sono già entrate nel mirino degli Stati Uniti ( le recenti basi installate in Colombia sono vicine proprio al bacino del Rio delle Amazzoni), mentre i capitali di Gran Bretagna e Israele puntano al Sud del continente, lasciato sguarnito dalle Forze Armate Argentine dopo la sconfitta delle Malvinas e che l’attuale governo non pare intenzionato ad arginare sufficientemente. Cedere territori ricchi in cambio di denaro oggi, vuol dire perderne il controllo e sottrarne le possibili risorse alla nazione un domani.
Ma tutto questo non potrebbe, come già accennato, accadere senza la connivenza delle oligarchie presenti nei vari stati latino americani,che non hanno mai smesso di avere rapporti diretti con quelle anglosassoni, un rapporto che ha reso vane le varie rivoluzioni nazionaliste e socialiste, attraverso cruenti colpi di stato militari, dure repressioni di ogni forma di dissidenza , svendendo così la sovranità nazionale in cambio di effimeri vantaggi economici personali. Il presidente della Colombia Uribe può benissimo capeggiare l’attuale classifica, uomo del Dipartimento di Stato Usa, della Cia , legato al narcotraffico,si è arricchito sulla pelle del popolo colombiano, che è tra i più poveri della regione.
Oggi la situazione sia pur lentamente,si presenta in via di evoluzione in senso favorevole ai popoli del continente Sud Americano, che vedono intravvedere un luce nuova da ciò che sta avvenendo in Venezuela, Bolivia ed Ecuador, che aderiscono al progetto politico ALBA, un ‘ alleanza politica di contrasto all’ingerenza Usa e di ogni altra forma d’intromissione negli affari interni dei singoli Stati.
Anche il Brasile si sta avvicinando, sia pur con un approccio da possibile potenza continentale( interessanti i progetti di cooperazione militare sviluppati con la Francia che prevedono la costruzione di un sottomarino nucleare a difesa dei giacimenti petroliferi off shore), mentre l’Argentina pare ancora per certi aspetti ibernata in una specie di limbo a cui l’ha confinata la sconfitta nella campagna per le isole Malvinas, i lunghi anni di feroce dittatura militare e le privatizzazioni volute dal governo Menem. Tutto questo cozza con le migliori aspirazioni socialiste e nazionaliste dell’ala più squisitamente peronista dell’attuale governo, quella che vorrebbe attuare a tutto campo quelle riforme sociali e di politica nazionale che già Peron introdusse nei dieci anni di governo, e che furono sotto ogni punto di vista quanto di meglio l’Argentina abbia avuto dal 1945 ad oggi.
IL RUOLO DELLE OLIGARCHIE SUD AMERICANE E DELLA CHIESA CATTOLICA
Per capire appieno come è stato possibile da parte prima della Gran Bretagna( in precedenza anche Spagna e Portogallo) e poi dagli Stati Uniti penetrare in profondità nel tessuto economico e politico degli Stati dell’America Latina, è necessario analizzare il ruolo avuto in tutto questo processo da parte delle onnipresenti oligarchie locali, la vera quinta colonna di chi ancor oggi ha mire di dominio e di sfruttamento sui popoli del continente.
Esse hanno da sempre cercato di massimizzare i profitti attraverso l’esportazione delle materie prime di cui abbonda il suolo latino americano, oro, argento, ferro , rame, a cui in varie epoche si aggiunsero il caffè, il cacao, lo zucchero, il salnitro, il guano e poi il petrolio. Tutto questo produceva immense fortune a chi ne possedeva il controllo, ma al tempo stesso non era controbilanciata dalla crescita di una adeguata industria manifatturiera che potesse utilizzare le ricchezze locali, . La ricchezza così prodotta veniva dilapidata rapidamente, creando nei secoli una totale dipendenza dall’estero, che ha letteralmente inondato con i propri prodotti finiti i mercati Sud Americani, mentre nel contempo la popolazione non riceveva che le briciole dagli enormi profitti ed era costretta a subire l’ingresso delle multinazionali, delle banche dei capitali stranieri e di forme di sfruttamento sul lavoro che perdurano tutt’ora in molte realtà. I grandi proprietari terrieri, l’alta borghesia non seppero e non vollero fare quello che invece altrove , come negli Stati Uniti era avvenuto: trasformarsi da colonie in Stati indipendenti con un ‘economia protetta, con industria e agricoltura capaci di competere con le ex potenze coloniali, reinvestendo al proprio interno i capitali guadagnati per accrescere il livello industriale ed agricolo. In questo modo mentre una ristretta cerchia di persone si arricchiva sempre più, e tesseva legami sempre più stretti con i ricchi delle potenze dominanti in cambio di un effimero potere sui propri Stati, si continuava a vivere come se nulla fosse cambiato in una sorta di rassegnazione che vedeva sempre i medesimi soggetti comandare, sperperare immense fortune ed impertare anche il superfluo; e gli altri, il popolo, subire, arrivando al paradosso che per sedare le rivolte che alla fine scoppiavano, erano chiamati gli stessi “compatrioti in divisa” da tempo sul libro paga degli sfruttatori anglosassoni. Come non ricordare la rivolta scoppiata in Cile contro gli inglesi ,rei di sfruttare a loro uso e consumo l’ingente disponibilità di salnitro, importante concime , ebbene la ribellione venne schiacciata nel sangue grazie proprio all’intervento dell’esercito cileno, la stessa cosa si ripeté nella Patagonia argentina, dove i generali repressero duramente la popolazione locale che si opponeva alla penetrazione economica britannica, e da questi ultimi ringraziati…fino ad arrivare a tempi più recenti con il golpe contro Peron e Allende , con quest’ultimo che aveva osato nazionalizzare le miniere di rame, vitali per l’economia Usa, questa volta il servo di turno si chiamava Pinochet, per finire poi con le varie varie giunte militari in Argentina,macchiatesi di crimini di massa, ma sempre funzionali al grande capitali straniero che controlla ancor oggi larghe fette di questa economia.
Non va dimenticata infine l’opera di appoggio e connivenza operato dalla chiesa cattolica, che nei suoi vertici ha da sempre appoggiato ogni forma di oppressione, stringendo uno stretto legame con il tiranno di turno. Il recente golpe in Honduras ne è la riprova, con l’immediato riconoscimento operato dalla locale chiesa al burattino di Washington Micheletti. In passato mai una volta il Vaticano è intervento per condannare gli omicidi compiuti in Argentina dai vari Lanusse e Videla, così come un ruolo di primo piano ricoprì la chiesa argentina nell’abbattimento di Peron.
Oggi assistiamo ad una nuova fase della storia di questo continente, in un mondo fino a ieri unipolare, con la potenza egemone Nord Americana costretta sulla difensiva in Medio Oriente nell’impasse afghana e irachena. Il cosiddetto “cortile di casa degli Usa” ,l’America Latina,si sta destando, anche grazie alle nuove alleanze con le potenze Euroasiatiche come la Russia di Putin e Medvedev , la Cina , l’India e l’Iran, che stanno stringendo accordi economici di importanza strategica, ed al tempo stesso disinteressate ad ogni possibile intromissione politica nel continente Sud Americano. Si sta probabilmente andando verso un mondo multipolare, strada facilitata anche dalla attuale crisi economica, che ha investito le economia liberiste. La strada non sarà facile né breve perché gli Usa non accetteranno facilmente un loro ridimensionamento globale,anche a costa di una guerra dalle conseguenze incalcolabili, ma la storia insegna che per ogni potenza c’è dopo il momento della crescita e della stabilità, quello del declino, così fu per le grandi civiltà del passato, così sarà anche per chi, come gli Stati Uniti, non lasceranno che un pessimo ricordo di se stessi.

Di Federico Dal Cortivo

domenica 29 novembre 2009

CASAGGì RINGRAZIA...

E’ andata bene ieri sera. Una gran folla ha riempito Casaggì, costringendo molti ospiti ad ascoltare il concerto dal giardino senza riuscire a vedere il palco allestito all’interno. Un freddo cane, ma tanta voglia di farsi sentire.



La serata in tributo a Yukio Mishima, scrittore e uomo d’azione di un Giappone ormai scomparso, è stata un grande momento di cultura e di Comunità, corredato da facce giovani e meno giovani e da generazioni diverse unite da quel movimentismo che Casaggì ha saputo riportare in vita in una città morta. Nessuno ci avrebbe mai creduto, ma è un dato di fatto.



Un filmato commovente ha accompagnato la magnifica interpretazione di Paolo Bussagli e la fantastica musica di Skoll, ormai annoverato tra gli autori di spicco della musica non conforme italiana. Canzoni e parole di lotta, di vita e di militanza. di Tradizione e di rievocazione. Canzoni per chi non si arrende, stretto e affiancato dai propri fratelli, in momenti che difficilmente dimenticheremo. Canzoni per noi ed anche per gli altri.



Ma la serata era anche un momento di festa per la recente conquista della Consulta Provinciale degli studenti, traguardo raggiunto dopo anni di sforzi e di sacrifici. Ma tutto è stato ampiamente ripagato dalle tante facce nuove che si sono avvicinate e si avvicinano al nostro mondo militante con interesse ed entusiasmo. E’ stato anche un momento di solidarietà per Jacopo e Gabriele, i due ragazzi aggrediti in settimana durante un volantinaggio nella facoltà di Lettere, dai soliti eroi in soprannumero.



Ringraziamo tutti i ragazzi che, armati di sacco a pelo, hanno fatto centinaia di chilometri per essere con noi. Ringraziamo Paolo Bussagli e Skoll per la magnifica serata, la passione e la qualità dello spettacolo messo in piedi. Ringraziamo chi c’era e chi ha lavorato all’organizzazione dell’evento.



Sursum corda!

Storia di un militante

Di un militante di Azione Studentesca/Casaggì

Dalla morte di Sergio Ramelli sono ormai passati più di trent' anni, eppure davanti all' entrata delle scuole, per i corridoi e nelle aule di esse, c' è chi non è ancora libero di esprimere il proprio pensiero politi, di desrivere la propria visione del mondo, di avere un' identità nazionale, di essere insomma, se stesso, e viene chiamato razzista, fanatico, fascista picchiatore, addirittura io sono stato chiamato da un ragazzo a scuola, che neanche mi conosceva, elemento del sistema, il solito sistema che quotidianamente, svuotando i cestini della sede, facendo volantinaggio, partecipando alle manifestazioni, facendo quindi militanza, cerco di cambiare.Chi come me manifesta idee di nazionalismo, di diversità tra i popoli e tra le persone, chi crede in un' identità nazionale e la sente forte dentro di se, chi sogna un' Europa che non sia delle banche e dei suoi aguzzini, ma dei popoli e delle loro tradizioni, chi, ancora come me, crede che il mondo non debba essere materialista e che la scienza debba avvicinarsi ai dogmi e ciò perchè non siamo solo un conglomerato di materia organica, ma soprattutto anima e pensiero, chi è come me, insomma, viene spesso oppresso dalle professoresse e dai professori, trattati diversamente dai presidi ed emarginati dai compagni.Lottare contro chi cerca di monopolizzare la società, imponenedo le propie idee, il loro stile, creando una forma di uguaglianza che non è eco di libertà, perchè essi creano "UOMINI AUTOMA", elementi "OMOLOGATI" per il sistema ce vogliono creare.lottare contro tutto ciò, prendendo 5 ai compiti in classe di professori e professoresse che non la pensano come me, venendo etichettato e rischiando di essere messo in mezzo dai ragazzi che non sanno più come fronteggiare ciò che, con la mia comunità divulgo nelle scuole, nelle piazze e negli organi scolastici, è il modo che ho scelto per far si che le cose cambino e per fare in modo che, chi frequenterà la scuola dopo di me non debba più soffrire ciò che ha sofferto chi come Sergio he scelto di concretizzare un sogno che ha.

Io sono uno stragista...

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Ero già arrabbiato, l’altra mattina… Sì, una di quelle giornate senza capo né coda, dove tutto, in genere, sembra ineluttabilmente andare di traverso e, qualche volta, perfino verso il peggio.
Insomma, ero talmente adirato e furioso con il mondo, l’altro giorno, che mi sono detto: qui ci vuole una strage!
Mi debbo vendicare dell’insieme dei soprusi che subisco ogni giorno. E per farlo – ho mugugnato tra me e me – potrei organizzare una bella mattanza generalizzata. Non so, di tipo polpottiano-comunista o gulagghico-sovietica…
Poi, rimessomi a pensare alla soluzione di certi miei problemi, mi sono momentaneamente distratto.
Sommerso, però, fino al collo, all’interno dell’inestricabile giungla del traffico quotidiano, mi sono rimesso a “pensare nero”.
E no, così non può continuare. Qui, ci vuole davvero un bel massacro. Una strage seria, moderna, democratica. Uno sterminio coi fiocchi! Mica come quello che ordinariamente viene attribuito a quello squilibrato di Hitler che, per farla più completa, risparmiò le armati inglesi, a Dunkerque, per non rischiare di umiliare i suoi “fratelli di razza” (sic!).
Nooooooooo!!!
Lo sterminio che debbo fare io, deve essere totalmente antirazzista, globalizzante ed al passo coi tempi.
Vediamo. Tanto per cominciare, potrei iniziare con l’avvelenare l’acqua potabile. Soprattutto, per costringere la gente a bere esclusivamente l’acqua che dico io. Ma questo, non mi sembra originale. Tanto più che lo hanno già fatto.
Che fare, allora: spalmare l’antrace sui soldi? Gia fatto anche quello, mi sembra!
Un’idea più feroce e squinternata… Ad esempio, far mangiare la carne agli erbivori e gli erbivori agli uomini, per vedere (di nascosto…) l’effetto che fa.
Anche questa, però, se ben ricordo, l’hanno già attuata con l’epidemia della “mucca pazza”. E, poi, non tutti sono carnivori. Ed i bambini, in definitiva, potrebbero salvarsi.
A ben pensarci, potrei innestare il Dna dello scorpione nel grano, mischiare la paglia all’erba radioattiva, produrre degli animali le cui zampe non toccano mai il suolo, vendere la carne a mezzo mondo e, le ossa, farle mangiare ad altri erbivori… Bell’idea, questa. Purtroppo, però, pure quella, mi sembra, che sia stata già pensata da quella multinazionale… muhh, non mi ricordo. Come si chiamava?
Non importa. Per una bella strage di bambini, ad esempio, potrei avvelenare il latte con la diossina o con la melanina; corrompere qualche “controllore” che vuole la casa al mare e, “finanziando” la pubblicità sui giornali, nascondere la notizia per due o tre mesi… Giusto il tempo per vedere i risultati. Ma anche quest’idea – ho l’impressione – che sia stata già ampiamente sorpassata dall’attualità. Peccato!
Un’altra idea, potrebbe essere, quella di convincere la gente che la propria autodistruzione è conforme all’interesse generale ed al bene comune. Tipo, far lavorare gli uomini, sino a rimbecillirli, poi metterli in concorrenza con le loro donne, magari per abbassare il costo del loro lavoro e spremerli sempre di più. Ed a quel punto, farli scannare tra di loro. Niente matrimoni, tanti divorzi, figli fatti solo in provetta, ecc. Poi, stacco la spina e, nell’arco di una generazione, alles kaputt… Tutti morti!
Sì ma, tra i miei simili, ci sono pure gli scansafatiche ed i fannulloni… Come fare, allora, per eliminare anche questi ultimi?
E come fare, con quei testardi che non comprano i quotidiani o si accaniscono a non voler seguire la “verità omogeneizzata” dei telegiornali? Quelli lì, continuerebbero comunque a riprodursi…
No, qui ci vuole qualcosa di lento ma, rapido. Di atroce ma, non violento. Democratico ma, alla maniera mia. Alla portata di tutti ma, comprensibile a pochi.
Ecco, ho trovato! Metto il fluoro nel dentifricio. Lo spaccio per sbiancante. Invece, è un debilitante per la mente.
Certo, ci vorrà del tempo per produrre gli effetti desiderati ma, è una bella idea.
E no, non lo è affatto! Prima o poi, infatti, potrebbe essere scoperta e messa al bando, come hanno fatto per l’amianto.
Che volete: ci vorrebbe qualcosa di più popolare… Una guerra per la Patria? Sorpassata… Una bella rivoluzione, per l’affermazione dei diritti della “classe operaia”? Vecchia ed inflazionata anch’essa! E, poi, dove la piglio, io, oggi, la “classe operaia”?
Cacchio, è veramente un problema, organizzare una strage!!!
Ma dico. E se decidessi di operare coi vecchi sistemi di una volta? Tipo, lo sterminio degli Indiani d’America? Poco moderna, come idea, me ne rendo conto… Ma sempre efficace.
Che dite, sarebbe meglio cremare due o tre milioni di persone, con la scusa delle lampade abbronzanti? Si ma, tre milioni di persone cremate, equivarrebbe a quintali e quintali – che dico… tonnellate! – di ceneri. E dove le metto? Senza volerlo, s’innalzerebbe il livello del suolo, come minimo, di qualche metro. No, non va bene.
Ecco ci sono. Mi compro l’insieme delle fabbriche farmaceutiche. Convinco o faccio convincere gli Ospedali a farsi pagare proporzionalmente ai farmaci che prescrivono e fanno assumere o alle operazioni chirurgiche che essi stessi sono in grado di realizzare. Metto in commercio tanti medicinali assurdi e complicati. A quel punto, che lo vogliano o non lo vogliano, i medici – per errore o per guadagnare di più – fanno una strage “occulta” ed “indolore”, in nome e per conto mio.
In altre parole, la gente va per curarsi ed inconsapevolmente accetta di farsi uccidere per mantenere il giro d’affari degli Ospedali. Bellissimo, bellissimo…. muh… Ma i sani? Come fare con i sani?
Che stupido che sono. Potrei associare all’acquisto delle farmacie, l’acquisto delle industrie alimentari. Avveleno i cibi con grano adulterato o mischio escrementi di topo con formaggio fresco ed il gioco è fatto.
Chi mai mi dirà nulla? E, poi, se mi scoprono, al massimo potranno dire: “L’ha fatto per guadagnare di più, poverino… Con i costi della mano d’opera ed i Cinesi che incalzano sui nostri mercati, che doveva fare? O uno pensa a guadagnare o tiene conto della salute della gente. Mica si può avere tutto dalla vita!”.
Ecco cosa penseranno. Si ma, non basta. Ci vuole qualcosa che possa andare nel profondo, che stermina la volontà delle persone.
Se muoiono tutti, però, io chi sfrutto?
In pratica, da un lato ci vorrebbe una strage, per ricordare agli uomini che possono morire senza il mio aiuto, e dall’altro, ci vorrebbe qualcosa che li possa volontariamente spingere al suicidio passivo, allo sfruttamento volontario ma, inconsapevole.
Sembra facile fare uno sterminio…
Essendo, la nostra, una società dell’opulenza, potrei – ad esempio – agire con i condimenti. Potrei mischiare l’olio d’oliva, con qualche olio letale. Corrompo l’”Ente” di turno e via… Chi controlla i condimenti? Ma anche questo, purtroppo, se non erro, l’hanno già fatto!
E, poi, essere scemo è una cosa, scimmiottare o scopiazzare né è un’altra!
Ecco la novità. L’avevo sulla punta della lingua: li faccio, tutti, auto-sterminare. Li convinco al “suicidio” collettivo. In pratica, li persuado che siamo tutti uguali, che tutti hanno diritto a tutto, che tutto deve essere disponibile per tutti. Indico loro dei modelli di vita praticamente irraggiungibili. I miei consimili, per sperare di poterli raggiungere, saccheggeranno la Terra. E come banali ed ottusi conigli su un’isola deserta, dopo aver divorato l’ultimo filo d’erba, saranno tutti destinati a scomparire.
Questa sì che è una bella strage moderna, al passo coi tempi!
Voi direte: ma tu che ci guadagni?
Voi pensate sempre al danaro… Certe cose, miei cari, si possono pure fare per un esaltante ideale…
Pensate, ad esempio, alla soddisfazione di poter essere più bravi ed efficaci dei Liberali!



Di Nando Dicè

sabato 28 novembre 2009

E' stato un parto

DA: "AZIONE TRADIZIONALE"

A nove mesi di distanza dalla “strage di Gaza”, quando ormai gran parte dell’opinione pubblica ha buttato nel dimenticatoio il ricordo dei feroci attacchi subiti da quelle popolazioni inermi, l’ONU ha approvato il “Rapporto Goldstone” pronunciando la sentenza che accusa lo stato d’Israele di “Gravi violazioni dei diritti umani”.
Tra gli oppositori a tale sentenza si annovera il Governo Italiano che, attraverso un voto negativo all’adozione del suddetto Rapporto, ha inteso rinnovare il patto di fedeltà e amicizia verso l’asse USA-Israele, un’amicizia che negli ultimi tempi aveva subito dei lievi raffreddamenti a causa degli importanti accordi commerciali ed economici stipulati il nostro paese e la Russia.
GERUSALEMME — Criminale di guerra. E contro l’umanità. Per avere fatto un uso sproporzionato della forza. Per le violenze a Gerusalemme Est. E aver inflitto una punizione collettiva ai palestinesi di Gaza. Venticinque palline bianche impallinano Israele, al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Venticinque sì che adottano le 575 pagine del Rapporto Goldstone e, dopo nove mesi, mettono al mondo la prima sentenza su quei 22 giorni di bombe dell’operazione Piombo Fuso: «Una grave violazione del diritto umanitario internazionale». Il pronunciamento, del tutto scontato, stabilisce che i 10 mila documenti allegati, le 1.200 foto, le 200 interviste, i cinque mesi d’indagine del giudice sudafricano Richard Goldstone e dei suoi collaboratori, un’inglese, un irlandese e una pakistana, tutto questo è credibile. E dice che Israele deve presentare una sua inchiesta altrettanto credibile, entro sei mesi. Altrimenti, il Consiglio di sicurezza discuterà d’un vero processo internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
IL RAPPORTO - Il Rapporto per la verità contiene accuse anche a Hamas, per le violazioni dei diritti nella Striscia, l’uso di scudi umani e gli oltre 10 mila razzi Qassam lanciati in dieci anni sulle città del Sud israeliano. Ma di questo, la sessione ginevrina dell’Onu s’è occupata solo a margine: il documento d’azione punta il dito soprattutto sui 1.300 morti della guerra, indicando per Hamas un generico obbligo d’indagare. Lo stesso Goldstone, che è d’origine ebraica e ha ricevuto violenti attacchi dalla destra israeliana, se n’è lamentato: «Questa risoluzione mi rattrista: si riferisce solo alle accuse contro Israele. Non c’è una frase che condanni Hamas, com’è invece nel mio rapporto». Giustizia è quasi fatta, esultano i palestinesi: «L’importante è che queste parole si traducano in maggior sicurezza per noi» (Nabil Abu Rdeneh, portavoce di Abu Mazen); «speriamo che questo voto porti a un processo degli occupanti sionisti» (Taher Al Nounou, Hamas). È un premio al terrorismo mondiale e una minaccia al processo di pace, avverte il governo Netanyahu: «L’esercito israeliano ha usato i guanti di velluto sui civili di Gaza» (Eli Yishai, ministro dell’Interno); «Chi ha votato sì sappia che la prossima volta toccherà alla Nato in Afghanistan o ai russi in Cecenia».
SCHIERAMENTI - Numeri e dichiarazioni non spiegano ogni cosa, però. Innanzi tutto perché Netanyahu temeva un risultato peggiore: le febbrili consultazioni degli ultimi giorni hanno evitato che ai 25 scontati sì di Cina e Russia, Paesi arabi e islamici, s’aggiungessero anche i voti di tutta l’Unione europea, del Giappone, della Sud Corea. Invece, oltre ai 6 no traghettati da Stati Uniti e Italia, sono spuntate 11 astensioni, e pure da Paesi tradizionalmente antisraeliani come Norvegia o Belgio. «Che si schierassero contro di noi Djibuti o il Bangladesh — confida l’ambasciatore israeliano a Ginevra, Aharo Leshno-Yaar —, lo sapevamo. La nostra paura era che si schierassero anche gli altri ». Non è accaduto. O meglio, non in misura massiccia. Un po’ perché solo gli Usa avevano criticato apertamente il Rapporto, ma solo Londra l’aveva difeso. Un po’ perché la stessa Autorità palestinese aveva spinto per un rinvio del voto (c’è in ballo il processo di pace e la mediazione di Obama), salvo ripensarci per le proteste di piazza. E poi perché a Ginevra sapevano benissimo tutti che questo voto non porta a granché: in Consiglio di sicurezza, basterà il veto Usa a farlo rimanere un’impallinata a salve, o poco più. «È vero, sono solo 25 palline — dice Ahmed Tibi, deputato arabo della Knesset —. Ma servono a contare il nostro onore».

STASERA RECITAL E CONCERTO PER MISHIMA!

Stasera a Casaggì dalle 21 va in scena il Tributo a Mishima. Recital di Paolo Bussagli e concerto di Skoll aperto a tutti.

Un momento comunitario e culturale per festeggiare la vittoria alla consulta degli studenti e per esprimere la nostra solidarietà ai due militanti aggrediti in settimana durante un volantinaggio.

CASAGGì FIRENZE - VIA MARUFFI 3

venerdì 27 novembre 2009

Torselli (Pdl): "Cambiamo nome alle ‘Cinque vie’ in ‘Quattro strade’, la quinta è sparita"

"L'amministrazione comunale dovrebbe provvedere a cambiare presto il nome della frazione del Comune di Firenze delle 'Cinque Vie' in 'Quattro Strade' visto che la quinta via, via Piazza Calda, è praticamente sparita". Lo affermano il consigliere comunale del Pdl Francesco Torselli e il consigliere circoscrizionale Paolo Poli, capogruppo del PdL al Quartiere 3.

"La quinta via infatti - spiegano i due - è praticamente sparita. Anzi, peggio ancora, da un nostro sopralluogo appare chiusa da due cancelli che di fatto trasformano la strada in uno spazio annesso ad un'abitazione privata della zona. Via Piazza Calda era l'antico vicolo pedonale che congiungeva le Cinque Vie con la parrocchia di Santa Margherita a Montici, usata dai fedeli per raggiungere la chiesa evitando il lungo tracciato da via Benedetto Fortini. Purtroppo oggi la strada risulta chiusa da un cancello ed una parte di essa è di fatto entrata a far parte della proprietà di una casa privata della zona".

"Chiediamo - continuano i due consiglieri di centrodestra - che l'amministrazione comunale faccia luce su questa situazione poiché l'essere un piccolo vicolo pedonale quasi in disuso non giustifica l'appropriazione da parte di un soggetto privato, senza considerare l'importanza che questa strada riveste per gli abitanti della frazione".

"A tal proposito - concludono Torselli e Poli - abbiamo presentato un'interrogazione in consiglio comunale per far luce sulla situazione della strada; se il Comune ed il Quartiere non sapranno fornirci le informazioni necessarie a far luce su questa vicenda, proporremo di cambiare nome alle 'Cinque Vie' in 'Quattro Strade'"

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Principe Eugenio

DA: "AZIONE TRADIZIONALE"
Nell’anniversario della nascita, proponiamo la lettura di un articolo sulla figura del Principe Eugenio.

Eugenio di Savoia, noto come Principe Eugenio (Parigi, 18 ottobre 1663 – Vienna, 21 aprile 1736), è stato un generale sabaudo, principe di. Savoia-Carignano e conte di Soissons.
Sebbene fosse un rampollo della famiglia dei Savoia, militò giovanissimo al servizio degli Asburgo, intraprese la carriera militare divenendo ben presto comandante dell’esercito imperiale. È da molti considerato l’ultimo dei capitani di ventura; fu anche un abile riformatore dell’esercito austriaco, vero precursore della guerra moderna. Conosciuto anche come il “Gran Capitano”, combatté la sua ultima battaglia a 72 anni. Fu uno dei migliori strateghi del suo tempo e con le sue vittorie e la sua opera di politico assicurò agli Asburgo e all’Austria la possibilità di imporsi in Italia e nell’Europa centrale e orientale.

[da Wikipedia]

Eugenio di Savoia - di Julius Evola
È cosa singolare che la popolarità, di cui la figura del principe Eugenio di Savoia gode tuttora nell’Europa centrale e soprattutto in Austria non abbia quasi affatto riscontro in Italia, ove, se si prescinde da ambienti ristretti di storici e di tecnici dell’arte militare, ben poco si sa di lui. Eppure noi qui ci troviamo dinanzi non soltanto ad uno dei più nobili esponenti della stessa stirpe della nostra Casa regnante, ma altresì dinanzi ad un uomo che presenta in larga misura i caratteri di un simbolo: di un simbolo proprio oggi particolarmente significativo.
Infatti in Eugenio di Savoia si è dimostrata la possibilità di un’integrazione dell’elemento italiano e latino con quello germanico, assumente senz’altro un valore europeo. Dopo il Medioevo dantesco e ghibellino, il principe Eugenio è una delle poche figure, nelle quali è apparso chiaro ciò che un tale incrocio può significare ai fini, appunto, di un’idea supernazionale occidentale, legata al simbolo dell’impero. Nato dal ramo dei Savoia Carignano, apparentato con la casa reale di Francia, il principe Eugenio, più che la Francia in cui era nato, va a sentire come patria adottiva sempre più l’Austria, la quale pertanto, in quel periodo, non si presentava come una particolare nazione, bensì come l’erede dell’idea supernazionale del Sacro Romano Impero e quindi come il custode della stessa tradizione europea di là dalla crisi rappresentata dalla Riforma. Più tardi, questa conversione compiuta dal principe Eugenio come individuo, in stretta relazione con l’azione sua, dove compierla la stessa Casa di Savoia, staccandosi, nella guerra della successione spagnola, dalla Francia e passando essa stessa dalla parte dell’Impero e della idea europea. Così, non è forse troppo azzardato dire, che in quel periodo proprio con riferimento alla figura del principe Eugenio, fu anticipato qualcosa del significato superiore contenuto nel simbolo dell’«Asse». Di là dalle fratellanze effimere legate al mito «latino», si affermò la forza di un’idea più alta e si dovette appunto al genio di un esponente della Casa dei Savoia che, per un momento, la precedente tradizione romano-germanica riprese vita e prestigio e sembrò costituire il principio di una nuova unità europea. E ciò sarebbe forse riuscito, senza l’egoismo e il tradimento dell’Inghilterra, nuova anticipazione, questa, di significati sin troppo attuali…
La prima azione «europea» del principe Eugenio fu la guerra contro i Turchi, in un momento critico, nel quale egli apparve veramente agli occhi dei suoi contemporanei come un salvatore dell’Occidente. Ciò che prima avevano rappresentato gli Unni e che oggi può rappresentarci il pericolo bolscevico, ciò significò a quel tempo l’incalzare delle orde islamiche verso il cuore dell’Europa. E al genio militare del principe Eugenio si deve appunto la distruzione di un tale pericolo, in due campagne, aventi per centro la prima la battaglia di Zenta, la seconda la presa di Belgrado. Furono vittorie da lui conseguite, come tante altre che gli dovevano dare una fama di invincibilità, con forze assolutamente inferiori a quelle dell’avversario, per mezzo di una meditata audacia di stile tipicamente romano e di una strategia, stante almeno alla pari di quella napoleonica.
Dopo l’azione difensiva realizzata dalla prima di queste due campagne, al principe Eugenio si deve il più importante contributo al tentativo di conseguire una concentrazione positiva e creativa di forze europee. Questo tentativo sembrò avere reali possibilità con la conclusione dell’alleanza fra l’Impero, l’Inghilterra e l’Olanda (settembre 1701), alleanza nella quale l’Impero tendeva a far da centro di gravitazione delle cose continentali, mentre le altre due nazioni avrebbero dovuto avere soprattutto per compito un corrispondente, necessario dominio sui mari. La quistione sollevata dalla successione al trono di Spagna alla morte di Carlo II doveva escludere la possibilità di ogni sviluppo pacifico in tale senso. La Francia, nella persona di Luigi XIV, raccoglie intorno a sé tutte le forze antagoniste e così scoppia la lunga e sanguinosa guerra della successione.
In essa il principe Eugenio sta nuovamente in prima linea come un genio della guerra e come uno strenuo difensore dell’idea imperiale. Qui è inutile ricordare la serie delle vittorie da lui conseguite nei vari teatri delle operazioni, in Italia, sul Reno e nella Germania meridionale. È piuttosto importante rilevare che, in tutte queste imprese, tanto era forte nel principe Eugenio il sentimento lealistico verso il suo sovrano, quanto la sua persuasione, che il centro di una simile lotta era meno il possesso della Spagna, quanto la difesa dell’idea dell’Impero quale idea europea. Al sogno egemonistico della Francia, già sviluppatasi nel senso di un centralismo assolutistico, il principe Eugenio opponeva un’idea gerarchico-federale avente ancora, in larga misura, dei caratteri tradizionali in senso superiore.
Dopo alterne vicende di combattimenti e di tregue, la vittoria definitiva sembrò esser vicina quando, nel maggio 1712, dinanzi a Cambrai, quasi per la prima volta in tutta la sua vita, il principe Eugenio si trovò a disporre di truppe notevolmente superiori a quelle francesi, che egli avrebbe potuto facilmente travolgere tanto da aprirsi la via fino a Parigi. Ma qui si manifestò il tradimento dell’Inghilterra. Le truppe britanniche, connesse al principe Eugenio, ricevettero l’Ordine di non combattere e, prima ancora che questi lo sapesse, i Francesi furono avvertiti dell’intenzione dell’Inghilterra di stipulare un’inaspettata pace separata. L’Inghilterra era divenuta gelosa del prestigio dell’Impero e si era curata a perseguire solo il proprio interesse egoistico, staccandosi da ogni idea superiore. Proprio a Winston Churchill, autore di una biografia del suo antenato, il duca di Malborough, che aveva combattuto al fianco del principe Eugenio, si deve la stigmatizzazione di un simile atto con le parole: «Nella storia dei popoli civili nulla ha mai superato un simile oscuro tradimento». Quanto al principe Eugenio, in una sua lettera al duca di Ormond, disse che l’Inghilterra con una tale condotta non aveva esitato a compromettere l’intera Europa, esponendosi essa stessa ad un grave pericolo. E la storia doveva dargli ragione.
Dopo la pace di Utrecht, alla quale l’Impero restò come estraneo, le forze di interna disgregazione si affermarono sempre di più nella compagine delle nazioni europee. Lo sforzo di difendere l’Europa e di riportarla all’unità che essa aveva già goduto nel Medioevo ecumenico fu di nuovo spezzato, dopo la breve culminazione, la quale è essenzialmente legata alla figura simbolica di Eugenio di Savoia.
«Il vero imperatore - doveva dire Federico il Grande - fu lui». Anche nella sua umanità si palesarono i frutti fecondi dello spirito italico con quello germanico. Germanico fu il suo senso rigoroso dell’onore e della fedeltà, una severità e una serietà che, come qualcuno ha detto di lui, in altri tempi, avrebbero fatto il creatore di un Ordine ascetico-guerriero come quello dei Templari, dei Giovanniti o dei Cavalieri teutonici. Ma italica e latina fu parimenti la sua audacia illuminata, il suo senso di equilibrio, la sua rapidità di visione che gli faceva subito scorgere i limiti del possibile e dell’impossibile - e poi una humanitas traducentesi in uno stile di signorilità, in un amore per le arti, in un interesse per la speculazione (si possono ricordare, fra l’altro, gli stretti rapporti che esistettero fra il principe e Leibnitz). Debole originariamente di costituzione, egli seppe imporsi a sé stesso con l’energia di un Ignazio di Loiola fino a rendersi completamente padrone di un organismo, che non risparmiò nelle imprese di guerra, ove sempre figurò primo fra i primi. Morì silenziosamente, nella pienezza delle sue facoltà, il 21 aprile 1736 - fu trovato presso il suo tavolino di lavoro con le mani sul volto, la sera prima avendo continuato a trattare problemi dell’Impero. La sua salma riposa nel Duomo di Santo Stefano a Vienna. Il suo soprannome fu «il nobile Cavaliere», der Edle Ritter. Come abbiamo detto, forse oggi quanto mai la sua figura presenta un valore simbolico di simbolo europeo italico-germanico, dimostrando tutto ciò che possono le forze delle due razze quando esse trovano le vie per un incontro creativo

giovedì 26 novembre 2009

"Stella Meravigliosa" di Yukio Mishima - Aspettando Sabato 28 Novembre...

"Fu allora che Akiko scorse un punto luminoso nel cumulo di nubi oscure. Toccò la spalla di Takemiya per attirare la sua attenzione su di esso. Si aggiunse un altro punto, infine furono tre. Scendevano sempre più grandi verso il mare, in formazione. Quando si avvicinarono apparvero nella loro nitida forma di dischi volanti."

Che piacere la lettura di un romanzo di Mishima. La leggerezza della sua scrittura, la delicatezza del tratto descrittivo, i colori tenui, ma non per questo meno incisivi, con cui completa il quadro: tutto si incastra perfettamente per creare infine un puzzle in cui si ricostruisce l'immagine del Giappone contemporaneo, ancora radicalmente legato alle sue tradizioni, ma anche quella dell'essere umano con le sue debolezze ed i pensieri più profondi, che non hanno nazionalità. Come spesso accade quando si legge l'opera di narratori eccelsi, ci si ritrova a sottolineare pensieri, a cercare di ricordare frasi da fare proprie: memorie del privato e non citazioni d'effetto.Ma che sorpresa questo Mishima quasi fantascientifico! No, certo non si può definire un romanzo di fantascienza. Con questo genere letterario, in realtà non ha nulla da spartire. Ma i protagonisti sono "speciali" e sono loro a trascinare nella direzione dell'immaginario misterioso e nel racconto di ufologia. Una famiglia normale, molto discreta, che conduce una vita regolare, senza eccezionalità di alcun tipo, improvvisamente ha una rivelazione collettiva: padre, madre, figlio e figlia non sono esseri umani comuni, anzi non sono proprio esseri umani, ma provengono da differenti pianeti del sistema solare. Singolarmente, ognuno di loro a distanza di pochissimo tempo, ha contatti diretti con i propri simili della galassia, attraverso avvistamenti di dischi volanti e messaggi telepatici. Purtroppo questa nuova coscienza non è supportata da concrete memorie di una vita extraterrestre, che pur deve esserci stata, ma è tutta basata su una sensazione forte e un nuovo orgoglio: quello di essere creature provenienti dallo spazio. Dal momento in cui la famiglia Osugi riconosce questa comune condizione, muta atteggiamento sia al proprio interno, sia nei confronti dell'esterno. A una iniziale forma di timore, di pudore che porta a nascondere la vera identità si sostituisce la voglia di comunicare le proprie origini e le informazioni che, non ultimo aspetto, possono aiutare l'umanità nel cammino verso la salvezza, vero scopo della presenta extraterrestre sul pianeta.Un annuncio firmato Associazione degli amici dell'universo e scritto dal capo famiglia Juichiro (Chi si interessa agli ci scriva. Collaboriamo per la pace nel mondo, dove è un simbolo in codice che significa extraterrestri ed è rivolto ai soli iniziati) è il primo passo per allargare gli orizzonti della visione. Si scopre che altri uomini, terrestri in apparenza, sono in realtà provenienti da pianeti diversi. Nasce l'esigenza di ricercare affinità, ricordi comuni e, successivamente, di verificare direttamente, personalmente queste supposte origini. Accade in particolare per Akiko, la ragazza della famiglia Osugi, che decide di incontrare Takemiya, il suo corrispondente venusiano e recarsi a Uchinada, luogo in cui entrambi vedranno dischi volanti approssimarsi alla Terra. Questa ricerca di una prova tangibile della comune ascendenza (gli extraterrestri si mostrano solo ai propri simili) è giudicata come una debolezza di carattere "terrestre", quasi un affronto agli occhi del padre, che forse già intuisce il pericolo insito nella nuova amicizia della figlia. Nel frattempo, per ciò che riguarda la vita pubblica della famiglia, Juichiro ha organizzato un incontro itinerante sul tema "Nell'auspicio di una pace mondiale secondo le istruzioni degli equipaggi dei dischi volanti" per diffondere le proprie idee. Con logiche talora surreali subentra l'interesse del mondo politico nei confronti del movimento e l'allargamento del dibattito ad altri esseri alieni, che, attirati dalla fama dell'Associazione degli amici dell'universo, si presentano da Juichiro, per propugnare teorie decisamente drammatiche: il fine degli extraterrestri è quello di distruggere e non di salvare l'umanità. Solo eliminando del tutto l'umanità, bruciando e devastando con ogni mezzo, afferma Haguro, uno dei tre extraterrestri provenienti da un pianeta lontano, la sessantunesima stella della costellazione del Cigno, (una "direzione nefasta", come afferma Juichiro) "la terra risplenderà nella notte come una piccola lanterna in un giorno di festa. Per la prima volta il mondo parrà un luogo idilliaco. La terra diventerà come tu desideri: una stella meravigliosa." Questo lungo dibattito sul valore dei terrestri occupa quasi interamente l'ultima parte del romanzo ed è sia una denuncia dei limiti e delle piccolezze degli uomini, sia l'affermazione della loro forza, capace comunque superare questi limiti in molte direzioni. Sono pagine che non perdono la levità di tutta l'opera, ma che continuano a testimoniare nel tempo il monito lanciato da Mishima, seppur senza violenza, a tutta l'umanità perché trovi una via d'uscita dal processo lento ma inesorabile verso l'autodistruzione. E il rifugio simbolico in un'altra identità, quella aliena, è forse il grido disperato dell'autore alla ricerca della salvezza personale. Un urlo ancor più agghiacciante perché silenzioso, come quello di Munch, fissato sulla tela quasi un secolo prima.
Da: "WUZ"

Legge contro l'omofobia: non ce n'è alcun bisogno


DA: "MARCELLO DE ANGELIS"

Giunge in discussione alla Camera la proposta di legge che chiede di introdurre nel codice penale un'aggravante specifica contro "l'omofobia". L'intendimento dei proponenti sarebbe quello di ottenere una pena maggiorata contro coloro i quali vengano riconosciuti colpevoli di aver commesso un reato motivati "anche" dal disprezzo, odio o rigetto per l'omosessualità della vittima del reato stesso. La proposta di legge ha ottenuto un percorso accelerato e privilegiato in seguito all'ondata emotiva provocata dal verificarsi di alcuni atti violenti contro omosessuali a cui i media hanno concesso notevole rilievo. Come purtroppo spesso accade in casi analoghi, la curiosità dei giornalisti ha portato ad amplificare il fenomeno e ad assimilare altri e più gravi atti, come gli attentati subiti da un locale romano dove si svolgono anche serate dedicate ad un pubblico omosessuale, ad una campagna di violenza, orchestrata non è chiaro da chi, contro i "diversi. In realtà gli stessi esponenti di importanti associazioni omosessuali hanno messo in guardia dall'ampliare artificiosamente la dimensione del fenomeno dichiarandosi convinti che gli attentati al locale nulla avessero a che fare con l'omofobia e riconducendo l'attenzione sulla sola violenta aggressione a Roma da parte di un "balordo" nei confronti di una coppia gay che lo aveva infastidito con le proprie effusioni in pubblico e le percosse subite da una ragazza a Napoli, apparentemente colpevole di aver preso le difese di un amico gay molestato da alcuni giovani non meglio identificati.La sensazione suscitata da queste violenze ha portato le associazioni di omosessuali ad indire una manifestazione di piazza, sabato 10 ottobre a Roma, per sostenere la proposta di legge ma soprattutto, secondo le dichiarazioni pubbliche degli organizzatori, per riportare l'attenzione sulle supposte discriminazioni nei confronti delle coppie omosessuali nel campo del diritto civile, chiedendo, in sostanza, di riprendere in esame il riconoscimento delle coppie di fatto e tutto ciò che ne consegue.La proposta di legge sottoposta alla Camera presenta aspetti di incostituzionalità, come rilevato dalla stessa commissione di merito che ha richiesto alla Commissione giustizia di operare delle modifiche sul testo per renderla compatibile col diritto.Il primo problema, a mio avviso insormontabile, è il riferimento del testo a eventuali discriminazioni fondate su "orientamento sessuale", l'orientamento essendo un termine troppo vago ed onnicomprensivo. Tutti hanno un orientamento e questa formula vaga potrebbe finire per coprire anche atteggiamenti o pratiche assolutamente illecite quali la pedofilia, ma sostituirla con un riferimento più esplicito all'omosessualità trasformerebbe questa legge non più in una norma punitiva nei confronti di un atteggiamento di odio, ma in una misura di tutela esclusiva nei confronti di un settore della popolazione, andando a ledere il principio di eguaglianza dinanzi alla legge sancito dalla Costituzione.Ma il problema maggiore presentato da questa proposta di legge è il fatto che l'orientamento sessuale non ha riconoscimento oggettivo, come la razza, e non può essere riscontrato o certificato, come l'appartenenza religiosa, quindi il fatto che la vittima appartenga o meno ad un determinato "gruppo" sessuale dipenderebbe da una sorta di autocertificazione della sedicente vittima, il che falserebbe il rapporto tra accusa e difesa in sede processuale, consentendo, in qualunque momento del dibattimento e in riferimento a qualsiasi danno subito dalla parte lesa, di introdurre la motivazione aggravante prevista da questa legge senza che la difesa possa metterne in discussione l'esistenza. Per capirci, in qualunque caso gli avvocati di parte civile potrebbero sostenere che il loro rappresentato è stato aggredito, insultato o anche semplicemente sfrattato perché omosessuale e la natura stessa dell'orientamento sessuale della vittima essere indimostrabile se non per autonoma dichiarazione della stessa.Qualunque legge che introduca una discriminante nei confronti di una tipologia di persone andrebbe comunque rifiutata come lesiva del principio di eguaglianza di fronte alla legge, poiché sostenere che un'aggressione, un omicidio, una rapina siano punibili in modo diverso a secondo di chi li compie o di chi li subisce, introduce in maniera stabile il valore della discriminazione in sede di diritto. Che la discriminazione sia in negativo o in positivo è irrilevante, sempre di discriminazione si tratta. Il diritto, al contrario, perché sia certo, ha bisogno di essere semplice, comprensibile e il più possibile immutabile, in modo da rappresentare un riferimento chiaro e stabile per la vita di una società. Le leggi speciali, eccezionali, ad personam o ad consortium personae, ledono il principio di eguaglianza e rendono più complessa l'applicazione delle norme e riducono la certezza del diritto come quella della pena.In conclusione va ricordato che nel nostro codice esistono già notevoli margini discrezionali nella comminazione delle pene. Ogni reato prevede un minimo e un massimo della sanzione che permette al giudicante di sottolineare la minore o maggiore gravità dell'atto commesso a seconda dei casi e può avvalersi anche di circostanze attenuanti e aggravanti, nel tentativo di giudicare adeguatamente ogni caso nella sua singolarità. Chiunque abbia dimestichezza con i codici potrà rilevare che anche nel caso specifico della legge in discussione, l'introduzione di un'aggravante specifica per chi, ad esempio, picchi una uomo perché ha dei modi effeminati, risulterebbe ridondante rispetto alla già esistente aggravante "per abietti e futili motivi" prevista dall'articolo 61 del codice penale, aggravante che può aumentare la condanna addirittura di un terzo della pena. Per fare un esempio, nel caso di un'aggressione in cui si provocassero lesioni, l'articolo 582 prevede una pena che va da tre mesi a tre anni. Applicando le aggravanti chi aggredisse una persona solo per il suo orientamento sessuale potrebbe già essere punito con quattro anni di carcere a fronte di altri casi dove, in assenza di aggravanti o in presenza di attenuanti, lo stesso reato può portare ad una condanna di pochi mesi. Chi ha bisogno di nuove leggi?
Di Marcello De Angelis

mercoledì 25 novembre 2009

TIPI UMANI D'OCCIDENTE...

Però siamo il faro di civiltà del mondo, il mondo libero. E pretendiamo di convertire tutti a questo modello, a costo di andarci con le bombe al fosforo.

Talvolta, quando capitano certe cose sotto mano, ci torna in mente una riflessione che, qualche anno fa, Massimo Fini fece nelle pagine de "Il Ribelle", chiedendosi se fosse più civile l'Iran di Khomeyni lacerato dai conflitti e dalle milizie o l'Occidente dei reality show e dei vibratori che parlano, dove non si muore di guerre civili, ma di Grandi Fratelli, di Isole dei Famosi, di gingilli nelle vetrine e di telegiornali asserviti.

Riflettiamoci. E restiamo in piedi sulle rovine.

I bei tempi di una volta...

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Se penso a quando inneggiavo ai miei carnefici, quando chiamavo eroi i miei massacratori, liberatori i miei sfruttatori, soldi la carta straccia, storia le loro bugie. Se ci penso… che bei tempi. Era il tempo delle “puntate” di controllo. Senza domande, senza problemi, una serie televisiva animata da scontri “familiari”. I buoni erano gli americani che ci vennero a liberare e con la loro super visione mondiale il mondo marciava felice e beato verso la democrazia, il benessere e la felicità per tutti, con il liberismo attore inamovibile. Sì, a volte ci ripenso: prima che divenissi “scemo”, ci pensavo ancora più spesso. Che bei tempi, quando l’attore di “sinistra” era il “buono”, solo perché era di “sinistra” e quello posto a destra era “il cattivo”, solo perché era di “destra” e nessuno doveva dimostrare niente, tutto era chiaro, per partito preso. Poi venne la mini serie, “Mani pulite” e le banche si presero pure i partiti, prendendo a recitare in prima persona il ruolo della politica.
Che bei tempi, quando l’America era una potenza mondiale e non aveva le pezze al culo, non come adesso che per una tempesta tropicale si sono fatti aiutare da Cuba. Hanno venduto pure l’anima ai cinesi, ho letto sui giornali, ed oggi chiedono aiuto, mendicandolo all’Europa. Come se l’Europa esistesse, come se La BCE e la FED, non fossero la stessa cosa.
Che bei tempi, quando la Transiberiana era una cosa lontanissima, romantica, avventurosa, e non poteva essere mai confusa, per il nome di un travestito del’Est, aiutato dalla Carfagna. Quando era impensabile che il segretario di un partito, siccome non viene rieletto, diviene il portavoce di un altro partito. Di quando si era segretari di un solo partito alla volta, ed a ogni fine puntata, la musichetta era rassicurante, bei tempi.
Tempi di una volta, direte voi, e sono d’accordo. Tempi in cui per vedere la “balena Bianca”, non dovevi andare allo zoo, ma al parlamento e a fine puntata, ci sono più democristiani in parlamento oggi , di quanti c’è ne fossero allora. In quel periodo, con l’andazzo di oggi, in parlamento avremmo avuto Tinì Cansino, la Carmen Russo e tutto lo staff di Drive IN. Con Berlusconi ad urlare a Fini, “Ass, asss, asss fidanken” e Bertinotti a dirgli, “non preoccuparti, non sei l’unico antifascista: sei solo l’ultimo”, un destino di solitudine, per il povero Fini, la comparsa ad effetto di ogni reality.
Quelli si che erano tempi belli, dove nessuno si poneva domanda sul futuro, DC, PCI, PSI erano gli attori di “sfondo” e se volevi una puntata ad effetto, spuntavano i Radicali o i fascisti, ad animare la scenografia. Tempi in cui, per 50 anni, c’è stato il potere della Democrazia Cristiana e nessuno, tranne gli arabi, pensavano che ci fosse lo stato teocratico.
Questione Etnica? Non era in palinsesto..
Mancanza di soldi? Ma non c’era il signoraggio, svincolato dall’oro, tale da poter stampare tutti i soldi che volevano e che decidevano loro? Avevano o non avevano capito che l’impero Romano era morto, per carenza di monetarizzazione?
Scene memorabili, primi piani su, morti, disastri, cataclismi, terremoti e, addirittura, lo scudetto del Napoli: unica città del sud a vincerlo, come a dimostrare che anche noi coloni del viceregno lombardo, potevamo aspirare a qualcosa in più.
E poi? E poi la Morte del comunismo, così: per morte naturale, come se si fosse addormentato e mai più svegliato. Forse era stanco? Si è domandato qualcuno, anzi più di qualcuno, e tante domande, tranne una, rimane, questa: ma le ragioni per cui nacque, sono state risolte? Silenzio: l’attore scompare, la scena sfuma.
E la fine della DC, assassinata nel sonno, dalle mani pulite di economisti, finanzieri e banchieri. Che scocciatura, quando ci accorgemmo che “la storia non era finita” e che, invece di combattere per il possesso della luna e dello spazio, ci ritrovammo a combattere per l’acqua, la terra, la religione, l’ identità. Che abominio non dover scambiare i dischetti con gli ultimi giochi o evoluzioni, ma scambiare di nuovo opinioni e pensieri. Cose che sembravano non servire, che sembravano superate, vecchie. A che serviva pensare?, c’erano lì loro, a scrivere la sceneggiata per noi…
Eccoci qua: ricostretti a fare la storia, a dover di nuovo pensare a come cambiare il mondo, addirittura a pensare di combattere qualche guerra in prima persona. Che stress… Addirittura, ci costringono a dover lasciare in sospeso la fine dei reality e a scendere in piazza per i nostri diritti: di nuovo cortei, di nuovo rivolte, di nuovo insorgenze. Ma la realtà non era finita?
Ed oggi anche la crisi finanziaria dove si dichiara: “Lo Stato salverà le banche”. Ma come è possibile, se lo stato è pieno di debiti con le banche? Per anni siamo riusciti, non a pagare i debiti che avevamo con le banche, ma parte dell’interesse, sull’interesse che quel debito creava… ed oggi, salviamo noi loro, dai loro debiti? E con chi ce li hanno questi debiti? Ma avete mai visto un debitore che salva dalla crisi economica il creditore? Io, veramente, no! Ma, lo sapete, io non conto, sono uno scemo!

Di Nando Dicè

AZIONI MILITANTI DI SOLIDARIETA'!

Stamattina, in seguito all'aggressione dei 50 contro 2 di ieri a Lettere, sono stati effettuati decine di volantinaggi negli istituti superiori e nelle facoltà universitarie.

Un banchetto per la raccolta firme, lo stesso che aveva suscitato l'ira funesta dei subumani, è tornato nel chiostro di Piazza Brunelleschi ricevendo decine di attestati di solidarietà e raccogliendo un centinaio di firme contro le inefficienze della segreteria didattica.

La risposta alle aggressioni antifasciste continua con azioni militanti sul territorio senza tregua, per concludersi con la serata di sabato a Casaggì, dove Paolo Bussagli e Skoll daranno vita ad uno spettacolo musical-teatrale su Yukio Mishima.

VOGLIONO IMPEDIRCI DI DARE UN VOLANTINO?
NE DIAMO DIECIMILA!

martedì 24 novembre 2009

FIRENZE: AGGRESSIONE ANTIFASCISTA IN 50 CONTRO 2.

Che si parla di utili idioti è ormai assodato e lampante. Gente sola, triste, incapace di dialogare col presente e di immaginare un futuro che non abbia nemici e capri espiatori contro cui telecomandare menti deboli.

Il copione è il solito, quello che conosciamo bene: in cinquanta accerchiano due persone e, fatto il loro comodo, se ne vanno beati. Stavolta sono stati ancora più codardi del solito. Perchè, malgrado fossero in cinquanta, si sono pure tenuti a distanza lanciando uova, sassi e tutto quel che avevano a portata di mano, senza neanche provare a colpire. Scene di una tristezza cosmica.

E così, dopo le aggressioni pomeridiane alle sedi, gli incendi, le bombe e le minacce, siamo arrivati anche alla frittata. Questa ci mancava ma, visti i soggetti, sarebbe meglio dire che "siamo alla frutta".

Come risponderemo? Certe vigliaccate non meritano che una risposta politica. Militanza, presenza sul territorio e solidarietà. Si comincia da subito. E sabato tutti a Casaggì per la serata in tributo a Mishima con concerto e teatro. Alla faccia di questi subumani.

Riportiamo il comunicato diramato in giornata:

"Abbiamo superato ogni limite. Chi permette questi atti deve essere rimosso". Lo ha detto il consigliere di centro destra Francesco Torselli dopo che a suo dire "questa mattina due militanti di Azione Universitaria e del Centro Sociale di Destra “Casaggì” sono stati aggrediti nel chiostro della Facoltà di Lettere e Filosofia in Piazza Brunelleschi a Firenze mentre stavano effettuando una raccolta firme contro il malfunzionamento della segreteria studenti di via San Gallo" "Poco dopo le dieci del mattino - ha raccontato Torselli- un gruppo di studenti appartenenti all’area politica della sinistra antagonista hanno accerchiato i due ragazzi di destra prima insultandoli verbalmente e poi cercando di sottrarre loro il materiale di propaganda e quello necessario alla raccolta firme. Ad un certo punto gli studenti di sinistra hanno estratto dai loro zaini uova e sampietrini ed iniziato un lancio contro i due militanti di destra.

Gli attivisti dell’estrema sinistra, reduci dallo sgombero dello spazio occupato “400 colpi”, si sono poi diretti sotto alla Prefettura per un presidio di protesta contro le istituzioni locali. Sul luogo è poi intervenuta la Digos, seguita dalla Polizia Scientifica, mentre i due militanti hanno comunque proseguito il volantinaggio con ciò che restava del materiale informativo. Uno dei due ragazzi aggrediti è Jacopo Giannoni, dirigente della Giovane Italia e Consigliere di Facoltà proprio presso Lettere e Filosofia, il quale ha dichiarato: “ancora una volta abbiamo assistito in prima persona all’impossibilità di esprimerci democraticamente in una facoltà che dovrebbe essere l’emblema della tolleranza e dell’umanesimo. Dove è la Preside? Dove sono le istituzioni? Ancora una volta abbiamo subito i soprusi di una minoranza, ma malgrado ciò non ci fermeremo e continueremo a portare avanti le istanze degli studenti. E questa raccolta firme ne è grande dimostrazione in quanto, pur tra sassi e uova, molti studenti si sono comunque voluti avvicinare per firmare la petizione, fregandosene della situazione di tensione”.

Torselli ha poi reso noto che "Marco Scatarzi, responsabile del Centro Sociale di Destra “Casaggì” fa sapere che 'a chi ci provoca con aggressioni, vigliaccate e minacce rispondiamo con la militanza e la politica sul territorio. Sarebbe facile e inutile lasciarsi andare a ritorsioni e scontri frontali. Non cadremo nel tranello di chi vorrebbe trasformare una realtà attiva e alternativa in un facile capro espiatorio. Difenderemo come abbiamo sempre fatto i nostri spazi di aggregazione e di attivismo, ma senza abbassarci al livello di chi, per esistere, nutre la necessità di alzare muri e di rincorrere antagonismi inutili e superati dalla storia. Vogliono impedirci di dare un volantino? Ne daremo mille, perché è un nostro sacrosanto diritto'.

Per Giovanni Gandolfo, presidente di Azione Universitaria Firenze, si tratta “dell’ennesimo grave episodio di violenza ed intolleranza politica che va in scena nella Facoltà di Lettere ad opera dei soliti noti, che oltre a bivaccare e rendere una latrina un luogo che sarebbe adibito all'apprendimento e lo sviluppo del sapere, si dilettano nel tentativo vano di intimorire, chi fa il proprio dovere e cerca di affrontare i problemi degli studenti in maniera costruttiva."

Sull’argomento è intervenuto in maniera dura anche il consigliere Francesco Torselli, presidente provinciale della Giovane Italia, che "se la prende con chi dovrebbe garantire l’ordine ed il rispetto dei diritti degli studenti in facoltà: “questo grave episodio di intolleranza è l’ultimo di una serie che ormai non contiamo nemmeno più; la preside ed il personale tecnico dell’università dove sono mentre in Piazza Brunelleschi continuano ad essere violati i diritti alla libertà d’espressione degli studenti? Possibile che all’interno della Facoltà di lettere vi possano accedere elementi esterni e per giunta con dei sampietrini nello zaino? Senza contare i tossici, i barboni ed i vagabondi vari che quotidianamente affollano il chiostro di quello che dovrebbe essere un luogo di studi. A settembre ho chiesto all’assessore Cianfanelli un incontro con la preside di lettere ed il personale tecnico della facoltà – ha proseguito il consigliere del PdL – perché simili atti non si ripetessero, ma alle promesse dell’assessore non sono mai seguiti fatti concreti.

Se anche questa volta chi pratica la violenza come unico mezzo politico per propagandare ideologie morte e sepolte dalla storia resterà impunito inizierò a pensare che chi dovrebbe garantire l’ordine e la libertà in facoltà sia in realtà connivente o simpatizzante verso questi soggetti che poco hanno del militante politico e molto del delinquente comune”.

La cultura fisica attraverso la storia e le società - secondo Yukio Mishima -


Yukio Mishima (1925 - 1970), al secolo Hiraoka Kimitake, è stato uno scrittore e drammaturgo giapponese, con ogni probabilità tra i più significativi del secolo scorso; è uno dei pochi autori nipponici che ha riscosso immediato successo all’estero, mentre nel suo Giappone ha incontrato spesso e volentieri una critica acerrima, decisamente poco generosa nei confronti delle sue opere.Personaggio complesso e tutt’altro che semplice, in Europa poco compreso ed etichettato genericamente come “fascista” (quando si identificò al contrario come apolitico), è comunque considerato uno dei più importanti esteti del secolo scorso.L’ossessione per la bellezza assoluta e il culto per il corpo confluirono nella pratica delle arti marziali, che divennero argomento centrale di vari romanzi tra cui “Il Padiglione d’Oro” e “Sole e Acciaio”, due veri e propri capolavori.Spinto da passioni intense e schiacciato dal contrasto tra innovazione dell’Occidente e tradizione giapponese, divenne sostenitore di ideologie estreme. Nel 1970 volle dare uno scossone agli ideali eroici e nazionalisti dei giovani giapponesi e realizzò un atto dimostrativo paramilitare alla guida di un manipolo di suoi seguaci e discepoli.Represso e frenato dalle forze dell’ordine presso il Ministero della Difesa giapponese a Tokio, dove intendeva denunciare la corruzione ed il degrado morale in cui era sprofondato il moderno Giappone, riuscì a leggere un proclama prima che la sua iniziativa terminasse nella più plateale dimostrazione della propria ubbidienza al codice del samurai: il rito del seppuku, o suicidio rituale.Il proclama viene riportato integralmente nelle ultime pagine di una sua opera, ovvero “Lezioni spirituali per giovani samurai”.

Lezioni spirituali per giovani samurai.

In questo testo Mishima ci spiega come il corpo fosse, in principio per i giapponesi, un concetto di secondaria importanza. Infatti non vi furono in Giappone né Apolli, né Veneri. Nell’antica Grecia al contrario il corpo veniva considerato una realtà essenzialmente bella ed accrescerne il fascino significava evolversi umanamente e spiritualmente. Il filosofo greco Platone affermò che in un primo momento è la bellezza fisica ad attrarci e sedurci, ma che poi attraverso di essa riusciamo a distinguere il fascino ben più nobile dell’Idea: il corpo umano, dunque, come la metafora di un qualcosa che trascende il fisico, che va oltre la mera esteriorità. In Giappone, invece, i cultori delle arti marziali consideravano l’esercizio di queste discipline assolutamente estraneo all’abbellimento e all’artifizio del corpo, come una forma di trionfo dei valori spirituali e morali. Una visione del corpo -questa- che si è modificata totalmente dopo l’ultima Guerra Mondiale, a causa dell’influenza della concezione statunitense che, pur non impersonando quella rinascita dello spirito propria dell’antica Grecia, si mostrerà nel tempo come una società sostanzialmente materialista che conferisce la massima importanza all’immagine ed all’aspetto fisico. Secondo Mishima, più si rafforzerà il potere della televisione, più le immagini umane verranno trasmesse e assorbite in modo istantaneo e ancor più il valore di un soggetto sarà stabilito in via esclusiva dalla propria esteriorità; alla fine tutte le società finiranno con l’indicare il valore di un essere umano dal suo aspetto. E addio Platone, ahinoi…! In Giappone il Buddismo ha sempre ripudiato il mondo empirico, svilendo il corpo e non prevedendo in alcun modo l’adorazione del corpo. Per i giapponesi, in pratica, la bellezza si delineava dalle fattezze di un viso, da un particolare stato d’animo, dall’eleganza delle vesti… Una bellezza spirituale, per farla breve. Il corpo maschile, a maggior ragione, fu giudicato come una realtà da occultare, da “fasciare” con lo spirito. Per rendere pubblica la propria autorità l’uomo aveva l’esigenza di indossare abiti che ne palesassero la dignità. Il corpo femminile (almeno in parte) fu oggetto di lodi: inizialmente predominò la bellezza sana e sensuale di donne prosperose, di fresche e robuste contadine, per poi passare ad una concezione di un corpo femminile più delicato e ricercato.In tutta l’Asia fino ai tempi moderni, per una mentalità estesa anche alle regioni della smisurata e vasta ex-Unione Sovietica, gli uomini dai muscoli poderosi erano ritenuti manovali, modesti lavoratori; i cosiddetti gentiluomini erano immancabilmente individui esili dai muscoli atrofici. Affermare la bellezza virile del corpo nudo avrebbe richiesto un vigoroso esercizio fisico, ma ogni sforzo del corpo era impedito ai nobili ed agli individui appartenenti alle classi più agiate. Nel XVIII secolo in Francia, quando la cultura raggiunge un grado elevatissimo di sviluppo, si ammira l’artificiosità della bellezza femminile, caratterizzata da vesti sovrabbondanti e busti strettissimi, alquanto bizzarri se paragonati alla naturalezza di un corpo nudo.Yukio Mishima tiene a precisare che chi è fornito di un fisico piacente non è per forza dotato pure di valori spirituali, e cita a tal proposito la versione di una massima greca (della quale noi conosciamo la versione latina di Giovenale, ovvero mens sana in corpore sana) che considera inesatta: “Una mente sana alberga in un corpo sano”. Secondo lo scrittore andrebbe così concepita: ”Possa una mente sana albergare in un corpo sano”, comprovando come, dall’epoca dell’apogeo della civiltà greca fino ai giorni nostri, l’inconciliabilità tra corpo e spirito non abbia mai smesso di affliggere gli esseri umani. E mai cesserà, presumibilmente…


Yukio Mishima, “Lezioni spirituali per giovani samurai, e altri scritti”, Universale Economica Feltrinelli, Milano 1990.

A cura di Michela Verardo e Fabio Grossi
Da: "My Personal Trainer"

lunedì 23 novembre 2009

Torselli (PdL): "Firenze è divisa in due: quella da cartolina e quella delle baraccopoli da nascondere"

"Prendiamo tutti atto di come l'amministrazione Renzi, coi suoi proclami ed i suoi show mediatici, ha di fatto ottenuto il primo risultato: Firenze è ormai divisa in due, da una parte la bella città da cartolina, dall'altra la Firenze da tenere nascosta, quella delle periferie dimenticate e dei disperati costretti a vivere in baracche di fortuna". E' quanto denuncia Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL.

"Il primo vero risultato dell'amministrazione Renzi è stato quello di mostrare all'Italia ed al mondo una Firenze apparentemente rinnovata, ripulita e migliorata: è la Firenze di Piazza Duomo pedonalizzata, delle grandi feste e dei grandi show volti a promuovere l'immagine del primo cittadino, dei percorsi di jogging sulle colline di Arcetri e di Pian dei Giullari. - spiega Torselli - Purtroppo però esiste un'altra Firenze, quella delle Piagge e di Brozzi, di via Pistoiese e del Viadotto dell'Indiano, di Rovezzano e dei quartieri popolari. Qui sorgono baraccopoli di disperati, latrine a cielo aperto e ricoveri di clandestini, aree di spaccio e famiglie italiane costrette a vivere in macchina, in sistemazioni di fortuna o, peggio, per strada".

"L'amministrazione comunale - aggiunge ancora l'esponente del centrodestra - deve prendere coscienza del fatto che la dignità delle persone è la stessa a Le Piagge come a Poggio Imperiale, a Brozzi come a Settignano, alle case minime di Rovezzano come in Piazza del Duomo".

Torselli aggiunge poi di "sentirsi vicino a chi oggi si sente abbandonato al proprio destino e non può proseguire ad avere fiducia in un sindaco che sa solo pensare alla promozione della sua immagine e di quella di una Firenze da cartolina che esiste, sfortunatamente, solo in alcune zone della città".

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CASAGGì CINEFORUM: SUPER SIZE ME


Ogni lunedì ore 21.30 in via Maruffi 3

Dente


DA: "ONDA ROCK"
Primo punto. Questo è l'anno di Dente: è lui, trenteatreenne di Fidenza, il nome emergente della musica indipendente italiana. Indipendente in senso stretto, si badi bene, perché Dente i gironi dell'indie se li è fatti tutti: dal quattro piste in cameretta, alla squattrinata Jestrai Records, fino al recente approdo alla Ghost, una delle più importanti etichette indipendenti nostrane. Ma cosa vuol dire nel mondo reale essere il cantante sulla bocca di tutti? Qual è la vera portata del successo di Dente?Secondo punto: Dente è un cantautore in senso classico: tutte le sue canzoni sono costruite su accordi di chitarra acustica, tutte le liriche sono autobiografiche. In fondo, è il suo maggior punto di forza – ovvero l'elemento che lo ha portato fino a qui e potrebbe consentirgli di ampliare ulteriormente la sua notorietà – e insieme il suo punto debole: mostra facilmente il fianco a critiche di banalità, servilismo, tradizionalismo, noia. Inoltre, in quell'acquario di bohémien emointellettuali che appare oggi la musica italiana dei canali indipendenti, è molto facile passare per uno che ci marcia, che recita, che se la tira. Basta rimbalzare un'intervistina, finire su Vanity Fair, farsi fare una foto un po' artistica. Nei credits del suo ultimo album “L'amore non è bello”, c'è scritto che tutte le canzoni sono a firma di Giuseppe Peveri, “per brevità Dente”. Non “in arte”, ma “per brevità”, come se Dente non fosse un personaggio, ma lui e Giuseppe fossero la stessa persona. Ma quanto è vero questo? Quanto è “vero” Dente?Approfittando del suo concerto di Desio, ho deciso di farmi chiarire questi due punti direttamente da lui.Dal 2006 ad oggi hai fatto 3 album e un Ep. Come sono andati rispettivamente, a livello di vendite?Sono andati bene, inaspettatamente... Nel senso che i dischi non si vendono più, come sai. Specialmente quest'ultimo (“L'amore non è bello”, ndr) è andato bene, perché ha avuto più promozione, più visibilità. Il mio primo disco (“Anice in bocca”, 2006, ndr) è esaurito, ma erano state stampate solo 300 copie, si vendeva ai concerti e non era stato neanche distribuito. “Non c'è due senza te” (2007, ndr) è andato abbastanza bene, nonostante che dietro non ci fosse una macchina che lo promuoveva. Ha girato da solo, e comunque credo che abbia venduto più di mille copie. L'Ep (“Le cose che contano”, 2008, ndr) contava circa 3000 copie, ma era scaricabile gratuitamente. L'ho fatto insieme a Enrico Gabrielli, Roberto Dellera e Enzo Cimino (batterista dei Mariposa, che ha registrato e mixato tutto quanto), registrato in amicizia allo studio dei Mariposa. Per me non è costato niente e quindi non me la sono sentita di venderlo. Questo disco qua (“L'amore non è bello”, ndr) sta vendendo molto più degli altri, credo abbia triplicato le vendite di “Non c'è due senza te”.Riesci a vivere vendendo dischi o comunque vorresti poterlo fare?No, assolutamente no, ormai si guadagna solo con i concerti. Certo, a me piacerebbe vivere facendo dischi, ma mi piace anche suonare dal vivo. Il fatto è che i volumi di vendite ormai sono troppo bassi per guadagnare solo con le vendite. Pensa che oggi vendere 5000 copie è un grandissimo risultato, ma con le royalties di artista con quelle vendite non ci fai neanche la spesa. Una volta la pirateria non era alla portata di tutti e la genta comprava i dischi... Penso che ormai neanche Ramazzotti riesca a vendare 500.000 copie. Sono persino scesi i traguardi per il disco d'oro e il disco di platino!“L'amore non è bello” sta andando particolarmente bene anche perché è stato promosso molto meglio: ora hai un'etichetta molto più attenta alla promozione, un ufficio stampa, un'agenzia che ti cura il booking, insomma sei passato ad un altro livello.Fortunatamente sì, “L'amore non è bello” è a un livello superiore sia come composizione sia a livello di “oggetto”, tecnicamente. Sicuramente è un “prodotto” registrato meglio, soprattutto rispetto agli altri dischi che erano registrati in maniera abbastanza grezza. Io avrei sempre voluto registrare un disco in studio, solo che non avevo i mezzi, e quindi mi accontentavo di fare tutto in casa. Stavolta siamo riusciti ad andare in studio, e e finalmente mi sono tolto questo “fantasma” del registrare un disco in studio, lavorando con dei musicisti, che tra l'altro hanno collaborato anche agli arrangiamenti. Siamo stati 15 giorni in studio ad arrangiare tutte queste canzoni, e anche loro ci hanno messo lo zampino.Le tue canzoni sono sempre molto “sincere”, molto autobiografiche. Man mano che diventi più popolare, è più difficile per te essere te stesso?No, credo proprio di no. Anche perché non è che sono chissà chi. Certo, sono più famoso di due anni fa, ma non è che mi è cambiata la vita.In realtà non mi riferivo solo al successo, ma allo scollamento tra te come persona, come cantautore, e il personaggio che sale sul palco. Quando non si è nessuno è molto facile essere se stessi, adesso invece vedo che tu comunque hai un'immagine: la locandina del concerto ti vede sotto forma di una specie di San Francesco che ammalia gli animali del bosco...Io onestamente non bado molto a queste cose, faccio le cose come mi vengono. La foto della locandina è un'idea mia, mi piaceva l'idea di impersonare San Francesco e mi sembrava buona per la locandina, in quanto comunica questo concetto di attirare la gente verso di te, con un messaggio tipo “venite a me”. Però è una cosa così, non penso molto all'immagine che do alla gente, anche perché se mi metto a pensare a queste cose qua, è finita.Quindi tu sei te stesso e basta.Sì, io mi sento come ero 10 anni fa. Certo, è cambiato il fatto che io conosco molta più gente e molta più gente mi conosce, ed è un po' fastidioso il fatto che alcuni si prendono delle libertà solo perché tu sei su un palco. Sai, anche questa storia dei nuovi mezzi di comunicazione (odiosi) influisce, perché la gente si sente molto più vicina all'artista rispetto al passato. Se tu pensi che solo 15, 20 anni fa, per sapere se c'era un concerto si chiamava il locale, adesso la gente scrive direttamente a te, ti mandano un messaggio su Myspace o Facebook... A me non è che questa cosa dà fastidio, però, ad esempio, io non mi sarei mai e poi mai permesso di scrivere una cosa del genere a Emidio Clementi! Come conseguenza, la gente interpreta il rapporto come se fosse quasi amicizia e quindi vengono lì e ti danno le pacche sulle spalle. Io non è che voglio fare il superiore (perché non lo sono), però non ti conosco, cioè non siamo amici io e te! E questa è una cosa che un po' mi dà fastidio della piccola popolarità.“Beato Me” (inserita nella compilation “Il paese è reale”, ndr) è diversa dallo “stile Dente”, non solo per l'arrangiamento, ma anche per il testo, che trovo particolarmente criptico, me la spieghi?Questa canzone è la prima canzone non autobiografica che ho scritto, che voleva rimarcare certi comportamenti degli uomini nei confronti delle donne, sai, quell'atteggiamento un po' cattivo, pesante, stile usa-e-getta. Non sono molto abituato a scrivere questo genere di pezzi, però ho provato a buttare giù questa cosa qua, che era tra le papabili dell'ultimo album ma poi è rimasta da una parte perché non era finita, soprattutto il testo. Poi mi hanno chiesto di fare un pezzo per “Il paese è reale” e ho ripescato questo qua, l'ho riarrangiato con la consapevolezza che sarebbe andato su quel disco là, non su uno dei miei, quindi in maniera più aggressiva. È stato diverso anche il metodo di lavoro ed è stata una bella sfida anche per me portare a termine una canzone nel giro di due giorni, quando io non sono affatto abituato a lavorare con le scadenze, e sono molto contento del risultato.Un'altra canzone un po' fuori dal coro è “La presunta santità di Irene”, che si presta molto al gioco delle referenze. Il suono è proprio del Battisti di fine settanta, però la struttura è particolare, con questo lunghissimo tema musicale, le parole (poche) a metà, e la chiusura sempre lunga e strumentale, quasi alla Paolo Conte!Quella canzone è stata la prima da cui ho cominicato a lavorare per il disco, salvo poi accorgermi che alla fine si è rivelata la più diversa e la più slegata, sicuramente perché ha questa lunga parte strumentale che non mi appartiene molto. In questo disco sapevo che avrrei suonato con dei musicisti, quindi ci sarebbe stata molta più musica e molta più “pienezza”, però non volevo esagerare con le parti strumentali, perché volevo che rimanessero protagoniste le canzoni, quindi testo e melodia. Non volevo “farcirle” più di tanto. Questa apertura musicale ricorda molto quella di “Abbraciami Abbracciali Abbracciati” che è la canzone che apre “Anima Latina” di Lucio Battisti, che è un disco che io adoro, e sì, voleva essere proprio una citazione.In realtà io non so perché ricordo Battisti, o meglio anche io mi ricordo un po' Battsti, ma perché a me piace tantissimo e mi ha influenzato tanto in quello che faccio. Però i testi sono diversi, perché io fortunatamente non sono Mogol, e anche la voce è diversa... Non so, forse alcune melodie che scrivo possono ricordare alcuni pezzi di Battisti. Invece rispetto a Ivan Graziani e Enzo Carella (in particolare i dischi che fece negli anni 70 con Pasquale Panella come paroliere) come ti sembri?Purtroppo non li conosco. Però Panella mi piace molto.Faresti l'autore?Sì, certamente. Non mi è ancora capitato ma se facessi pezzi che non volessi cantare io li darei volentieri a qualcun altro.Domanda finale di rito: cosa farai nei prossimi mesi e se stai registrando qualcosa di nuovo.Ai pezzi nuovi per ora non ci sto pensando. Adesso porterò avanti questo tour qui fino a settembre-ottobre, poi l'idea era di fare una decina di date con una scaletta e un suono completamente diverso. Vorrei trovare dei posti un po' più scelti dove io possa fare canzoni che non posso eseguire nei festival estivi, quelle un po' più intime, ad esempio.Tipo secret concert?Beh, i secret concert sono un'altra cosa ancora, perché lì faccio un po' di tutto, faccio lo scemo, faccio cabaret, stile “siamo amici e suoniamo la chitarra”. Invece volevo proprio metter su uno spettacolo con la band con un altro set di canzoni, tipo “Solo andata”, che non faccio mai perché vedo che in questo set qui non funziona molto. Una cosa un po' più da seduto, tipo teatro, per essere un po' più seri.Dente mi dice qualche altro dettaglio: ad esempio, che “Anice in bocca” gli è venuto così “cattivo” (la traccia due si chiama: “Io della bellezza non me ne faccio un cazzo”) perché si era appena lasciato con una ragazza ed era parecchio incazzato. La cosa buffa è che la registrazione casalinga rende i frammenti di canzoni che compongono “Anice in bocca” ancora più aspro e “anicioso”, con il bel contrasto tra le parole e la voce melliflua di Dente (“ti farò venire i lividi/ con gli occhi chiusi vedrai molto più di così”). Gli faccio notare che tutti i suoi testi viaggiano su una dicotomia io/tu, soprattutto in “Non c'è due senza te” (“com'era bella/ la moglie del tuo amante/ sei stata ingenua/ col telefono stacci più attenta”, “che begli occhi che hai/ chissà come mi vedi bene”), e lui è addirittura sorpreso, mi risponde sorridendo: “Davvero”? Onestamente, dal vivo è bravo, affiatato con i musicisti, ed è anche un buon intrattenitore che sdrammatizza i momenti di stanca con un umorismo asciutto che gode dell'involontario effetto comico della “r” debole fidentina. Al momento dei bis, qualcuno gli chiede di suonare “Verde”, una canzone scritta da Federico Fiumani e coverizzata da Dente nell'album-tributo ai Diaframma “Il dono” (2008). Mentre la canta, la stravolge, la “dentizza” anche nel significato, trasformandola in una scanzonata (e buffamente nonsense) canzone d'amore. Qualcuno è entusasta, qualcun altro storce il naso: che fastidio questo Dente con la sua immagine di sfigato imbranato romantico. Quale è.
Di Veronica Rosi

domenica 22 novembre 2009

Emanuel Carnevali. Il primo dio...


DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Il primo a parlare di lui, in Italia, fu Ezra Pound, durante un’intervista rilasciata a Carlo Linati per Il Corriere della Sera: «Adoro quel tipo - dichiarò Pound - in America tutti scrivono come lui». Precursore della beat generation e capostipite degli scrittori italo-americani alla John Fante, Emanuel (Manuel) Carnevali rappresenta il trait d’union fra il simbolismo francese e la poesia americana post Whitman. Dopo la morte prematura di Carnevali, sopragiunta nel ‘42, su di lui e sulla sua opera, solo il silenzio, fino al 1978, quando Adelphi pubblica Il primo dio (Poesie scelte- Racconti) a cura di Maria Pia Carnevali, sorella e curatrice degli scritti di Emanuel.
Toscano come Dino Campana, come lui errabondo, a soli sedici anni, per sfuggire da una realtà opprimente, Carnevali emigra in America adattandosi ai lavori più umili. Fa il lavapiatti, il manovale, lo spalatore di neve; intanto però si guarda in giro e inizia a imparare l’inglese leggendo le insegne pubblicitarie e i quotidiani lasciati dai passanti sui marciapiedi di New York. In questo periodo Carnevali inizia a interessarsi di poesia e il suo primo verso, come tutto ciò che scriverà in seguito, è in inglese: «Love is a mine hidden in the mountain of our old age». Da qui in poi, per lui, sarà un’ascesa inarrestabile nel mondo della letteratura americana. Il suo esordio è sulla rivista The Seven Arts ma il trampolino di lancio è Poetry, pubblicazione più nota fra i pochi addetti che al grande pubblico ma lasciapassare fondamentale per chi, come lui, vuole fare breccia nelle migliori menti pensanti della poesia statunitense. Per le edizioni Others traduce brani di Prezzolini, Papini, Soffici, Slataper, Palazzeschi ma anche Govoni e Di Giacomo.
Per dirla con Jünger, l’intento di Carnevali è dare battaglia, sia pure disperata, a tutto ciò che vi è di conformista e accademico all’interno della poesia americana. In tal senso è da ricordare il duello con Williams circa la differente visione valoriale da attribuire alla tecnica scrittoria a fronte dell’esperienza umana del poeta. Durante un party organizzato dalla redazione di Poetry, l’auto-didatta italiano accoglie la sfida lanciatagli da Williams. Come ha scritto Francesca Congiu, Carnevali sostiene una concezione della poesia che non sia mera tecnica e lavoro di superficie, ma derivazione diretta dall’umanità della persona, intesa come totalità, nella sua vicenda biografica, fisica e psicologica. (1)
Se i rapporti di Carnevali con i colleghi americani non sono propriamente rosei, neanche quelli con i compatrioti sono migliori. Tale atteggiamento muta, in parte, in seguito alla lettura di alcuni numeri de La Voce. Carnevali rimane folgorato dalle invettive papiniane, tanto da iniziare un proficuo rapporto epistolare che si protrarrà nel tempo, sia con Papini che con alcuni vociani. La sua vera passione, però, rimangono i maudit francesi, tra questi, il più amato è Jules Laforgue: «Mi permetta di inviarle – scrive Carnevali in una lettera indirizzata a Harriet Monroe – un articolo su Jules Laforgue. Ezra Pound ha già scritto su di lui e così hanno fatto mille altri, a venti dei quali ho dato un’occhiata; e io voglio ancora scrivere un articolo su Laforgue. Presuntuoso, eh? Vede, Laforgue è morto, credo, nel 1887 e la sua opera è stata totalmente ignorata (…) Laforgue è un poeta. Non snob, anche se si avvicina al limite della grandezza, come Ezra Pound forse è andato al di là di essa camminando sull’orlo e, pieno di paura, deve essere caduto nell’abisso che è proprio al di là dell’arte, arte divina, salutare, difficilissima da afferrare, equilibrio della mente.(…) » (2)
Parole profetiche le sue, dato che di lì a poco anche Carnevali rimarrà ustionato dal sacro fuoco dell’arte. Dopo un periodo di alti e bassi, dovuto fondamentalmente alla sua anomala condizione di déraciné della letteratura, il Poeta abbandona lavoro e affetti per rifugiarsi nei vicoli malfamati di Chicago. Come nella migliore delle tradizioni del maledettismo, sarà una prostituta a raccoglierlo dalla strada, tentando di aiutarlo a rimettere insieme i cocci di una vita ormai allo sbando. Di questo periodo è la poesia In grigio, uno scritto che riassume meglio di qualsiasi nota biografica, l’effettivo stato d’indigenza e malessere esistenziale a cui il Poeta si era volutamente sottoposto:
Il giorno mi pesa addosso come una tonnellata di fumo.Le cose già fatte sonocadaveri che riempiono di fetorele stanze grigie dei miei ricordi.
Eppure, nonostante i dissidi e gli scontri con i colleghi, alcuni di loro non dimenticano Carnevali e la sua opera di rinnovamento. William Carlos Williams, ad esempio, dedica all’italiano, un intero numero di Others, l’ultimo: «Emanuel Carnevali, il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste, la fine di Others [...]. Io celebro il tuo arrivo. È per te che noi venimmo fuori, noi vecchi nel buio [...]. Others è giunto alla fine. Dopo questo io mi rifiuto di pubblicare un altro numero. Others non è sufficiente» (3) Durante uno dei pochi slanci di vitalità, Carnevali decide di scrivere nuovamente a Papini al fine di ottenere il nullaosta per pubblicare in America una rivista sulla falsariga de La Voce. Non se ne farà niente, a causa dei ripetuti ricoveri del poeta. Entra ed esce dalle cliniche, un po’ per curare l’encefalite letargica di cui soffre da tempo, un po’ per rimettere a posto i nervi. Carnevali è uno di quegli uomini che sembrano sapere che la vita non gli ha concesso molto tempo, perciò va sempre di fretta, il suo vagabondare è, a tratti, spasmodico e non riesce a trovare pace in nessun luogo.
Una sua collocazione terrena ed esistenziale, Carnevali sembrò averla trovata fra le dune dell’Indiana; lì piantò la sua tenda, in riva a un lago, nei pressi di Chasterton. Da qui scrisse a Carl Sandburg, il suo agente: «Vieni alle dune, Carl, vecchio mio. Vieni a bagnarti nel mio lago, mio per una cerimonia in cui il segreto di ognuno di noi fu rivelato all’altro (il mio col santo vincolo del matrimonio) perché fui io stesso a lanciare nel lago i mille anelli d’oro del tramonto e a tuffarmi per raccoglierli dal fondo giallo-blu. Ti darò sciroppo di ciliegie selvatiche, fatta da me, su una frittella fatta da me. Ti mostrerò duecento rospi che saltano attorno alla mia capanna, scioccamente spaventati da noi due. Sonnecchierai in una capanna in cui il mio corpo ha spremuto un gentile profumo di erbe e su rami sui quali il mio corpo (che non aveva dormito da mesi) ha finalmente dormito. E io ti inizierò alla santità e alla gloria di tutto. Io sono il gran sacerdote di questo cielo, sono il Papa di questo lago. E questi pini, tigli e querce ti daranno lo stesso amore che danno a me, poiché mi hanno udito recitare poesie tue e ti conoscono come mio fratello e amico. Sul serio, Carl, se Emanuel diventa matto o idiota oppure se annega o brucia completamente al sole, oppure se lo colpisce il fulmine, egli parlerà bene di te in paradiso. Dirà a Gesù Cristo & Maometto & Budda, come il loro benedetto agente Carl Sandburg stia facendo il suo sacrosanto dovere sulla terra. (…) E ho dato a voi, tutti inconsapevoli, un amore più puro di tutte le mie parole. E non l’amore di un Satellite, lasciami essere tanto antipatico da dirlo. E se tu non vieni alle dune, sappi però che loro ti aspettano e che il Gran Sacerdote ha detto una Messa Solenne per il tuo arrivo»(4)
Il primo Dio aveva finalmente trovato il suo Regno, la sua Chiesa, il suo Tempio. Una religiosità, quella di Carnevali, di cui spesso si è dibattuto, accostandola alternativamente al duo Hölderlin – Nietzsche, o all’orfismo caro a Campana. In realtà la religiosità di Carnevali ha certamente echi rintracciabili nelle succitate categorie ma è sicuramente molto più simile a quel misto di paganesimo e cristologia che ha trovato in Rimbaud il suo massimo esponente. “Urlavo a squarciagola – scrive Carnevali - la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’ Unico Dio” (5)
In breve tempo, però, il paradiso si tramuta nuovamente in inferno; per riuscire a raccattare quei due soldi necessari per vivere, Carnevali è costretto a far ritorno a Chicago e a guadagnarsi da vivere facendo il cameriere. Ormai non può più scrivere: l’encefalite, causa se non di tutte, di gran parte delle sue sventure, gli impedisce di tenere fra le mani una penna, come di battere correttamente sui tasti della macchina da scrivere. In seguito all’ennesima crisi, dovuta anche all’abuso di morfina, gli amici poeti faranno una colletta per pagargli il ritorno in Italia, nella speranza che almeno in patria, Carnevali potesse essere supportato dall’affetto dei familiari. In realtà i parenti, soprattutto il padre, avevano abbandonato Emanuel a se stesso da tempo. Infatti, a sostenere il Poeta durante i suoi ultimi giorni in ospedale, ci pensò Ezra Pound, che non si era dimenticato del giovane italiano che aveva dichiarato guerra all’intellighenzia americana, la stessa che lo aveva bistrattato dopo la sua adesione al fascismo. Pound andrà a trovare di sovente Carnevali, pagandogli le cure, diffondendo i suoi scritti e affidandogli la traduzione di alcuni Cantos. Di Carnevali e della sua sorte se ne occuperà anche il senatore nazionalista Luigi Federzoni, pronto a finanziare il trasferimento del Poeta in Bulgaria, dove sembrava si fossero scoperti miracolosi medicamenti per gli encefalitici.
Purtroppo il Poeta non avrà né il tempo, né la possibilità di curarsi. La mattina dell’undici gennaio del ‘42, in una clinica psichiatrica bolognese, Carnevali muore strozzato da un tozzo di pane. E chissà che Pound non stesse pensando proprio all’orrenda fine dell’amico, quando scrisse, denunciando il cancro usuraio: “il tuo pane sarà straccio, vieto arido come carta”.
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(1) Francesca Congiu, Il caso di Emanuel Carnevali, UniCa Eprints
(2) Emmanuel Carnevali, Saggi e Recensioni – Maria Pia Carnevali - Frammento di lettera del 1918 a Harriet Monroe
(3) G. C. Millet – E. Carnevali, Voglio disturbare l’America, lettere a Benedetto Croce e Giovanni Papini
(4) Francesca Congiu - Il caso di Emanuel Carnevali – Frammento di lettera scritta a Carl Sandburg ora in E. Carnevali, Diario Bazzanese
(5) Emmanuel Carnevali, Il primo Dio – Ed. Adelphi

sabato 21 novembre 2009

Aspettando Sabato 28 Novembre...

Skoll - Radio Mishima

N.E.D.A. (NATIONAL ENDOWMENTS FOR DEMOCRACY ASSOCIATED)

DA: "LA RINASCITA"

“E’ proprio un bel cadavere, signore. Un vero privilegio occuparsene. Non è esagerato affermare che darà lustro alla nostra ditta”. (Bram Stoker, Dracula)

La prima cosa che ho pensato, naturalmente, è che si trattasse della milionesima bufala fabbricata dalla propaganda dei servizi segreti. L’odore di messinscena mediatica era fortissimo e non poteva essere ignorato. Ogni volta che c’è in corso una “covert operation” volta a trasformare una nazione in protettorato americano (in Iran, per chi non lo avesse ancora capito, sta accadendo appunto questo) è consuetudine dare in pasto al gregge di pecore occidentale qualche abominio virtuale compiuto dal governo che si intende rovesciare, allo scopo di suscitare lo sdegno della pubblica opinione e l’appoggio senza condizioni alle politiche espansionistiche dell’Impero.Gli esempi riempirebbero un trattato in più volumi. Ricordate, nel 1989, le “fosse comuni” di Timisoara, che sollevarono l’indignazione dell’occidente contro il regime di Ceausescu, in corso di rovesciamento? Erano una bufala, cadaveri presi dall’obitorio dell’ospedale e seppelliti in fretta e furia dagli amministratori della propaganda ad uso e consumo dei telespettatori creduloni che accendono le viscere prima del cervello. E la storiella dei soldati iracheni che in Quwait toglievano i neonati dalle incubatrici, che servì da pretesto per l’attacco all’Iraq del 1991? Parto della fantasia, ovviamente, e dal travaglio neppure troppo faticoso. E la decapitazione di Nicholas Berg, compiuta dai malvagi uomini di “Al Qaida”? Quella era vera, solo che era stata compiuta, con ogni probabilità, non da Al Qaida ma da uomini dei servizi segreti USraeliani all’interno del carcere di Abu Ghraib, come ben evidenzia questo articolo. E gli orribili massacri di Srebrenica, che servirono a giustificare l’aggressione degli USA alla Serbia? Falsi come una banconota da tre euro e ancor più falso il video delle esecuzioni, come riconosciuto ormai dallo stesso tribunale dell’Aja. E gli orrori dei bombardamenti russi sulla Georgia dell’estate scorsa? Fasulli e pure mal fabbricati. E il video dei palestinesi che esultano dopo l’abbattimento delle torri gemelle? Vecchio di anni e ripreso in circostanze che con l’11 settembre (altra immensa bufala mediatica) non avevano niente a che fare. Potremmo andare avanti a lungo, citando la madre di tutte le baggianate disinformanti: l’esilarante balla delle camere a gas naziste. Ma mi fermo qui e mi limito a citare solo due esempi di disinformazione che riguardano direttamente i disordini iraniani di questi giorni: erano quasi certamente false la notizia dell’attentatore al mausoleo di Khomeini (avete visto qualche foto dell’evento o dei danni o delle vittime?), quella dell’incendio alla sede del partito di Ahmadinejad e quella del trasferimento dello stesso Ahmadinejad nella base militare di Aghdasieh per motivi di sicurezza.Insomma, da che mondo è mondo un bel mucchio di cadaveri fabbricati e teletrasmessi con gusto rappresenta un vero toccasana politico per la premiata ditta “Sam & Abacuc, Inc.”. Bene: mi assumo la responsabilità di ciò che dico e se arriveranno delle smentite sono pronto a prenderne atto, ma mi sembra proprio che il video della “morte di Neda”, che ha fatto il giro del web e ha creato l’ennesimo simbolo di “eroismo democratico” ad uso e consumo dei telepecoroni internazionali sia un falso, anche piuttosto pacchiano, fabbricato dagli stessi registi che ci hanno offerto gli spettacoli citati più sopra. E ancora una volta il film ha avuto grande successo, almeno a giudicare dalle reazioni isteriche dei benpensanti indignati che hanno saturato la rete. Ci tengo a precisare che l’autenticità o meno del video non cambia di una virgola la mia opinione sull’indegnità di Mousawi e sullo schifo che provo per i suoi sostenitori, branco di venduti e decerebrati che stanno consegnando il proprio paese al colonialismo statunitense. Stroncare una protesta finanziata e gestita da potenze straniere e nemiche, anche a costo di provocare qualche vittima, sarebbe un atto doveroso di autodifesa nazionale. Se una protesta simile fosse scoppiata negli Stati Uniti, sarebbe stata stroncata a colpi di mitraglia - dopo poche ore, non dopo una settimana - dalla Guardia Nazionale e nessun giornale occidentale ci avrebbe trovato nulla da ridire. Israele, pochi mesi fa, ha trucidato circa 1.500 palestinesi con lanci di missili e di fosforo bianco e non ho visto sui media nazionali neanche un miliardesimo dell’indignazione sollevatasi per il (presunto) decesso di una manifestante filoamericana. E non parliamo dell’Iraq, dove gli americani hanno sterminato milioni di persone, riducendo il paese a un deserto: i morti ammazzati diventano “eroi” solo quando vengono fatti fuori dai loro stessi governi per difendersi dalle ingerenze americane. Se li ammazzano direttamente i marines, i democraticissimi media occidentali si dedicano anima e corpo ai flirt di Jennifer Lopez.Fatta questa lunga premessa, spiego i motivi che mi spingono a ritenere che il video della “morte di Neda” sia una bufala, fabbricata pure coi piedi, il che è marchio distintivo di questo tipo di operazioni. Non c’è bisogno di sforzarsi troppo per prendere per il culo i teledipendenti occidentali, poiché essi sono convinti di sapere già tutto. E’ sufficiente fornir loro dei bias di conferma, anche dozzinalmente realizzati, a ciò che già alberga nelle loro teste. In ogni caso:1) La mancanza di informazioni precise sulla manifestante defunta dovrebbe essere già, per il lettore attento, un segnale d’allarme. Il suo nome sarebbe Neda Agha Soltani, di cui circola su internet una foto (vedi sopra) che ben poco somiglia alla ragazza che si vede nel video. Secondo alcuni avrebbe 16 anni, secondo altri (wikipedia) sarebbe una studentessa di filosofia di 27 anni. Non sappiamo nulla della sua famiglia, non sappiamo se l’uomo con la maglietta a strisce bianche e blu che si vede vicino a lei nei video diffusi su internet sia davvero il padre, né quale sia il suo nome. Non possediamo commenti o interviste ai suoi amici, parenti o familiari. Di Carlo Giuliani conoscevamo, già poche ore dopo la sua morte in piazza Alimonda, nome, cognome, indirizzo, generalità dei genitori, vita privata e segno zodiacale. Su Neda abbiamo poche e contraddittorie informazioni, provenienti quasi esclusivamente dai social network come Facebook e Twitter.2) Come fonte di notizie, Facebook e Twitter sono estremamente sospetti. Per capire in che modo questi network siano stati strumentalizzati dagli strateghi della disinformazione, rimando a questo articolo di Thierry Meissan, il quale scrive tra l’altro: “[...]E’ stata distribuita una Guida pratica della rivoluzione in Iran, che comprende vari consigli pratici tra i quali:- Impostare gli account Twitter sul fuso orario di Teheran.- Centralizzare i messaggi sugli account Twitter@stopAhmadi, iranelection e gr88.-Non attaccare i siti internet ufficiali dello Stato iraniano. «Lasciate fare all’esercito» USA per questo (sic).Una volta attuati, questi consigli impediscono qualsiasi autentificazione dei messaggi Twitter. Non si può più sapere se li inviano testimoni delle manifestazioni a Teheran o agenti della Cia da Langley, e non si può distinguere il vero dal falso. L’obiettivo è quello di creare ancora più confusione e spingere gli iraniani a combattersi tra loro”.Sempre Twitter ha fatto sapere che “Neda è stata sepolta al cimitero Behest Zahra” e che “le autorità hanno vietato i funerali” (lieve contraddizione). Nessuno sembra aver assistito al funerale, né i parenti sembrano aver diffuso immagini delle esequie, il che contribuisce ad alimentare i dubbi.3) Lo stesso nome “Neda” (“voce” in lingua farsi) sembra tradire una progettazione a scopo di propaganda. Oltretutto esso richiama, con inquietante omonimia, l’acronimo del National Endowment for Democracy (Ned), l’organizzazione diretta dal neocon Usa Kenneth Timmerman che ha finanziato e organizzato le rivolte pro-Mousawi.4) Il video della “morte” è completamente decontestualizzato. Non si vedono punti di riferimento che permettano di capire in che lluogo si svolge il dramma. Intorno alla scena si vedono alcuni signori che passeggiano tranquillamente, il che è curioso in presenza di una ragazza che, secondo le testimonianze, sarebbe appena stata colpita da un cecchino. Su Youtube c’è un altro video che mostra la ragazza in compagnia del signore dalla maglietta a strisce bianche e blu durante un corteo in via Karegar, ma nel video della “morte” l’ambientazione sembra del tutto diversa.5) Nel video della “morte”, il signore con la maglietta a strisce grida alcune frasi (“Neda, resta con me! Non lasciarmi!”) che mi sembrano troppo hollywoodiane per essere autentiche (io non conosco il farsi, ma questa è la traduzione del sonoro che circola su internet).6) E’ curioso che Youtube non abbia rimosso il video della morte di Neda, che è estremamente truculento e contrario alla policy del sito. Evidentemente Youtube è felice che tutti vedano quel video. Youtube è proprietà di Google, che è stato tra i principali sostenitori della campagna elettorale di Obama. Se l’amministrazione Usa decide di rovesciare il governo dell’Iran, Google offre il proprio contributo alla disinformazione. Ormai non è più solo da TV e giornali che dobbiamo guardarci.7) Ciò che ho elencato finora sono soltanto sospetti. Ma l’elemento che mi ha convinto della grossolana inautenticità del video è il seguente, ed è sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di osservare il filmato con un minimo di attenzione. All’inizio del video la ragazza sembra tenere nella mano sinistra una specie di fialetta, il cui contenuto (un liquido rosso che serve per l’effettaccio speciale) si versa poi sulla faccia, con gesto visibilissimo, durante la concitazione. Quando il videofonino che sta filmando la recita inquadra la “fialetta” ben visibile nella mano, la ragazza rivolge uno sguardo interrogativo all’operatore, come a chiedere: “Ma che fai, idiota, sveli il trucco?”. La sua mano si muove su e giù due volte, in corrispondenza della comparsa sul viso delle due prime strisce di “sangue”. Qui di seguito ci sono i fotogrammi a cui mi riferisco. Sono un po’ sfocati, ma visionando il video nella sua interezza la cosa risulta di lapalissiana evidenza. Lo slogan con cui i seguaci di Mousawi stanno inondando la rete è: “Neda è morta con gli occhi aperti, facendo vergognare noi che viviamo con gli occhi chiusi”. D’accordo per il vergognarvi, ma prima di abboccare a certe baggianate non potreste sforzarvi di aprirli un pochino quegli occhi?

Di Gianluca Freda

venerdì 20 novembre 2009

La tecnica, il nichilismo e…

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

Il fronte ideologico che nel secolo XX ha combattuto la pratica distruttiva della tecnica moderna, ormai da qualche decennio non esiste più. La saldatura tra Usura e Umanitarismo universalista, all’origine del pensiero unico, ha portato come conseguenza l’esaurirsi di ogni prospettiva di opposizione al sistema di nichilismo integrale che ci governa.
E dire che, almeno dai tempi di Nietzsche, qui da noi, in Europa, si era giunti a una precoce diagnosi circa le perversioni della modernità. Ed era sorto alla fine un movimento complesso, in grado di generare anticorpi efficaci sotto tutti gli aspetti: da quello filosofico a quello esistenziale, da quello politico a quello dei valori sociali, immaginali e di legame popolare. Se la rivoluzione nietzscheana era consistita soprattutto nella scoperta dello spirito rovinoso del Moderno, non pochi erano stati coloro che, su quella scia, si erano gettati a recuperare l’arcaico, per volgerlo in modernissimo strumento anti-moderno. Basta pensare che, nel cuore della lotta al nichilismo, noi troviamo alcuni dei maggiori teorici della rivolta militante, totalitaria e radicale: da Klages a Jünger, da Bertram a Spengler a Baeumler fino a Heidegger …e secondo alcuni fino a Rosenberg…ma possiamo metterci senz’altro anche Marinetti…
Si tratta di questo: se il nichilismo moderno veicola un potere tecnologico privo d’anima e pervertito, che non riconosce il superiore dall’inferiore e che conduce al disumano, allora occorrerà sviluppare un nichilismo ancora maggiore, ancora più oltranzista, ma di segno positivo, costruttivo e super-umano…al fondo del quale si avrà il rovesciamento dei sottovalori cristiano-umanitario-egualitaristi e il raddrizzamento dell’essere secondo la parola originaria. Oltrepassamento, insomma, dell’uomo borghese pregno di mediocrità, elaborazione dell’individuo differenziato, elevazione della comunità eroica che domina la tecnica, restaura gli arcaismi delle gerarchie del valore e instaura il potere che vige in natura. La “filosofia della crisi” non fece, in effetti, che produrre una Lebensphilosophie, una filosofia neopagana della vita e della rivendicazione del sacro che è nel bios.
Conosciamo, lungo questa strada, qual’è stato il senso del cammino indicato da Heidegger. Il filosofo arcaico che parlava i linguaggi del boscaiolo con la lama etimologica di un Eraclito moderno lo disse più volte e ben chiaro: il nichilismo che sta affogando la nostra civiltà non va tanto condannato, quanto lucidamente diagnosticato. Esso, a ben guardare, nasconde la potenza di un progetto che va nel senso profetizzato da Nietzsche: una nuova umanità, un nuovo tipo di uomo – ma un uomo legato al valore e radicato al suo suolo – deve imporsi per far compiere alla storia il suo ultimo balzo possibile. Per vedere ciò che solitamente viene soltanto guardato, occorre un nuovissimo sguardo pre-socratico. Non contro, ma oltre il nulla.
Un piccolo ma prezioso libro di Guillaume Faye, Per farla finita col nichilismo (Società Editrice Barbarossa), giunge a proposito per rammentare a noi, sfibrati testimoni dell’assurdo quotidiano, quanto profondo sia il bacino di infusione in cui si formarono le più acuminate idee europee di rivolta contro il mondo moderno. Heidegger, in questo senso, è stato un vertice.
Come si sa, il pensatore della Foresta Nera giudicò che l’annunzio di Nietzsche sulla morte di Dio concluse la metafisica occidentale, aprendo nuovi spazi al possibile. Quello che si crea nel momento in cui irrompe la perdita dei valori è una volontà sovrumanista di superamento e insieme di restaurazione. Dice Faye che Heidegger «si impegna sui sentieri del dopo-nichilismo» proponendo di «ristabilire un “vincolo etico” tra l’essere umano preso nella sua essenza e il suo mondo, non più secondo i principi d’ordine universale». Infatti: l’etica volontarista che dovrà agire sull’ignoto terreno della post-modernità sarà rappresentata da forme vitali non assolute, ma relative. Heidegger condannò la tirannia dell’umanitarismo nato dalla rottura giudeo-cristiana tra uomo e natura. Certe dispotiche trascendenze, secondo lui, avevano teso trappole e inganni, facendo dimenticare all’uomo la propria identità particolare.
Ecco perché, dovendo agire in questa vita per questo uomo, la filosofia dell’avvenire pensa la volontà di potenza come faccenda di questo mondo: la mano del Superuomo sulla tecnica. Anziché rimanere schiavi di una tecnica profana e mercantile, Heidegger propone di concepire un dominio dell’uomo cosciente e creatore sul potere della materia. Come l’antico artigiano, l’artiere, l’homo faber, univano la techne al logos e al mythos, così – pensa Heidegger – si dovrà riallacciare l’arcaico nesso tra volontà e potenza.
Ma dove trovare l’uomo giusto, la giusta volontà atta a scardinare il nichilismo debole del mondo attuale? «Sarà – risponde Faye parafrasando Heidegger – dove risiede il più alto nichilismo…ma sino al punto in cui si dà la possibilità di distruggerlo: nel regno scientifico della potenza tecnica».
In questo riappropriarsi della tecnica, ma in maniera oltranzista e secondo un progetto di rovesciamento, si attua per altro il contromovimento precisato da Jünger al tempo di Oltre la linea. Dato che «tra il caos e il niente c’è una decisione», esiste la possibilità concreta per una volontà di opposizione al disfattismo dell’era presente, così da fare spazio di nuovo e finalmente all’antico nomos, «inteso come tradizione».
Il nichilismo “positivo” auspicato da Heidegger, quello in grado di riassestare il piano inclinato della storia e di produrre la rinascita della grecità arcaica, scaturirà non da una riflessione o da un buon proposito, ma da una lotta: «una lotta è necessaria per decidere quale umanità sia capace dell’incondizionato compimento del nichilismo». Solo una lotta per il padroneggiamento della tecnica dal lato tradizionale «può ancora salvare la soggettività nella superumanità», si legge in Oltrepassamento della metafisica. Non una qualunque umanità, sottolinea inoltre Heidegger, sarà chiamata a «realizzare storicamente il nichilismo incondizionato». Heidegger raccomandò sempre di non smarrire il senso dell’appartenenza e del legame con la provenienza. Sue erano le invocazioni al Bodenständigkeit, il radicamento al suolo, e al «rimanere nella protezione entro ciò che ci è parente».
Faye vuole ricordarci che Heidegger non fu contro il suo tempo per spirito reazionario. Il suo essere “inattuale”, alla maniera di Niezsche, si colloca nel futuro e nell’ipotesi del superamento dell’umanità umanitaria, quale è stata costruita razionalmente dal cristianesimo e poi ossificata dal mercantilismo liberale. Heidegger propone la lotta e il rischio, ripensa il verso di Hölderlin: «Ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva», e conclude: «Noi guardiamo entro il pericolo e scorgiamo il crescere di ciò che salva». Questa volontà di vivere pericolosamente, questa volontà di volontà, lungi dall’essere fine a se stessa, chiede strumenti per abbattere il dominio del tecno-mondialismo, gestito da chi «trasforma la Terra in mercato mondiale…risolvendo così ogni ente in un affare di calcolo», come è scritto in Sentieri interrotti. E li trova nella volontà di costruire un progetto, innestato in quella che Faye chiama la terza età o età apollinea: quando la volontà di potenza vede con chiarezza, in tutte le sue sfumature, la possibilità di costruire l’ordine di una nuova Ellade. C’è, in questo breve testo di Faye – vecchio di trent’anni, ma nuovo nel ridare alla figura heideggeriana l’inquadratura sovrumanista che le compete – ciò che Francesco Boco, nell’introduzione, definisce indiretto lascito di Giorgio Locchi, un autore ben noto allo scrittore francese ma troppo poco, invece, alla cultura italiana. Effettivamente, Faye non fa che mettere su Heidegger il medesimo accento che questi mise su Nietzsche. In tutti i casi, si vide nella volontà di potenza il cardine di un annuncio. E questo annuncio contiene una sorta di chiamata all’azione, per vedere se la negatività del contemporaneo – il nichilismo – non possa essere volta nella positività del futuribile. E la negazione non possa diventare una grande affermazione.
Diabolico cesellatore della parola, virtuoso assemblatore dei significati sottesi al variare dei prefissi, Heidegger dice cose inequivoche, al di là di certi occultismi lessicali, che Rosenberg ingenerosamente definì una volta come “cabalistici”.
La cerca heideggeriana dell’Inizio nella filosofia eraclitèa della lotta, non era un vezzo di erudito, ma un messaggio ideologico ben preciso. Per fare solo un esempio, la sua esortazione a rientrare in possesso di «ciò che conduce l’alba del pensiero entro il destino della terra occidentale», non è semplicemente un argomento filosofico, ma un indicatore propriamente politico. La filosofia heideggeriana è per lo più una filosofia politica, poiché tende sempre a impegnre l’uomo in relazione alla comunità, al ricordo e alle radici. Cè infatti chi ha giudicato il pensatore anche come un teorico della Führung e della Volksgemeinschaft. Lui stesso come nuovo Platone, inserito in un disegno di rivoluzione culturale: la scienza come bios e la società come comunità organica. Su tutto, la riacquisizione della Grecia arcaica, della sua mistica dell’autoctonia e della sua padronanza sulla techne creativa.
Non a caso, Heidegger difese l’idea naturale della pluralità dei lignaggi, nel senso che ogni popolo è contrassegnato dallo spirito, dalla storia e dalla natura. Secondo Lacoue-Labarthe, addirittura, tutto il pensiero di Heidegger esprime una grande coerenza ideale su questi temi, in un intreccio armonico di filosofia e di politica che renderebbe il suo coinvolgimento con il Nazionalsocialismo, da Heidegger per altro mai sottoposto ad autocritica, del tutto ovvio. Il nocciolo della riflessione lo possiamo individuare nella categoria essere-nel-mondo, usata da Heidegger per realizzare il superamento del soggettivismo liberale. Come ha scritto Losurdo, è qui che l’ideologia del radicamento di Heidegger – espressa sin da Essere e tempo – diventa un valore politico, cioè il legame popolare dato una volta per sempre dalla storia e dalla natura. È un fatto che, molto probabilmente, Heidegger intravide nel Nazionalsocialismo ciò che cercava. Tra l’altro, la concezione che la scienza, come accadeva nell’antica Grecia, non era un semplice bene culturale, ma «la più intima forza determinante dell’intero esserci popolare-statale». Come dire: rinascita del mito comunitario e protezione della famiglia contadina nel suo spazio ancestrale ma, al tempo stesso, finanziamento dei programmi missilistici.
Di Luca Leonello Rimbotti

giovedì 19 novembre 2009

Salute: la gallina dalle uova d'oro

DA: "NO REPORTER"

Che dietro certe malattie ci fosse solo il business farmaceutico e il controllo sociale, si era capito. L'influenza A rientra fra queste.

L'influenza A? Un tipico caso di invenzione della malattia. Sì, perché una malattia si può inventare, anche se il disturbo non esiste. Si può studiare a tavolino. Case farmaceutiche da un lato, medici dall'altro, un'ottima campagna di marketing. E il gioco è fatto. Viene prodotto un farmaco, magari si fa un convegno che legittimi una certa malattia, e quel farmaco inizia ad essere venduto. Le aziende farmaceutiche si arricchiscono, la classe medica perde la propria indipendenza a scapito delle reali necessità del paziente, e l'etica va a farsi benedire. Non tutti conoscono il disease mongering. Si tratta della mercificazione della malattia, ossia di un'operazione di marketing finalizzata all'introduzione di un farmaco già pronto per l'immissione nel mercato. Più semplicemente è la tecnica mediante la quale di creano patologie a tavolino allo scopo di vendere più farmaci.

'Il nostro sogno è di inventare farmaci per gente sana', è la celebra frase detta da Henry Gadsen, Direttore Generale della multinazionale farmaceutica Merck. Ed è con questo concetto che si apre a Genova, venerdì 9 ottobre, un convegno che affronterà con casi specifici il problema del disease mongering. Ne fa parte anche l'influenza A, un tipico caso di "invenzione della malattia". Il virus semplicemente arriva a colpire (leggermente) molte persone. Eppure si è creato il panico, si è parlato di pandemia. Ma non è la prima volta, come scrive in una lettera aperta la associazione culturale pediatri italiani. Nel 2005 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva previsto fino a sette milioni di morti per l'influenza aviaria. Alla fine i morti furono 262. E secondo una delle maggiori banche di affari del mondo (JP Morgan) l'attuale

mercoledì 18 novembre 2009

CONQUISTATA LA CONSULTA PROVINCIALE..ORA SI FESTEGGIA!


Nessuno avrebbe mai potuto pensare che la Consulta degli studenti, organo provinciale delle scuole medie superiori fiorentine, potesse essere conquistata dalla destra giovanile. Dopo anni di dure battaglie, di militanza e di azione, il popolo studentesco ha premiato con una maggioranza schiacciante chi ha anteposto la proposta al piagnisteo, lanciando battaglie identitarie e reali, concrete e ribelli.


La nostra Comunità festeggia il successo con una grande serata, che si svolgerà a Casaggì, "centro sociale di destra" e punto di riferimento per il mondo giovanile identitario fiorentino, SABATO 28 NOVEMBRE dalle 21.

Sarà una serata di cultura, di Comunità e di arte. Una serata in tributo a Yukio Mishima, scrittore e uomo d'azione dalla tenacia esemplare. Una serata che vedrà la partecipazione di Paolo Bussagli nel recital dedicato alla figura di Mishima ed il concerto di Skoll, punta di diamante della "Musica Alternativa".


La serata sarà corredata da filmati a tema e da una attenta selezione libraria del nostro gruppo di ricerca, che permetterà a tutti di approfondire l'universo culturale della tradizione nipponica.


LA FESTA DELLA VITTORIA A CASAGGì:

SABATO 28 NOVEMBRE ore 21 - TEATRO E CONCERTO

RECITAL DI PAOLO BUSSAGLI E MUSICA DI SKOLL

CASAGGì FIRENZE - VIA MARUFFI 3

Bad Religion


DA: "ONDA ROCK"

A 15 anni Greg Graffin fondò i Bad Religion, a 16 l'etichetta discografica indipendente Epitaph (sì, quella che negli anni 90 venderà milioni e milioni di dischi con Offspring, NOFX e Rancid), a 17 anni in teoria sarebbe anche potuto morire; infatti a 17 anni Gregg Graffin aveva già detto tutto quello che aveva da dire; solo che, dopo averlo detto, si trattava di farlo; e così fu. I Bad Religion nacquero con la seconda ondata dell'hardcore di Los Angeles, con la seconda generazione di hardcorer che è così stretta alla prima (1-2 anni) da esserne quasi indistinguibile, se non fosse per il fatto che riguardo ai fenomeni di cui ci stiamo occupando anche un anno conta. Nel 1980 già erano finiti, con Derby Crash, i Germs, i fondatori dell'hardcore di Los Angels (dopo aver fuso Ramones e Sex Pistols), i fondatori (con Zeros, Avengers, Weirdos, Misfits, Fear e Black Flag) dell'hardcore dal 1977. Ma se questa che negli effetti è l'iniziale, può chiamarsi la "generazione zero" dell'hardcore, il genere divenne genere a partire dal 1979 con l'esplosione della prima, compatta generazione di hardcorer losangeliani (Adolescents, Circle Jerks, Descendents, Christian Dead, Agent Orange), passando per il 1978 (Dead Kennedys, Angry Samoans, TSOL, Flipper, Social Distortion). Sino al 1980 l'hardcore era stato una musica sostanzialmente suonata e ascoltata da minorenni (non minorati!) losangeliani. Il 1980 segnò l'apice e la revisione del movimento. Da una parte emersero, ossia riuscirono a pubblicare i vari gruppi fondatori del genere che sino ad allora e pressoché tutti erano rimasti nell'anonimato degli spettacoli dal vivo; da un'altra si ebbero i primi casi di post-hardcore (Minutemen, Flipper, Fear); da un'altra la ri-fondazione del genere sia geograficamente (un po' per tutta l'America si ebbero sacche hardcore, specie a Washington, Chicago, Minneapolis, New York, Boston e San Francisco) sia formalmente (Bad Brains e DRI estremizzarono insuperabilmente il genere). In tale contesto si presentarono in una Los Angeles che stava per non essere più la Los Angeles hardcore (di lì a poco avrebbe investito la città la temperie heavy metal), con un hardcore che o non era losangeliano o non era hardcore o, come spesso avveniva, non era più né losangeliano né hardcore, un gruppo tradizionalista come quei Bad Religion con per di più un suono quasi meno devastante della media, un'età ancora più bassa della media, delle liriche meno efferate della media, dei modi meno teppistici di questa stessa media hardcore: come scommettere su quei quattro?
La funzione storica dei Bad Religion fu quella di essere sostanzialmente l'unico gruppo hardcore attivo a Los Angeles tra la nascita e vita del movimento (1977-1980) e il suo revival (1990-1995) in questa medesima città. I Bad Religon assolsero questo compito in modo singolare: sostanzialmente fallendo nella prima parte della loro lunga carriera (1980-1987), quando l'hardcore o era post- o era iper-, invece cogliendo inaspettatamente e supremamente nel segno tra il 1988 e il 1990, rifondando per la terza e ultima volta il genere (prima fondazione: Germs; seconda: Bad Brains e DRI), e rappresentando il caso più unico che raro di una vecchiaia artistica superiore alla giovinezza . Ma fermi un attimo! Spesso si suole dire questo dei Bad Religon, però è improprio: i Bad Religion non costituiscono un'eccezione alla regola dei primi tre album (dopo i quali nessun gruppo rock avrebbe aggiunto nulla di più o di meglio al proprio repertorio); infatti i Bad Religion possono essere presi sul serio, e può quindi considerarsi il loro primo album quello dell'anno in questione, a partire dal 1988: perché è vero che a queste stagioni il gruppo è attivo da 8 anni, ma è anche vero che solamente nel 1988 l'età media dei suoi componenti giunge ai 23 anni! E neanche un enfant prodige, con tutta la sua tecnica, è mai riuscito a fare arte. I Bad Religion semplicemente hanno avuto la sfortuna di pubblicare troppo presto (loro stessi hanno voluto questa sfortuna: si sono fatti una label); la maggior parte degli altri gruppi e rock e hardcore ha invece avuto dei freni che con il tempo si sono rivelati essere stati un vantaggio. I Bad Religion del 1988, il Graffin del 1988, non sono nulla di diverso dai precedenti, sono soltanto maggiorenni... Che poi il modo di dire quelle cose che avevano sempre in testa li porti a fondare un terzo hardcore significa solo che ciò era quello che i Bad Religion volevano e dovevano fare allorché nacquero ma che senza una crescita fisiologica erano impossibilitati a fare.
Mi rivolgo a tutti gli estimatori dei Nirvana, che invito a considerare questo: Greg Graffin non è il nonno di Kurt Cobain, è nato due soli anni prima di lui. Si ha la sensazione che appartenga a un'altra epoca solo perché, in effetti, ha iniziato la propria attività una, due, tre epoche musicali prima di Cobain. E prima di giudicare i risultati di questi suoi primi tentativi si pensi cosa ci avrebbe potuto far ascoltare Cobain nell' '82 (a 15 anni) o nell''85 ("Bleach" è dell'89). Pochi considerano tali componenti: di solito, quando si prende in mano i primi Ep o il primo album di un gruppo (specie hardcore) si sottintende che chi ne è stato l'artefice abbia 18-20 anni. Per i Bad Religion il fatto è che siamo al di sotto perfino della maggiore età. I Bad Religion nascono in un anno, il 1980, nel quale tutti i gruppi che sorgono non sono propriamente hardcore (Gun Club, Meat Puppets, Minutemen, Mission of Burma) o lo sono in modo eccessivo (Minor Threat). I Bad Religion si configurano quindi (e controtendenzialmente, esclusi i gruppi hardcore solo per moda) come dei blandi, coriacei, conservatori del genere. Conservatori reazionari: anziché progredire o fissarsi nel già fatto, ripartono addirittura dall'hardcore primitivo dei Ramones. Suonano quasi punk (il che, non è un complimento, per chi fa hardcore, è come dire a una modella di essere mascolina...).
L'altra metà del discorso per cui è importante Gregg Graffin si è detto trattarsi della label che fonda. Va precisato che era quasi una consuetudine, per l'epoca, più che auto-prodursi, auto-pubblicarsi; o meglio, consuetudine nel senso che tra il 1979 e il 1981 nacquero le più importanti etichette indipendenti o indie americane, etichette che nacquero nel contesto hardcore e per lo più (quindi) nella città di Los Angeles. Tuttavia, la precocità di Graffin fu anche in questo un caso unico e in parte eccessivo (fino alla maturità la casa discografica di Graffin, come la sua musica, non darano frutti ragguardevoli). A Los Angeles, Gregg Ginn (del quale si noti però l'anno di nascita: 1954) aveva dato l'avvio al processo di fondazione di un gruppo (Black Flag) e di una label ad hoc per incidere (in questo caso la SST, che ebbe tra i migliori artisti hardcore di ogni tempo: Minutemen, Meat Puppets, Descendents, Saccharine Trust, Husker Du, Dinosaur Jr, Bad Brains); sempre a Los Angeles fu a dir poco fondamentale la SLASH (Germs, Violent Femmes, X, Dream Syndicate, Gun Club, Fear, Misfits, L7) di Bob Biggs (che si occupò anche dello storico documentario "The Decline of Western Civilization" sulla vita e l'opera degli hardcorer di Los Angeles); a Washington fece in parte da controcanto a Graffin la Dischord (poi di Rites Of Srping, Fugazi, Nation Of Ulisses, Jawbox) che per i suoi Minor Threat fondò Ian Mackaye (il quale aveva comunque tre anni in più di Graffin). Fin dall'inizio i Bad Religion ebbero una via punk all'hardcore, in sostanza facendo sul serio ciò che i Ramones facevano giocando (o meglio col sorriso: perché il gioco dei Ramones è tragico e amaro). Trapela in ogni passaggio musicale e nel fioco canto di Graffin (più sul recital cantando punk che sull'urlo hardcore) tutta l'adolescenzialità del gruppo. I testi fin da subito si qualificano come da cultura universitaria messa a contatto con i bassifondi, per una legge di compensazione e rifiuto vicendevole dell'una e degli altri. I testi parlano con scetticismo materialistico e di sinistra delle alienazioni insite tanto al mondo borghese quanto a quello proletario, quanto a quello punk, in un nichilismo non autocompiaciuto ma sopravvissuto a se stesso (come è proprio di tutto l'hardcore, che per questo si differenzia dal punk), che si distingue per ambientazioni post-nucleari e incentrate su temi e linguaggi da biologia e antropologia (oggi Graffin è professore universitario di Biologia evolutiva). In sostanza i testi del Graffin maturo saranno incentrati sull'alienazione dell'uomo dovuta ancor prima a un nichilismo sociale. E per questo, se talora ridondanti, non lo saranno mai come le trite tirate punk anti-borghesi e si qualificheranno anzi come la formalizzazione del disagio hardcore che non è storico (punk) ma costitutivo: e alla necessità non ci si ribella. Da tutto ciò ne deriva un filantropismo più compassionevole e passivo che umanitario e attivo. Fin da subito i brani vengono scritti ora assieme ora alternandosi da Greg Graffin e Brett Gurewitz, i due fondatori dei Bad Religion. Bad Religion 1981, Ep (7 brani, 12 minuti). Jay Bentley (basso), Greg Graffin (voce), Brett Gurewitz (chitarra), Jay Ziskrout (batteria). "Bad Religion" è il primo classico e manifesto del gruppo: "See my body, it's nothing to get hung about. I'm nobody except genetic runaround. Spiritual era's gone, it ain't comin' back. Don't you know the place you live's a piece of shit? Don't you know blind faith in life will conquer it? Don't you know responsibility is ours?". Con tanto scoramento, tanto effetto garage, predominanza della sezione ritmica (il basso "anni 80") e chitarre che sferragliano rifuggendo ogni assolo (in pratica accompagnano). "Politics" è una sciapa cantilena comunista. "Sensory Overload" dimostra come dei ragazzi affranti e sinceri possano coinvolgere e commuovere anche senza grandi basi né tecniche né compositive. "Slaves" è un Ramones rattristito. "Drastic Actions" si basa (a ritmo lento o zoppicante) sull'indomabile spirito di un suicida non ancora maggiorenne. La voce di Graffin è colma di cuore e vale più di quello che canta e di come lo canta. Stesso per gli strumenti. È un pianto rotto. "World War III" è una fioca nenia pacifista. How Could Hell Be Any Worse? 1982, Lp. Quattordici brani, 30 minuti. Greg Hetson dei Circle Jerks aggiunge la propria chitarra. "We're Only Gonna Die" mostra un gruppo ridipinto di fresco: più veloce, più violento, più hardcore, ma meno inspirato. "Latch Key Kids" ha l'inintelligibilità rocambolesca e rumorosa tipica dell'hardcore più dozzinale e non è nemmeno lontanamente in grado (come faranno i futuri Bad Religion) di tirar su da questa un'arte. "Part III" torna alle commozioni del primo Ep: la novità sono gli assoli di Hetson e Gurewitz, peccato che siano gratuiti. "Faith in God" è una brutta copia di "Bad Religion".
"Fuck Armageddon...This Is Hell" è il secondo capolavoro dei Bad Religion, è uno degli inni degli anni 80; sostenuto da tanta violenza quanta desolazione e il tutto in una sconcertante semplicità e immediatezza naif. I Bad Religion si configurano come apocalittici e incentrati sulla Terra solo dal punto di vista del Cosmo.
"Pity" prelude, nella sua gracilità e mestizia acceleratissime, pienamente ai futuri Bad Religion, è anche melodiosa: purtroppo manca di arrangiamento e produzione. "In the Night" ripropone ancora uno strato sonoro e armonico preludente al futuro sound Bad Religion, o meglio alla futura esecuzione di un sound o idea che sembra i Bad Religion abbiamo avuti sin dall'inizio. Verrebbe quasi da dire che se questi brani fossero stati adeguatamente prodotti e arrangiati, avrebbero realizzato già tutto il lavoro futuro del gruppo. "Damned to Be Free" è un'insensatezza alla ricerca di senso. "White Trash (Second Generation)" lo stesso. "American Dream" una "Fuck Armageddon...This Is Hell" mal riuscita. "Eat Your Dog", "Voice of God Is Government", "Oligarchy", non aggiungono altro.
"Doing Time" è una summa pienamente riuscita della disperazione e tristezza del primo Ep. Un'omelia hardcore sotto forma di ballad. Into the Unknown è l'album del 1983 che ripropone i medesimi pregi e difetti del precedente. Dopo questo secondo album il gruppo (cioè Graffin, Gurewitz e Bentley) si sciolse. Graffin continuò da solo con il progetto Bad Religon. Back to the Known, 1984, Ep. Cinque brani, 10 minuti. Tim Gallegos (basso), Greg Hetson (chitarra) Greg Graffin (voce ), Pete Finestone (batteria).
"Yesterday" è, a ritmi rallentati, quello che saranno i Bad Religion della seconda metà degli anni 80: epos hardcore. "Frogger" è un capolavoro assoluto, il miglior brano dei Bad Religion sino al 1989 e anche dopo al pari solo dei migliori. È l'apice dell'elegiaco lirismo di Graffin; introdotto da latrati tra lo scherzo e la tragedia, disvela il cuore lasciato marcire (ma non instupidire) dell'autore: "I'm tired of this city, all this toil and strife. Trying to cross the boulevard, playing frogger with my life. Frogger with my life". "Bad Religion" è una versione jazzata del pezzo classico. "Along the Way" è l'altro capolavoro di Graffin, quasi del medesimo calibro di Frogger: ancora elegia, ancora morale vissuta e non teorizzata, ancora raffinatezza. "New Leaf" è un anonimo power-pop. Dopo quattro anni di silenzio, i Bad Religion si riformano. Adesso hanno tutti passato i 20 anni. È il 1987: qualche centinaio di chilometri sopra Los Angeles sta creandosi il grunge o l'hardcore di Seattle, fatto da altri ventenni che non hanno geograficamente avuto la possibilità della, per i Bad Religion, precoce esperienza hardcore losangelese e che, finita questa, cercano di rifarsi a casa propria. Nel 1987 si formano i Fugazi (a Washington) e i Jesus Lizard (a Chicago) aprendo formalmente la stagione del post-hardcore (in realtà iniziata 7 anni prima; diciamo allora di "un" post-hardcore). Nel 1987 gli Squirrel Bait con "Skag Heaven" danno uno dei più grandi album rock di sempre e segnano la scissione tra un hardcore tradizionale fagocitato ora dal metal ora dal noise ed il succitato post-hardcore o emo-core di fine anni 80 e inizio 90 (che porterà sino al post-rock degli Slint). Suffer 1988, Lp. Quindici brani, 26 minuti. Jay Bentley (basso), Greg Hetson (chitarra), Greg Graffin (voce), Brett Gurewitz (chitarra) Pete Finestone (batteria). Quest'album inventa uno nuovo stile hardcore (rifondando per la terza volta il genere dopo Germs e DRI/Bad Brains) che potremmo definire power (nelle forme) ed epic (nei contenuti). Mai brani hardcore erano stati così brevi e veloci; così veloci da attutire per questo la propria potenza. Mai brani rock erano stati così densi e concentrati. Ogni brano appare indistinguibile dall'altro perché ogni brano è così pieno e veloce da rendere tangibile la propria ricchezza soltanto dopo molti e molti ascolti. Si tratta di una miniera d'oro che frana di colpo e tutta insieme rendendo così impossibile servirsene. E questa è arte estrema. Ogni brano è diversissimo e ogni brano è fatto di mille brani: risulta però, all'apparenza, ogni brano uguale all'altro per via dell'eccessiva velocità e perfezione monolitica con cui giunge alle orecchie. È una bellezza che va rallentata per ammirarla, eppure è bellezza solo perché procede supersonicamente. Quest'album eleva il pletorico e noioso corale punk, con la relativa cantilena vomitevole nella strofa, a meditazione epica sulla condizione umana concepita come perenne dissolvenza esistenziale. Concepita atomicamente (e in modo tanto più spietato in quanto ci si serve di una lingua da libri di genetica). La partitura e l'esecuzione di ogni strumento sono massimamente limate e orchestrate in un'armonia che prevale e a cui soggiace la melodia. I Bad Religion si qualificano come tra i migliori musicisti, non solo hardcore, ma rock, di sempre. Lo strato sonoro che è in grado di gestire quest'ensemble cameristico è veramente impressionante. I Bad Religion elevano l'hardcorer straccione e adolescente al rango di eroe epico disilluso e modestissimo, compassionevole, solitario e anarca (non più anarchico), facendo del nichilismo il pane quotidiano da masticare e non da sputare. L'album in questione ha una rilevantissima importanza nella storia del rock all'interno della quale raggiunge una perfezione formale assoluta. Tuttavia sostanzialmente (nelle "belle canzoni") i Bad Religion dovranno ancora rivelarsi, essendo, anche qui, accompagnati da quella loro vecchia sterilità in fatto d'incisività melodica. No Control 1989, Lp. Jay Bentley (basso), Greg Hetson (chitarra), Greg Graffin (voce), Brett Gurewitz (chitarra) Pete Finestone (batteria). È l'album della definitiva maturità artistica del gruppo. È un album perfetto sotto tutti i punti di vista; porta il power-epic dell'88 a vertici espressivo-contenutistici ineguagliati e si impone come tra i primi cinque album hardcore di sempre. Abbiamo il medesimo monolite della precedente opera, siamo investiti dalla medesima massa sonora che ha ancora, nell'apparenza, tutta l'inintelligibilità e piattume della precedente opera. Ma una volta rivelata quell'apparenza, si scopre una sostanza intimamente e profondamente significativa. L'ambientazione post-nuclerare richiama per contrasto la preistorica, denudando così la perenne natura umana. Quest'album ha il medesimo numero di brani e la medesima lunghezza del precedente; come il precedente, inoltre, è fatto in pratica in presa diretta. E ogni brano, come nel precedente, è scritto dalla coppia Graffin/Gurewitz.
"Change of Ideas" (0.56) è il primo capolavoro nei capolavori; incontenibile e assoluto (quindi inafferrabile); un power-pop estremo e scandagliato da nugoli di riff e cambiamenti di tempo. "Big Bang" (1:47) procede senza alcun respiro in quest'olocausto sonoro che, come fosse oltre la velocità della luce, arriva sino a dare l'idea di staticità. Una volta però affermati i motivi (che vi sottostanno) o le melodie delle singole realizzazioni, non si può non apprezzarne la liricità e sensibilità. Ogni strumento è sublime nella sua parte.
"No Control" (1:40) convalida ancora la poliritmia e polifonia sempre rasentate il barocchismo, ma supremamente senza cadervi (come la grande epica che non è mai retorica) di questa musica classica per hardcorer.
"Sometimes I Feel Like" (2:19) mostra, con tutti i suoi espedienti (tanto della sezione ritmica quando delle chitarre stratificate), come su ogni secondo di brani così potrebbero costruirsi intere canzoni. Risultano così incontenibili i Bad Religion da sprecare quasi la loro ricchezza (in uno spreco che gliela incrementa, se possibile) affastellando e affastellando soluzioni d'alta scuola.
"Automatic Man" (2:05) stesso discorso. "I Want to Conquer the World" (1:34) è l'apice della dramamticità epica (dissimulata nel raffinato canto e suono in superficie monocordi e in profondità fatti con variazioni su variazioni) e dell'umanitarismo compassionevole o introspettivo di Graffin.
"Sanity" (0.47) è il secondo capolavoro nei capolavori: sconfinata tristezza, sconfinata grazia, sconfinata sopportazione. "Henchman" (2:44) continua il discorso o la saga. "It Must Look Pretty Appealing" (1:07) lo stesso; e con in più la commozione derivante da ogni melodia non ricercata ma trovata in sfumato. "You" (1:57) è come se fondesse i due brani che lo hanno preceduto in un'unica articolatezza e commozione in alcun modo ostentate. "Progress" (2:08) è il terzo capolavoro nei capolavori. È come un hardcore-progressive iperconcentrato. "I Want Something More" (1:54) inaugura la tecnica del "brano tagliato": espediente di gran classe per sorprendere ed evitare ogni mediocrità o prevedibilità. A metà il nastro è tagliato e poi riparte in qualche secondo di finale corale e marziale. "Anxiety" (1:42) è il quarto capolavoro nei capolavori. Particolarmente intimistico e commovente. "Billy" (1:23) consuma ancora riff scorati e un canto altrettanto. Sempre con discrezione, sempre con perfezione, sempre con infinita sensibilità, da un alto messa in pubblico dall'altro al pubblico sottratta per la velocità con la quale vi viene messa.
"The World Won't Stop" (2:14) chiude con il quinto capolavoro dei capolavori che grida la grandezza di tutto l'album dei Bad Religion: l'esigenza di riflettere all'interno di un flusso irrefrenabile di velocità, l'esigenza di correre al massimo per fermarsi. Quest'album è uno degli album più meditativi del rock, ed è quello che ha l'apparenza di esserlo meno. Per questo è tra i maggiori e deve ritenersi classico tra i classici. Against the Grain 1990 lp. 17 brani, 34 minuti. Jay Bentley (basso), Greg Hetson (chitarra), Greg Graffin (voce), Brett Gurewitz (chitarra) Pete Finestone (batteria). Dopo la perfezione epic/power del precedente album, questo allarga i confini in un'operazione che se da una parte snatura l'efficacia essenziale della precedente dall'altra ne allarga i confini in direzioni formali estremamente e immediatamente varie. Quest'album accentua l'epic anziché il power e accoglie varie novelty, inammissibili nella corazzata precedente. Permane tuttavia quel senso di deflagrazione o carica incentrata anziché sull'esplosione, sull'implosione. Sono confessioni hardcore dinanzi al proprio io, non arringhe punk di carattere pubblico. Dopo 10 anni Graffin e Gurewitz si spartiscono, come i maturi Hart e Mould degli Husker Du, i brani (9 del primo e 6 del secondo) e si presentano quindi, al pari di Hart e Mould, come altri due classici cantautori-hardcore. Trovano, in un'occasione ciascuno, anche spazio Bentley e Hetson.
"Modern Man" (Graffin) [1:56] è un capolavoro che fa eco all'epico inno "Change of Ideas" (con più cori che lo fanno ancora più epico: e quando si dice epico ci si dovrebbe scandalizzare, visto il genere in questione, l'hardocore!); sublima il proselitismo anti-evoluzionistico e l'alienazione conseguenza del fallimento di questo di Graffin. Il testo costituisce il testamento dell'autore o scienziato-punk: "I've got nothing to say, I've got nothing to do, all of my neurons are functioning smoothly yet still i'm a cyborg just like you, I am one big myoma that thinks, my planet supports only me, I've got this one big problem: will I live forever? I've got just a short time you see, modern man, evelotionary betrayer, modern man, ecosystem destroyer, modern man, destroy yourself in shame, modern man, pathetic example of earth's organic heritage, when I look back and think, when I ponder and ask 'why?', I see my ancestors spend with careless abandon, assuming eternal supply, modern man..., just a sample of carbon-based wastage, just a fucking tragic epic of you and I".
"Turn on the Light" (Gurewitz) [1:23] ha un incedere quasi western o comunque più da prateria che da città, più da giorno che da notte (sarà una caratteristica, una vernice Meat Puppets, comune a tutta l'opera).
"Get Off" (Graffin) [1:42] è, come tutti i brani di Graffin, più serioso, nostalgico, scorato. Ineccepibile. "Blenderhead" (Gurewitz) [1:11] è, come tutti i brani di Gurewitz, in ricerca dell'espediente, della soluzione spaziante: qui un coro come solo i Bad Religion hanno imparato a fare (né perditempo come i Ramones né retorico come quasi tutti i cori-rock, bensì sublime nell'epico; e molto dosato) e una fine a sorpresa con il taglio del nastro. "The Positive Aspect of Negative Thinking" (Bentley) [57] è un'efferatrezza pienamente riuscita che sul finale cambia tempo diventando ancor più efferata. Uno dei brani che impreziosiscono l'album.
"Anesthesia" (Gurewitz) [3:02] Il capolavoro di Gurewitz, anche se finisce per suonare poco Bad Religion. Estrania, ma, come con tutti i grandi brani, è un piacere. Sezione ritmica devastante e infaticabile, chitarre ariose quasi arena-rock, melodie toccanti e adolescenziali ai cori; finale tra riff metal e tamburi sintetizzati. Bad Religion alla Pixies.
"Flat Earth Society" (Gurewitz) [2:21] è un capolavoro della medesima levatura del precedente. Gurewitz contribuisce non poco a rinfrescare l'ispirazione di Graffin (che risulta comunque sempre più profondo e conscio); è un tripudio di flebili vite giovanili, di ricordi, di speranze infrante (l'espediente qui ancora un coro magistrale, da western wagneriano). È un canto d'amore al nulla.
"Faith Alone" (Graffin) [3:34] torna sapientemente al cupo e alla meditazione pessimistica. Una delle migliori e più toccanti espressioni esistenziali di Graffin. "Entropy" (Graffin) [2:23] è una perfezione che eccede nella scientificità delle forme e dei contenuti. "Against the Grain" (Graffin) [2:07] è la risposta di Graffin allo sperimentalismo di Gurewitz: un capolavoro modulato su un hardcore un'ottava sotto il normale. Ne risulta un folk delle praterie a passo di funk di centro-città. Tutt'altro che uno scherzo: esterna la morte in modo stravagante ma non meno elegante e coinvolgente del solito.
"Operation Rescue" (Graffin) [2:06] è un valido passaggio. "God Song" (Graffin) [1:37] aggiunge a quel valido l'antico malumore tutto personale dell'autore. "21st Century (Digital Boy)" (Gurewitz) [2:48] è un serio gioco col passato punk. Qui le chitarre pulsano e non è la sezione ritmica a monopolizzare il fuoco del brano su di sé in quell'indistinto arrembare classico del gruppo. Rivela il brano una costante dell'album: lo spazio per riff hard-rock.
"Misery and Famine" (Graffin) [2:33] è un tappeto tanto elementare nel canto quanto variegato nell'accompagnamento.
"Unacceptable" (Hetson) [1:42] è la ventata di freschezza marchio Circle Jerks (con Hetson al controcanto che pare richiami il suo vecchio gruppo). "Quality or Quantity" (Graffin) [1:33] è un altro capitolo del lato più ufficiale e astratto di Graffin, che compositivamente si sbizzarrisce in una significativa serie di cambiamenti di tempo. "Walk Away" (Gurewitz) [1:49] ripropone il ragazzo che è Gurewitz: più spensierato, anche nel mesto, e quindi più incentrato sull'azione che sulla riflessione, rispetto a Graffin. Grazie all'iniezione (1988-1990) Bad Religion nasceranno in California variando il power-epic del gruppo maggiore una miriade di gruppi hardcore (più o meno influenzati dal grunge di Seattle). Pressoché tutti questi gruppi partirono dalla corte di Graffin e Gurewitz, l'Epitaph. I Pennywise (esordio nel '91) furono, pur letteralmente plagiando i Bad Religion (o forse proprio per questo) i migliori e i più onesti. NOFX, Offspring, Rancid coloro i quali riuscirono a vendere alle masse qualche cosa che queste più o meno recepivano come grunge. Intanto a coltivare effettivamente quel fenomeno chiamatosi hardcore revival (1988-1991) ci pensarono da New York i Gorilla Biscuits, da Chicago gli Screeching Weasel, ma soprattutto i Didjits e ancor più i Pegboy (di questi i primi lavori sono tra i migliori della storia del rock). Dopo il 1990 i Bad Religion non avranno più nulla da dire: continueranno con molta classe, esperienza e arte, ma senza speranza di arricchire in qualche modo questo nulla.
Generator (1992) vede alla batteria Bobby Schayer. Recipe For Hate (1993) e Stranger Than Fiction (1994, per la Sony!) sono gli ultimi album prima di un secondo scioglimento del gruppo. Graffin e Gurewitz si spartiscono il patrimonio: il primo i Bad Religion, il secondo l'Epitaph (impegnato a produrre, costruire e far rendere il suo trio di vendibili NOFX, Rancid ed Offspring), Brian Baker (ex Minor Threat, Government Issue, Meatmen, Dag Nasty e Junkyard) prende il posto di Gurewitz nei Bad Religion su Gray Race (Atlantic, 1996) e No Substance (Atlantic, 1998). In The New America (Atlantic, 2000) si riaffaccia (come terza chitarra) Gurewitz e in The Process of Belief (Epitaph, 2002) il sodalizio tra Graffin e Gurewitz è sancito dalla distribuzione per l'Epitaph e da brani scritti tutti a quattro mani. Per il 2004 è prevista la riedizione con relativa masterizzazione di tutti gli album dei Bad Religion per l'Epitaph.

Di Tommaso Franci

martedì 17 novembre 2009

Two rivers, Torselli (PdL): "Fossi Wyatt non metterei più piede a Firenze"

"A prescindere dal parere personale sulla statua Two Rivers di Greg Wyatt, quello che sta accadendo in queste ultime ore è a dir poco sconcertante e la statua donataci dal famoso artista contemporaneo americano viene virtualmente passata di mano in mano come nella famosa pratica dello scaricabarile". Lo ha detto il consigliere del PdL Francesco Torselli che aggiunge: "Una cosa è certa, la figura che stiamo facendo fare a Firenze è davvero pessima. C'è da augurarsi che Wyatt non venga a sapere di questi ultimi dibattiti sulla sua opera, altrimenti, fossi in lui, a Firenze non ci metterei mai più piede. Nemmeno per prendere un caffè!"

Torselli ribadisce che la statua non gli piace "ma le riconosco comunque il valore artistico di essere frutto di uno dei più quotati scultori contemporanei, ma soprattutto dobbiamo tener conto del motivo per cui questa statua è qui, oggi, e di un codice comportamentale dal quale non si può trascendere arbitrariamente nelle relazioni con personaggi di un certo calibro".

"Two Rivers - ha aggiunto ancora il consigliere comunale del PdL - è a Firenze perche Wyatt l'ha donata alla nostra città, non credo sia bello, nei confronti dell'artista, lo scaricabarile che sta avvenendo in questi giorni tra l'assessore Da Empoli, il presidente della commissione cultura ed ora anche il presidente del quartiere 4, i quali si stanno passando di mano in mano questa statua cercando di relegarla da qualche parte per evitare, proposta di ieri dell'assessore Da Empoli, che finisca in qualche deposito comunale".

"Da fiorentino prima ancora che da consigliere comunale - ha concluso Torselli - spero tanto che Wyatt non segua questo dibattito, se ciò avvenisse non oso immaginare l'opinione che l'artista si starà facendo della nostra amministrazione, quella stessa amministrazione che ha ospitato a proprie spese a New York nella scorsa legislatura. Fossi Wyatt, di fronte ad una simile mancanza di rispetto, cancellerei Firenze dalla mia carta geografica!".

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INCIDENTE CARLOTTA, GALLI E TORSELLI (PdL): “PER LA FAMIGLIA ALTRI STRAZI, MA LA SPERANZA DI VERITA' NON DEVE DIMINUIRE"

“Apprendiamo oggi dalla stampa locale della richiesta dell’avvocato difensore dell’agente di Polizia Municipale coinvolto nell’incidente che costò la vita a Carlotta Fondelli di procedere con ulteriori indagini sul casco e sulla distanza di percezione del lampeggiante. Per la famiglia di Carlotta si tratta di ulteriori sofferenze da superare ed ulteriori ostacoli che sembrano frapporsi sulla strada della ricerca della giustizia e della verità. Al padre ed alla gemella Flavia non possiamo che dirci solidali e vicini, ma soprattutto di non farsi prendere dallo sconforto e stringere i denti in attesa della giustizia che vogliamo sperare alla fine trionfi”. Così il capogruppo del PdL in Palazzo Vecchio Giovanni Galli ed il consigliere comunale Francesco Torselli.

“In casi come questi – spiegano i due esponenti del centrodestra – la giustizia non è mai rapida e purtroppo l’iter processuale prevede anche tappe che giocoforza generano ulteriori dolori e sofferenze in chi, come nel caso della famiglia di Carlotta, si è visto strappare un proprio caro in una maniera così brutale”.

“In questo momento non parlo da politico, – precisa Giovanni Galli – ma da persona che ha vissuto un dolore analogo a quello del padre di Carlotta. Prima di arrivare alla verità ho dovuto sopportare anch’io quello che oggi sono certo stia provando il signor Fondelli e, da genitore, mi sento soltanto di esprimere a lui ed a sua figlia tutta la mia vicinanza umana, invitandolo a stringere i denti ed a non perdere la speranza. La giurisprudenza spesso sembra calpestare i sentimenti ed è a quel punto che deve prendere il sopravvento la speranza. Speranza che quelle che oggi sembrano violenze gratuite servano in realtà al raggiungimento della verità ed a rendere una volta per tutta giustizia a Carlotta”.

Per Torselli “richiedere la perizia sul casco può essere legittimo da parte della difesa, appigliarsi invece alla distanza dalla quale può essere percepito un lampeggiante acceso la giudico una mossa decisamente più discutibile. L’auto è passata col rosso e la manovra ha causato la morte di una ragazzina di 18 anni, questo è quanto rimarrà per sempre impresso nelle nostre menti; comprendo quindi a pieno gli sfoghi del padre di Carlotta al quale mi sento quanto mai vicino”.

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Muro di Berlino, Torselli (PdL): "Ma quale PD! Siamo ancora al PCI del secondo dopoguerra"

"Ma quale Partito Democratico !A Firenze siamo ancora a confrontarci col PCI del secondo dopoguerra!". Lo ha detto il consigliere del PdL Francesco Torselli.

"Ieri - ha detto il consigliere di centro destra - durante la presentazione in consiglio comunale di una mozione per istituire anche a Firenze la Giornata della Libertà in occasione dell'anniversario del crollo del muro di Berlino, ricorrenza istituita per giunta da una legge dello stato e quest'anno ampiamente trascurata dall'amministrazione comunale, ci siamo sentiti rispondere dal gruppo consiliare del Partito Democratico che il crollo del muro non è un evento da festeggiare, nascondendo una simile ed anacronistica risposta dietro vaghi richiami all'antifascismo ed alla shoah".

Torselli ha specificato di "aver presentato questa mozione assieme ai colleghi del gruppo del PdL, non per dividere il consiglio, ma con l'auspicio di creare un momento comune tra maggioranza ed opposizione volto al superamento delle divisioni quotidiane dettate dalla politica e atto ad unire il consiglio tutto nella celebrazione della Libertà e della nostra Europa che, dopo quasi trent'anni di divisioni e di sopraffazioni straniere, tornava a sognare la propria unità".

"Mentre esponevo la mozione in aula - prosegue il consigliere comunale del PdL - vedevo assessori annuire compiaciuti nei banchi della giunta ed a maggior ragione le parole dei consiglieri del PD sono risuonate davvero inaspettate. Non mi sarei mai aspettato che un momento come il ricordo del crollo del muro di Berlino avesse potuto spaccare il consiglio comunale tra chi ricorda quell'evento come la fine di un incubo e chi invece lo ricorda come la fine di un'ideologia alla quale è, o è stato, particolarmente legato".

"Perfino l'assessore Rosa Maria Di Giorgi - ha proseguito l'esponente del centrodestra - si è sentita in dovere di intervenire per mediare le parole accalorate del gruppo che l'ha eletta e che oggi sostiene la sua giunta, pronunciando un discorso di grande moderazione ed apertura, criticando gli attacchi all'inefficienza dell'amministrazione comunale presenti nella mozione, ma approvando le finalità del ricordo".

Secondo Torselli "dopo una lunga mediazione tra l'assessore Di Giorgi, il capogruppo del PD Bonifazi ed i consiglieri della maggioranza - racconta ancora Torselli - la sinistra ha presentato un emendamento alla mia mozione che, in pratica ne stravolgeva completamente il senso. Mi veniva chiesto di censurare i richiami alla storia del muro di Berlino, di censurare il richiamo al famoso discorso di Kennedy ed alla storia di Jan Palach, di omettere che oltre 250 berlinesi sono caduti sotto le pallottole della Polizia del Popolo della DDR nel vano tentativo di fuggire ad ovest".

"Evidentemente - ha concluso Torselli - la sinistra fiorentina non ha ancora fatto i conti con la propria storia e condannare il comunismo del blocco sovietico è un passo che ancora non riesce a compiere. Peccato che anche ieri il Sindaco Renzi fosse assente dal consiglio, preferendo presentare un libro alle Oblate piuttosto che onorare i propri impegni istituzionali, sarebbe stato interessante sapere se anche lui, mai stato comunista in passato, si vergogna oggi a ricordare la caduta del muro di Berlino come anniversario di Libertà"

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Di epoca in epoche...

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

I segni sono sparsi dovunque. Frammenti che non si lasciano ricondurre ad un testo facilmente decodificabile probabilmente perché proprio il contesto unificante è venuto meno. È la navigazione a vista, il piccolo cabotaggio privo di rischi il lascito della guerra civile, che dal ‘14 al ‘45 ha frantumato l’ Europa. Tutta l’arte post ‘quarantacinque recita ossessivamente l’unico dramma dell’unità perduta e non più ritrovata. Dal cinema, al teatro, alla musica, alla letteratura, alle arti figurative i nomi che scorriamo sono iprotagonisti di una impossibile, tormentosa ricerca resa imperiosa dall’evento inimmaginabile, inconcepibile che ci si era appena lasciatialle spalle quasi un debito che l’umanità dovesse saldare a se stessa.È l’impossibilità pirandelliana, aporeticamente scomposta, a cogliere il succedersi dei fondamenti, mai definitivo e definitorio, che diventapoi l’angoscia di Samuel Beckett [nella foto a destra] nell’essere comunque chiamati a far teatro, adire, a testimoniare in un epoca nella quale la realtà ha sopraffatto l’immaginazione, con la propria turpe brutalità. È il grande disegno Mahaleriano, il gioco ricco di bagliori di Stravinski a trovare la necessaria conclusione negli ultimi quattro lieder di Strauss, nel “Romeo e Giulietta” di Prokofev dopo i quali la musica non è più possibile poiché non farebbe che celebrare inutilmente se stessa. Laddove occorre il silenzio, dopo i grandi clangori del secolo, giustapposto alla battuta vuota ovvero la liturgia dei mega raduni pop nei quali il suono è davvero l’ultima cosa e i cui esiti, di grande importanza, sono fortemente sociali ma sicuramente non collegabili all’arte anche perchè non permangono nel tempo e quindi nella memoria collettiva che come eventi di massa. Sono i quattro quartetti eliottiani, oppure il poeta “folle” isolato nella gabbia di Coltano ad individuare il passaggio epocale non meno che la scelta metafisica di De Chirico o di Carrà che dai clamori assordanti del futurismo, secondo Argan, ipostatizzano proprio col silenzio, l’indicibile.
Ogni generazione assume per sé la pretesa di aver attraversato un periodo storico unico. Ho l’impressione che la generazione a cavallo degli anni trenta abbia davvero traghettato l’umanità da una sponda remota ma pure praticata da secoli, forse da millenni, e quindi consueta e rassicurante, ad un approdo sconosciuto nel quale sono venuti a mancare tutti i riferimenti noti dove si procede a vista con molta circospezione. Intendiamoci, non vi è nostalgia sognando un’epoca felice. I tempi maturano; ma forse nel nostro caso sono rapidamente maturati più che in ogni altra fase della Storia.
Proprio nel momento nel quale più alta è apparsa l’enfasi celebrativa, e gli eserciti dell’intera Europa hanno sfilato festosamente per le Champs Elysées inneggiando alla ghigliottina, l’ appannamento del significato di destra e sinistra sanciva l’ archiviazione definitiva della rivoluzione francese consegnandola alla storia. Non è la prima volta che capita nelle vicende umane. Ci si avvede dalla mutata temperie solo molto tempo dopo che è avvenuta continuando ad agire secondo i vecchi schemi, perpetuando antiche e consolidate liturgie di un mondo che non esiste più, prima che l’evidenza non costringa a prendere atto. Se mi dovessi chiedere, da unpunto di vista culturale, cosa significhi per Fini essere di destra oper D’Alema essere di sinistra mi troverei in grande difficoltà. Il liberale D’Alema o il transgender Fini indicano indubbiamente grande intelligenza politica ma proiettano contemporaneamente tutto il disagio culturale dell’epoca che attraversiamo nel tentare di individuare riferimenti certi dai quali muovere, privilegiando il mercato e la politica sulle altre categorie, in un orgia da pensiero debole che di debole possiede solo l’enorme presunzione di normare e di regolare ma che di fatto impone la rinuncia definitiva ad ogni possibile “ulteriore”.
Mutati i riferimenti sostiamo disorientati sulla proda guadagnata ma dalla quale non scorgiamo prospettiva alcuna né siamo ancora in grado di immaginare, e tanto meno di progettare, un percorso che ci consenta di procedere al possesso della nuova terra. Non è cosa che si possa liquidare in due righe. S’agitano all’interno l’unità riconquistata tra filosofia e scienza, presupposta all’inizio della nostra storia e poi via via smarrita, la visione per intero di Hannah Arendt [nella foto a sinistra], uso un nome al posto dei dieci volumi necessari per abbozzare le implicazioni del suo pensiero, le prospettive aperte dalla rivoluzione informatica.
Vivere consapevolmente nella città, nella regione, nel mondo così appare una sfida superiore alle strumentalità che la società offre e bisogna accontentarsi di assaporare la quotidianità. Oggi i Moccia, gli Ammanniti, i Baricco, la Comencini, i Veronesi, lo Zacchi emergente indicano ciascuno con la propria cifra artistica l’ impossibilità oltre la quale la memoria diventa ossessione, pena, estraniamento. Solo che ciò non è conseguente ad una ricomposizione ma molto più semplicemente ad una rinuncia. Non si tratta di una scelta ma di una necessità. Cosicché la solitudine non è solo quella dei numeri primi, come nel fortunato romanzo del fisico Paolo Giordano, ma è quella di chiunque tenti di dare coerenza alla propria esistenza. E non appaia singolare se in letteratura bisogna andare lontano dall’Europa e affidarsi alla personalità titanica del sudamericano Paulo Coelho, anch’ egli come Pound certificato di follia, per recuperare qualche risposta.

Di Giuseppe di Gaetano

lunedì 16 novembre 2009

Consulta provinciale degli studenti di Firenze, eletti il presidente e il segretario.

Torselli (PdL): “Per la terza volta le liste collegate ad Azione Studentesca e Studenti per la Libertà hanno avuto la maggioranza".

Sono Chiara Muccigrosso e Mattia Bertini, entrambi 17 anni, il presidente e il segretario della Consulta provinciale degli studenti di Firenze.

“Vorrei ricordare – ha detto il consigliere Francesco Torselli - che per il terzo biennio consecutivo le liste collegate alla Giovane Italia (Azione Studentesca e Studenti per la Libertà) hanno avuto la maggioranza dei voti.

“Abbiamo avuto la maggioranza assoluta – hanno detto Muccigrosso e Bertini- senza ricorrere a ballottaggi sia per l’elezioni del presidente che per l’elezione del segretario. Siamo soddisfatti del risultato ottenuto. Svolgeremo il nostro ruolo in modo imparziale e in collaborazione con tutti gli studenti della Provincia.”

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D'Annunzio pagano...


DA: "IL FONDO MAGAZINE"

La pazza del Bargello…

Come sappiamo, nella cultura europea a cavallo tra Otto e Novecento – corrosa dal degrado positivista - D’Annunzio ha significato la rivolta romantica e dionisiaca del gesto audace, dell’istinto vittorioso, dell’immersione nella sensualità selvatica. Era la rivendicazione di un patrimonio di atavismi che il razionalismo moderno stava spegnendo con la sua violenta irruzione nei mondi della tradizione: di qui l’amore per la bellezza dorica – che l’Immaginifico assaporò nella sua crociera greca del 1895 -, per il lusso dell’estetica, per la volontà di potenza che crea il Superuomo.
In D’Annunzio c’è la sintesi del volontarismo di Nietzsche, dello slancio vitale di Bergson e della filosofia dell’azione di Blondel: in lui dunque si riassumono al meglio – nella poesia, nella narrativa, nella vita vissuta e poi nell’interventismo eroico del “poeta-soldato” – tutti i patrimoni culturali e ideologici che la vecchia Europa rilancerà in chiave tradizionale e anti-modernista. E con D’Annunzio, infatti, avremo il tipico rappresentante di quella figura di esteta armato che dominerà gli eventi a partire dalla guerra del 1914: da Jünger a Marinetti, da Soffici a Péguy ai vorticisti inglesi.
I messaggi di egualitarismo democratico e di individualismo borghese con cui il progressismo stava già allora sfibrando le radici europee, vennero rovesciati con una rivolta neo-pagana, nuova e antica, intesa a impugnare l’identità arcaica come un’arma estetica, letteraria e, infine, anche politica. Nel tardo Ottocento, D’Annunzio è già una guida per queste energie antagoniste, che saranno l’avanguardia europea delle future rivoluzioni nazionali del XX secolo.
Incastonato tra La Vergine delle rocce del 1895 e Il Fuoco del 1900, cioè i due bastioni del sovrumanismo nietzscheano rielaborato da D’Annunzio, c’è un piccolo capolavoro di solito trascurato dagli esegeti – forse perché al frivolo pubblico parigino dell’epoca non piacque il suo andamento sofoclèo e a quelli di oggi giunge estranea ogni forma di pensiero mitico -, ma che ben si inserisce nel filone neo-pagano, che è il fulcro di tutta l’opera dell’Inimitabile. Alludiamo al Sogno di un mattino di primavera, dramma “rinascimentale” buttato giù alla svelta nel 1897, nello spazio di pochi giorni, per placare il dispetto di Eleonora Duse [nel ritratto sotto a sinistra], cui pochi mesi prima era stata preferita Sarah Bernhardt nel ruolo di protagonista della Città morta.
In questo apice di vis tragica che è il Sogno, D’Annunzio dà fondo alla sua inesauribile vena visionaria. Del personaggio principale, Donna Isabella, la Demente, impazzita per essersi vista uccidere dal marito l’amante stretto tra le braccia, egli fa un’icona dell’uscita dalla normalità attraverso il più atroce dolore. E dell’ingresso in quell’arcano spazio aperto che è la follia, la grande follia. D’Annunzio scrisse il Sogno di un mattino di primavera in piena febbre nietzscheana: aveva da poco scoperto la grandezza recondita del Solitario, fu anzi tra i primi in Europa a capirne e divulgarne il genio rivoluzionario, ne rimase impregnato e ne impregnò molta parte della sua opera: pensiamo al Trionfo della morte, del 1894, in cui il “superuomo” Giorgio Aurispa esalta il «sentimento della potenza, l’istinto di lotta e di predominio, l’eccesso delle forze generatrici e fecondanti, tutte le virtù dell’uomo dionisiaco».
E proprio nel Sogno noi ritroviamo, schermati dietro il tragico destino individuale della pazza Isabella, questi stessi valori. Ciò che D’Annunzio definiva essenzialmente come la «giustizia dell’ineguaglianza». La Demente - creatura per definizione ineguale, inassimilabile alla normalità che appiattisce e livella - diventa il lato femminile e notturno del suprematismo virile e attivo proclamato da D’Annunzio. Chiusa in un micromondo claustrale, circondata dalle attenzioni cliniche dei “normali”, la pazza d’amore è lo specchio teatrale della follia vera in cui si rinchiuse Nietzsche. Ricordiamo che quando D’Annunzio scriveva questa sua prosa tragica, Nietzsche era ancora vivo, ma già da anni tutto avvolto da una pazzia inespressiva, che aveva ormai già dato tutto, e che era il prezzo che dovette pagare per aver troppo a lungo fissato le voragini della mente. Come l’Isabella di D’Annunzio, Nietzsche visse i suoi ultimi anni sorvegliato a vista dai “vivi”, per lo più ignari di quale profonda sapienza ci possa essere in simili fughe dalla “normalità”.
Bisogna tornare più spesso al D’Annunzio “minore”, a quello del Libro ascetico della Giovane Italia, dei Taccuini, della Vita di Cola di Rienzo… e a quello del Sogno di un mattino di primavera. Quando ripenso al D’Annunzio folgorale e insieme notturnale, alla sua capacità medianica di trasferire nei posteri i suoi mondi di apparizioni e di presenze arcane attraverso sedute di veri e propri transfert scenici, mi torna alla mente una rappresentazione del Sogno a cui ebbi modo di assistere anni fa, nel cortile del Palazzo del Bargello di Firenze. Qui prese corpo, dapprima lentamente, poi in maniera trascinante, la rarissima sintesi tra l’eloquenza traboccante della parola dannunziana e l’eloquenza muta dell’antica pietra squadrata: il Bargello, austero palazzo medievale. Questo prezioso vestigio della Firenze gotica e ghibellina, spazio di severità duecentesca un tempo sacrario del potere popolare, sede del Podestà e della Guardia del Capitano del Popolo, eretto da un Lapo Tedesco che fu forse il padre di Arnolfo di Cambio, è il luogo che meglio si prestava alla congiura dannunziana tra raffinatezza dei sensi e rigore della volontà politica. Qui D’Annunzio soleva venire e tornare, fermandosi davanti alle opere del Verrocchio, di Benedetto da Maiano, del Laurana…dai suoi Taccuini sappiamo che fu più volte al Bargello negli anni della sua residenza alla Capponcina di Firenze: aggirandosi tra quei capolavori, gli venne l’idea di fare una delle sue coltissime citazioni. E nel Sogno fa dire a Isabella di un busto di Desiderio da Settignano che lei teneva amorevolmente sulle ginocchia, consumandolo di pianto e di carezze.
Il Sogno di un mattino di primavera è un cammeo di prodigi. Qui D’Annunzio l’occulto, l’uomo d’arme che conosceva le tecniche dell’estasi, che invocava gli attimi visionari, che era sciamano, taumaturgo e profeta, ci mette a contatto con una creatura esiliata dalla vita, ma aperta a valori di eccezionale trascendenza. La Pazza si è fatta fare una veste verde, vuole diventare natura, vuole essere selva: «Ora potrò distendermi sotto gli alberi…non s’accorgeranno di me…sarò come l’erba umile ai loro piedi…vedo verde, come se le mie palpebre fossero due foglie trasparenti…io potrò dunque con gli alberi, con i cespugli, con l’erba essere una cosa sola…». E si fa guanti di rami, stringe ghirlande, si fascia di fili d’erba, aspetta di farsi bosco per rivivere in natura la natura selvaggia del suo amore. Impossibile non riandare, davanti a tali celebrazioni, a quella passione per la dimensione dionisiaca e panteista che, ad esempio, traspare in certe inquadrature del Trionfo della morte: l’epopea del «dominatore coronato da quella corona di rose ridenti di cui parla Zarathustra…». Qualcosa che ricorre di nuovo quando Giorgio Aurispa il solitario, nell’osservare il tramonto, sente pulsare gli annunci di Zarathustra nel trionfo di una natura esuberante, irta di colori che eccitano l’animo e fondono l’uomo con le più enigmatiche energie del creato. Perfetta creazione silvestre, simbolo compiuto di pagana immersione nella natura pànica, l’Isabella del Sogno reca anche archetipi di morte, di sangue e di scatenata sensualità.
Essa ci rimanda con naturale similitudine alla Wildfrau nordica, la “vergine selvatica” che percuote le notti durante la caccia selvaggia di Wotan, così come compare nel mito indoeuropeo della ridda, che accomuna mistero, magia e ancestrali terrori, giacenti nella sfera della natura barbarica e nel subconscio atavico dell’uomo: purissimo scrigno da cui sale – quando la si sa udire – la voce del sangue primordiale. Come spesso accade alla tregenda pagana, la morte e il dolore non sono tuttavia disgiunti da una sensualità istintuale. E, infatti, profondamente sensuale è il contatto di Isabella col corpo dell’amato morente, da cui sgorga sangue come da una fonte inesauribile. Il suo trauma si muta allora in una sorta di allucinazione orgasmica:
«…La sua bocca mi versava tutto il sangue del suo cuore, che mi soffocava; e i miei capelli n’erano intrisi; e il mio petto inondato; e tutta quanta io ero immersa in quel flutto…com’erano piene le sue vene e di che ardore! Tutto l’ho ricevuto sopra di me, fino all’ultima stilla; e gli urli selvaggi che mi salivano alla bocca io li ho rotti coi miei denti che stridevano, perché nessuno li udisse…».
In brani di rapimento erotico come questo - in cui, tra l’altro, non si è lontani neppure dagli estatici abbandoni alla voluttà del sangue presenti, ad esempio, nelle lettere di Santa Caterina da Siena: «Annegatevi nel sangue del Cristo crocifisso, bagnatevi nel sangue, saziatevi di sangue…» -, noi riconosciamo una miriade di rimandi alla sacralità pagana e neo-pagana del sangue, ai suoi occulti poteri fecondanti, alle sue qualità misteriche di infondere vita ulteriore, e proprio quando fuoriesce in fiotti, come seme di vita, da un corpo in travaglio di morte.
Basterà ricordare la libido di sangue ossessivamente presente nella tragedia greca, capace di celebrare l’amore di rango come una lotta spasmodica che non fa più differenza tra la vita e la morte, che riconosce nella carne viva, nel segno sensuale, un universo infinito, confine tra saggezza e follia scatenante: Pentesilea, ad esempio, di cui Kleist fece un superbo affresco del dramma romantico…ferro di lame e di scudi, ma anche di cuori. Tutto questo ebbe riverberi nella nostra poesia nazionalista dei poeti-soldati volontari nella Grande Guerra: amore e lotta celebrati in nozze mistiche di sangue. Ad esempio, in Vittorio Locchi o in Giosuè Borsi, il sangue dell’eroe caduto e riverso al suolo, con la bocca a toccare il terreno come in un bacio, diviene seme generatore, potenza che feconda la terra redenta, paragonata a una sposa che si lasci inondare il grembo dal flusso ancora caldo dello sposo morente. Nel poemetto di Locchi, un tempo famoso, intitolato La sagra di Santa Gorizia, la città da liberare attende il suo eroe come un’amante fremente: «Amore, amore dolce, mi vedi? Amore dolce, mi senti? – chiede l’amata – Quanti tormenti ancora, quanti tormenti prima degli sponsali?». È un misticismo di visionaria trance erotico-guerriera, che certo rinnova esplicitamente gli arcaici connubi di Eros e Thànatos. Ed è in un trionfo di celebrazioni al benigno destino, alla vita che vince la morte, alle armi che liberano lo spirito, che avviene alla fine l’apoteosi trasfiguratrice dell’unione tra la città-femmina, finalmente liberata, e il vittorioso eroe liberatore.
L’amore – ma non solo quello letterario, proprio quello vero…ma certo non quello “comune”…- è sempre a un passo dalla pazzia: c’è un frammento del Sogno, in cui Isabella viene assalita da gelido terrore nel vedere una coccinella posatasi sul suo candido braccio e da lei creduta una goccia di sangue: esatta trasposizione della demenza che impietrisce Parsifal nell’osservare la rossa goccia di sangue di un passero sulla neve immacolata…
Detto per inciso, sottesa al Sogno leggiamo una – certo non casuale – combinazione di fine simbolismo cromatico: il bianco dei lunghi capelli e dello spettrale volto di Isabella, il verde della sua mimesis selvatica e il rosso del sangue dell’amato: ed ecco qua i tre colori per i quali l’Orbo Veggente andrà a rischiare la vita, ormai anziano, sui fronti della Grande Guerra…È in situazioni come queste che noi, più che altrove, apprezziamo la fantastica capacità dannunziana di intrecciare una raffinata sensibilità con il primario istinto di vita. Se c’è un luogo in cui la follia diventa mistica percezione dell’Altrove, magia di poteri visionari, potenza che fonde in un unico rogo il dolore e la gioia, questo è l’amore pazzo e disperato: quello profondamente filosofico di Nietzsche, come quello semplicemente umano di Isabella. D’Annunzio, alla sua maniera di grande sensitivo, li visse e li rappresentò entrambi.
E li rappresentò anche nella vita vera vissuta, magari alla maniera di un sacerdote pagano che solennizzasse i riti della terra e del sangue. Tra i suoi amori folli, c’era infatti, e non minore, anche quello per l’Italia. Un suo legionario ricordò un giorno di come, già vecchio e cadente, al Vittoriale ogni tanto il Comandante amasse celebrare occulte comunioni insieme ai suoi fedelissimi: «sovente, la notte, adunato un piccolo numero di fedeli, alla rossastra luce fantastica di torce resinose, parla della nostra terra e della nostra stirpe, della nostra guerra e dei nostri Morti, dei nostri mari e delle nostre glorie; qui i compagni lo ritrovano, lo rivedono e lo risentono, come in trincea e come a Fiume». Una liturgia nibelungica per eredi della razza di Roma: esisteranno ancora da qualche parte, dispersi, solitari, silenziosi, uomini simili?

Luca Leonello Rimbotti

domenica 15 novembre 2009

Metropolis


DA: "BADABING"

Metropolis è un film muto considerato il capolavoro del regista austriaco Fritz Lang ed è universalmente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno, avendo ispirato pellicole quali Blade Runner e Brazil.Ben prima di George Orwell e del suo romanzo 1984, Lang ipotizza un possibile 2026, esattamente 100 anni di distanza da quello di produzione del film, nel quale le divisioni classiste sembrano accentuarsi; negli sfavillanti grattacieli di Metropolis, infatti, vivono gli industriali, i manager, i ricchi e nel sottosuolo vivono gli operai confinati in un ghetto, di cui i ricchi sembrano neanche ricordarsi; il capo di tutto questo è l'imprenditore-dittatore John Fredersen (Alfred Abel), che vive in cima al grattacielo più alto, quello coi rostri come piste di atterraggio per aerei (abbastanza evidente è il richiamo al Chrisler Building di New York); suo figlio Freder (Gustav Frölich) vive in un irreale giardino dell'Eden, popolato da sensuali fanciulle. Improvvisamente irrompe nel giardino l'insegnante e veggente Maria (Brigitte Helm), accompagnata dai figli degli operai, che lo invita a guardare i "suoi fratelli", in un forte campo-controcampo a 180º.
Freder rimane così colpito dalla visita di questa donna che decide di visitare il sottosuolo e immediatamente si rende conto delle condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare gli operai, i quali anche se stremati non possono commettere il minimo errore pena l'esplosione della macchina e la morte dei meno fortunati, evento a cui Freder assiste. Ancora in preda alle allucinazioni, dovute allo scoppio e ai fumi fuoriusciti, vede la macchina come un grande Moloch che ingoia le sue vittime umane (il riferimento è al film Cabiria, del 1914); sconvolto da tanto orrore e brutalità decide di parlarne con suo padre per far cambiare le cose.Il padre si preoccupa solo della minaccia che l'incidente può costituire per il suo potere.

UNO DI NOI...

sabato 14 novembre 2009

Genio e follia. Il giorno e la notte dell’artista…

DA: "IL FONDO MAGAZINE"

«Quando guardi nell’abisso, l’abisso guarda in te», diceva Nietzsche descrivendo l’esperienza straniante e, talvolta, annientante dell’esplorazione dei fondali burrascosi dell’avventura umana. In fondo alla quale, spesso, si può rinvenire il nulla, con il quale non è mai facile far battaglia. Ma ciò che conta non è chi vince. L’importante è che la battaglia sia terribile e maestosa. In questo modo sono nate, nel corso dei secoli, alcune delle più grandi opere d’arte che noi oggi osserviamo nell’atmosfera ovattata e rassicurante dei musei. Demoni in teche di cristallo. Demoni che divorarono spesso gli autori di quei messaggi lasciati in tante bottiglie disperse nel mare della storia. Accade, quando il genio si fonde con la follia. Un fenomeno che si è ripetuto spesso nella storia dell’arte e nella storia tout court.
Un fenomeno che ora trova la sua consacrazione nella mostra Arte, Genio, Follia. Il giorno e la notte dell’artista inaugurata da pochissimo a Siena e ancora in programma fino al 25 maggio presso il Complesso Museale Santa Maria della Scala. Van Gogh, Kirchner, Munch, ma anche Ernst, Dix, Grosz, Guttuso, Mafai, Ligabue e Zinelli: sono solo alcuni degli artisti che si potranno ammirare all’interno dell’esposizione nata da un’idea di Vittorio Sgarbi in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta. Quasi 400 opere tra dipinti e sculture, alcune delle quali di grande impatto emotivo, che danno vita ad un percorso espositivo articolato in 10 diverse sezioni, affidate alla cura di importanti nomi del campo dell’arte e della psichiatria.
Perché la follia ci attira? Perché il genio – ovvero colui a partire dal quale riformuliamo i nostri parametri di giudizio – confina così spesso con la sragione? Come è possibile che le vette dello spirito umano si tramutino con tanta facilità in abissi? La storia culturale della modernità, del resto, parla da sola: l’erosione delle certezze, la “morte di Dio”, la fine della razionalità “forte”, il fallibilismo epistemologico, la messa in questione di tutte le verità fondamentali hanno caratterizzato tutta la produzione artistica, scientifica e filosofica novecentesca. Tanto da generare macchiette: il filosofo postmoderno che “decostruisce” il linguaggio fino a perdervisi è stato già preso in giro da Bricmont e Sokal (Impostures intellectuelles, Odile Jacob, Paris 1999). Allo stesso modo quello dello “scienziato pazzo” è un topos di troppa letteratura popolare, mentre quello dell’artista pazzoide e bizzarro è un luogo comune pericolosamente vicino al suo rovesciamento per cui ogni folle, in fondo, può atteggiarsi a genio.
Derive a parte, è comunque vero che la storia ci insegna chiaramente come originalità, creatività, ispirazione abbiano poco a che fare con una razionalità lineare. La ragione, insomma, non è l’unica facoltà produttrice di senso, non è in dialogo solo con se stessa, ha confini tra sé e ciò che è altro-da-sé molto meno rigidi di quanto si pensi. «Il senso», dice Gilles Deleuze, «è un’entità inesistente, che ha rapporti molto particolari anche con il non senso». E ancora: «Il non-senso non è affatto l’assurdo o il contrario del senso, ma ciò che lo fa valere e lo produce, circolando nella struttura». Uno dei più grandi successi cinematografici dell’ultimo decennio, del resto (A beautiful mind, di Ron Howard) è esattamente dedicato alla vita di John Nash, matematico fenomenale e rivoluzionario affetto per trenta anni da gravi attacchi di schizofrenia, con tanto di allucinazioni e gravi paranoie. In campo filosofico, invece, il binomio genio-follia è stato incarnato massimamente da Friedrich Nietzsche. Autore le cui profezie si sono spesso intersecate con l’arte e gli artisti. Una sezione della mostra senese è appunto dedicata a “Genio e follia al tempo di Nietzsche”, con opere di Munch, Strindberg, Kirchner e Van Gogh.
Drieu la Rochelle, non a caso, vedeva nel grande olandese un potente anticipatore delle rivoluzioni, degli entusiasmi e delle tragedie del Novecento. Persino un precursore, seppur talvolta rinnegato dalla sua figliolanza spirituale, dei fascismi e delle avanguardie. Un animo inquieto destinato necessariamente ad incontrarsi nella posterità con quel suo fratello spirituale che, in prosa o in poesia, ci ha descritto gli stessi paesaggi allucinati: Friedrich Nietzsche, appunto. «Sono tanti – diceva il francese - i punti per cui questo grande solitario potrebbe essere paragonato all’altro grande solitario che fu Nietzsche. L’uno e l’altro erano nati in un ambiente di mistica protestante; l’uno e l’altro sono stati attirati irresistibilmente dal sole meridionale; l’uno e l’altro hanno inizialmente addestrato la loro anima tumultuosa e oscura alle discipline plastiche dello spirito e dell’arte mediterranea. E poi l’uno e l’altro sono ritornati al Nord per affondarsi nella visione catastrofica dei cieli settentrionali. Artisti miracolosi, dolorosi e terribili profeti oppressi dalla loro profezia».
Per tante intelligenze scomode del secolo scorso, invece, l’oppressione or ora accennata è stata molto meno metafisica e molto più concreta. Tanti, troppi geni del Novecento hanno visto le pareti imbottite per puri motivi di dissidenza ideologica. Accadeva in Unione Sovietica con i nemici del regime. Accadeva, purtroppo, anche nei regimi liberali che incarcerarono Knut Hamsun ed Ezra Pound. «Mi hanno dichiarato pazzo per discreditare le mie idee», dirà il poeta americano. In questo, paradossalmente, si trovarono d’accordo tanto gli amici che i nemici dell’autore dei Cantos: i secondi potevano depotenziare completamente dietro l’ombra della follia un pensiero scomodo e dirompente, i primi potevano invece invocare clemenza per Pound proprio attribuendo ad una vena di pazzia la sua adesione al fascismo e le sue teorie economiche. «Per decenni – ha scritto Giano Accame – l’insistenza di Pound sulla centralità del problema monetario nei conflitti del XX secolo venne considerata maniacale anche per quella che era proprio la sua anticipazione più geniale: aver assegnato una priorità così ossessiva alla questione dell’usura». La questione, venne risolta come sappiamo: dopo le tre settimane passate nella gabbia a cielo aperto, il più grande poeta del Novecento venne rinchiuso per tredici anni nel manicomio criminale federale di St. Elizabeths di Washington. Tredici anni. Roba da pazzi.

Di Adriano Scianca

CASAGGì FIRENZE: AZIONE CONTRO LE BANCHE!



“Questa notte i militanti di Casaggì, centro sociale di destra fiorentino, hanno compiuto una simbolica azione futurista con la quale hanno sigillato gli ingressi di diverse banche ed istituti di credito fiorentino apponendovi sopra un cartello con scritto "chiuso per usura".

"Con questo gesto - fanno sapere da Casaggì - abbiamo voluto simbolicamente attaccare il simbolo dell'arricchimento alle spalle del popolo che sfrutta il costo del denaro per comportamenti che poco si diversificano da quelli degli usurai".

In un momento di crisi planetaria come quello attuale, sono sempre di più le persone che finiscono nella miseria e nella disperazione perchè vittime di mutui e tassi di interesse, mentre i potenti del mondo godono dei frutti del loro denaro guadagnato col lavoro e la fatica.

“L’azione – ribadiscono da Casaggì – intende sensibilizzare media, istituzioni e cittadinanza al tema del signoraggio della moneta, della speculazione, dei tassi e dei mutui da usura e dell’egemonia della finanza e della pratica bancaria sulla dignità della persona e sulla giustizia sociale”.

"Per una destra identitaria e sociale - affermano da Casaggì – che si batte ogni giorno per i diritti del proprio popolo, nell'era dell'occidentalismo e del neo liberismo sfrenato, le banche, le finanziarie ed i fondi di investimento multinazionali rappresentano senza dubbio un ostacolo all’autodeterminazione e alla sovranità.

“Siamo fiduciosi e guardiamo con attenzione all’operato del Ministro Tremonti e del governo – concludono da Casaggì - che più volte ha manifestato di avere obiettivi e idee in linea con la nostra visione del mondo e che, senza dubbio, rappresenta l’unica alternativa politica all’egemonia del mercatismo".

venerdì 13 novembre 2009

Immigrazione, un sogno che si infrange

DA: "AZIONE TRADIZIONALE"

Non che si voglia fare del bieco razzismo. Non è sulla razza ma sui valori che ormai si possono operare le uniche distinzioni, vista la frantumazione della correlazione tradizione-razza. Ma la questione e la difficoltà dell’integrazione è un dato di fatto, dovuto alla diversità che, se pur non si esprime sul piano dello spirito, si manifesta se non altro da un punto di vista culturale, una diversità innegabile che esiste tra l’Europa ed il resto del mondo. E l’integrazione, a fronte dei risultati emersi ed emergenti, - non possiamo che ripeterlo - dimostra di essere una bella parola piena di nulla, uno dei tanti eufemismi di cui il linguaggio ipocrita di giornalisti e politici è colmo. Mesi fa si discuteva la proposta della lega sulle classi di adattamento per stranieri e già allora denunciammo l’ottusità di chi contestava l’idea gridando alla discriminazione. Oggi si propone un’altra realtà: non c’è nessun bisogno di istituire classi per stranieri, dal momento che, di fatto, iniziano ad esistere non solo classi ma intere scuole frequentate solo da stranieri (vedi articolo che segue). E questo senza che nessuno decida nulla, per il semplice fatto che la presenza all’interno di un organismo di un corpo estraneo viene percepita automaticamente e l’organismo meccanicamente fa il possibile per espellerla. Piaccia o no, un organismo è un sistema chiuso all’esterno; un elemento estraneo può essere accettato se funzionale, ed un elemento rimane funzionale se non eccede la misura necessaria. In parole povere: lo scambio culturale è vitale ed arricchisce entrambe le culture ma l’immigrazione di massa è qualcosa in più di un semplice scambio. Il lavoratore straniero può essere necessario ma, se il ricorso alla manodopera straniera diventa sistematica, esiste un problema di gestione delle risorse interne. Insomma, non è da odiare tutto ciò che viene da fuori a prescindere, è indispensabile mantenere una mente aperta ed obiettiva, ma nello stesso tempo non facciamo come giornalisti e politici, finiamola con l’ipocrisia del sogno multirazziale che uccide le identità e suscita violenze ed estremismi da entrambi i lati.
MILANO - A Milano le classi differenziate riser­vate ai soli stranieri esistono già: all’elementare Radice, su 96 alunni 93 sono immigrati. A Roma c’è un caso analogo: alla Pisacane su 184 bambini solo 6 hanno genitori italiani. Si dice classi, ma in realtà sono ormai piutto­sto intere scuole nelle quali gli alunni italiani si possono contare sulle dita, a volte anche di una sola mano. Ma non si tratta delle strutture speciali — e di­scriminatorie — periodicamente ri­chieste a gran voce dalla Lega. Si tratta bensì di formazioni spontanee — altrettanto discriminatorie — cresciute sulla forte concentrazione degli immigrati in alcuni quartieri e la conseguente fuga dei bambini italiani dagli istituti in cui spesso finiscono per trovarsi in schiaccian­te minoranza.
Né si possono per queste fu­ghe biasimare le famiglie, comprensibil­mente preoccupate per il livello d’istruzio­ne dei figli, per forza di cose inferiore, no­nostante l’impegno a volte anche eroico degli insegnanti, in quelle classi nelle qua­li la maggioranza degli alunni soltanto a stento mastica l’italiano. Ovvio che contro questa realtà s’infrange il sogno dell’integrazione. Che non è, natu­ralmente, soltanto un sogno bensì una ne­cessità primaria per un Paese di recente e forte immigrazione come il nostro. Integra­zione che, per altro, ha qualche speranza di compiersi realmente soltanto a scuola, nel tempo, almeno in teoria felice, che dovreb­be precedere pregiudizi, grettezze e ideolo­gie. Ma con chi mai possono integrarsi i piccoli stranieri nelle nuovissime scuo­le-ghetto, scuole, perciò, inevitabilmente di serie B, che in modo spontaneo si stan­no formando un po’ qua e un po’ là? Al mas­simo con i bambini della nazionalità più rappresentata, cinesi, dunque, forse, oppu­re romeni o sudamericani. Per riequilibrare le classi, tornare al vec­chio metodo archiviato dei bacini d’uten­za, che legava obbligatoriamente gli alun­ni alla loro scuola di zona, non servirebbe più perché numerosi quartieri periferici delle grandi città sono ormai abitati quasi soltanto da immigrati, fatta eccezione per certi anziani che non hanno i mezzi e forse nemmeno la voglia di spostarsi dal rione dove bene o male sono vissuti una vita inte­ra; e che, naturalmente, non vanno a scuo­la.
Se, dunque, non si vogliono più o meno silenziosamente avallare nuovi ghetti dele­teri per la futura convivenza, non resta che il ragionevolissimo anche se assai più labo­rioso sistema delle quote, in base al quale inserire nelle classi un numero di stranieri compatibile con i normali livelli di istruzio­ne, di modo da non indurre alla fuga gli alunni italiani. Si raggiungerà questo possi­bile equilibrio con il venti, il trenta o an­che con il quaranta per cento di bambini extracomunitari? Toccherà agli esperti de­ciderlo e a presidi e provveditori metterlo in pratica; però in fretta, altrimenti il fune­sto fenomeno delle scuole per soli stranie­ri non potrà che moltiplicarsi. Fondamentale sarebbe però anche pre­parare gli insegnanti al compito ben più difficile che ormai li aspetta in numerosi istituti, sostenendoli con corsi di aggiorna­mento mirato, affiancandoli con persona­le per il doposcuola, non lasciandoli soli sulla breccia; magari, se fosse possibile, pa­gandoli anche di più rispetto ai colleghi impegnati in realtà un po’ più normali e più conosciute.

Isabella Bossi Fedrigotti

giovedì 12 novembre 2009

Nordirlanda:John Brady, suicidato


Quando un repubblicano irlandese si suicida in carcere è lecito sospettare. Magari un pestaggio più forte del “normale” sfocia in omicidio, e allora a coprire le responsabilità salta fuori la dichiarazione ufficiale di un inspiegabile suicidio, con relative indagini che non porteranno a nulla. Si spera che non sia il caso dell’ultimo morto repubblicano registrato di recente in Nordirlanda, perché le notizie che arrivano dall’Isola non depongono certo a favore della tesi ufficiale. John Brady (foto), 40 anni e noto repubblicano, sabato scorso è stato rinvenuto morto nella stazione di polizia di Strand Road, a Derry, dove era stato portato in seguito al suo arresto, avvenuto il venerdì precedente. John era un noto militante repubblicano, venne arrestato nel 1989 per l’uccisone di un poliziotto della RUC, David Black. Omicidio per il quale venne condannato nel 1991. Fu inizialmente rilasciato con licenza nel 1998, dopo l’accordo del Venerdì Santo. Nel 2002 però venne accusato di aver piazzato una bomba sotto l’auto di un ex soldato del RIR. Le accuse caddero perché erano basate prove insufficienti, ma la sua licenza venne comunque revocata e tornò in carcere nel novembre 2003. Senza colpe, senza un processo, John Brady era rimasto in carcere, l’anno scorso era stato spostato dal “settore repubblicano” a quelli dei detenuti comuni e da un mese aveva avuto il permesso di tornare a casa ogni fine settimana. Il Police Ombudsman Al Hutchinson, in base a fonti della stessa polizia, intervistato sulla morte del militante repubblicano ha subito parlato di suicidio, ma la famiglia di John non ci crede. E come potrebbe? Venerdì era tornato a casa in regime di semi-libertà e, secondo la ricostruzione fatta dai suoi familiari, era andato a casa della sorella, sposata con un membro del Sinn Fein. Tra John e il cognato è scoppiato un litigio. E dopo avergli dato un pugno, il marito della sorella ha chiamato la polizia, che ha arrestato John accusandolo di minacce e lo ha portato nel carcere di Derry. L’avvocato difensore gli ha parlato per l’ultima volta alle 15 circa di sabato ed ha riferito alla famiglia di averlo trovato in gran forma e in attesa di essere liberato, circa un’ora dopo, vista la conferma della sua versione dei fatti da parte di due testimoni andati alla polizia per scagionarlo. Ma alle 16 la polizia ha informato l’avvocato di aver trovato John “morto in una stanza”. Non è stato specificato se si trattasse della sala interrogatori o della sala di consultazione giuridica. Ieri la polizia ha affermato che sarebbe stato l’avvocato di John a trovarlo morto, impiccato con i lacci delle scarpe. Un fatto inspiegabile, vista la prassi di sequestrare, al momento dell’arresto, qualunque cosa possa essere usata dal prigioniero per togliersi la vita: cravatte, cinte e , appunto, lacci delle scarpe. “La famiglia del signor Brady ha il nostro supporto e sicuramente la nostra assicurazione che verrà condotta un’indagine equa e imparziale sulle cause della morte”, ha dichiarato Al Hutchinson. Ma alla richiesta del corpo fatta dalla madre di John perché potesse essere eseguita una autopsia indipendente, il medico legale dello Stato ha espresso parere contrario al rilascio del corpo “per motivi che non sono pronto a rivelare”.
“John era stato 18 anni in carcere ed io avevo atteso il giorno in cui sarebbe stato rilasciato, ma ora non verrà mai rilasciato – ha dichiarato la madre – tutto ciò che mi renderanno è un corpo in una bara”.
Di Alessia Lai

SOLIDARIETA' A GIORGIA MELONI...

La nostra Comunità esprime tutta la sua solidarietà a Giorgia Meloni, capo del nostro movimento e Ministro della Gioventù. Purtroppo, in tempi di idiozia generale, anche le più imbecilli delle castronerie diventano "arte", "divertimento" o "satira". Per il resto si tratta soltanto di ciò che siamo abituati a vedere ogni giorno: la rabbia e l'odio di chi non ha più niente da dire.


Roma - Scoppia il putiferio per un attacco a un ministro sferrato attraverso una satira piuttosto rozza e pesante. Protagonista suo malgrado di un libro a fumetti intitolato "La ministronza" è Giorgia Meloni, responsabile del dicastero per le Politiche giovanili. Il Pdl fa quadrato a sua difesa stigmatizzando le "vignette" firmate da Alessio Spataro. La maggioranza le definisce scandalose e chiama in causa l’opposizione chiedendo una presa di distanza. Per esprimere solidarietà alla Meloni scende in campo anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, secondo il quale la giovane esponente della maggioranza "è stata presa di mira senza alcun motivo e con grande volgarità da un libro di fumetti rozzo e greve". Il ministro per l'Ambiente Stefania Prestigiacomo parla di opera "indecente e volgarissima". Rincara la dose ViViana Beccalosii, parlamentare del Pdl: "Sono sdegnata come esponente del Popolo della Libertà, e soprattutto come donna per le porcherie contenute nel libro di tale Spataro contro il ministro Meloni e anche per l’indifferenza delle donne del centrosinistra, che si sono tanto stracciate le vesti per Rosy Bindi mentre oggi tacciono davanti a offese talmente gravi" "

Attacchi volgari e pretestuosi Le vignette, spiega il parlamentare del Pdl Claudio Barbado, "dovrebbero far arrossire di vergogna tutti quei soloni della sinistra che sono i primi a denunciare i toni violenti e incivili in cui è scaduto il dibattito culturale e politico nel nostro Paese, mentre poi continuiamo ad assistere ad attacchi così volgari e pretestuosi che provengono dalla loro area". Un’altra donna del Pdl, la vice coordinatrice delle Pari Opportunità Beatrice Lorenzin osserva che "con questo penso che abbiamo superato tutti i limiti: questa non è satira, ma solo un brutale attacco nei confronti della persona. Spero che di fronte a questa incresciosa iniziativa anche la sinistra, e le donne di sinistra, si indignino".

Indignata la Bindi "Al ministro Giorgia Meloni va la mia solidarietà di donna e di vicepresidente della Camera. La satira diverte, morde e può anche far male; ma se è satira intelligente non scade mai nel turpiloquio o nell’insulto gratuito. Ma in questo caso si tratta solo di volgare maschilismo che offende tutte le donne, senza distinzione di ruolo o appartenenza politica". Lo afferma Rosy Bindi, presidente del Pd e vicepresidente della Camera.

Anche il Pd con la Meloni In serata giungono parole di vicinanza anche dal Partito democratico che con la responsabile nazionale Pari Opportunità Vittoria Franco sottolinea l’apprezzamento alla Meloni "per la tenacia e la determinazione nelle sue battaglie" definendo "appellativi sgradevoli" quelli usati da Spataro nelle sue vignette. "Giorgia Meloni è una giovane volitiva - conclude Vittoria Franco - con una lunga esperienza in politica motivata dalla passione. Dunque è facile immaginare che proprio per queste sue caratteristiche possa diventare bersaglio di critiche. Tuttavia non credo che questo fumetto riuscirà a scomporre Giorgia Meloni, anche grazie alla giusta solidarietà che la sta circondando".

mercoledì 11 novembre 2009

Nietzsche. Dal grande "sì", al grande "no"


DA: "IL FONDO MAGAZINE"

All’interno della vasta e poliedrica opera di Nietzsche - che pur, abbiamo esperito negli aspetti fondanti, altrettanto ridontante nella sua monotònicità, – Aldilà del bene e del male rappresenta un’opera matura, estremamente schietta e priva di quelle “ombre giovanili” che racchiudono in diversi simboli, gli embrioni di ciò che sarà a venire, ma risentono altresì dei “debiti intellettuali” di Nietzsche verso si suoi maestri. Una sorte di “cupo alone” che andrà via via togliendosi, attraverso Umano Troppo Umano, Aurora, Gaia Scienza, fino a trasfigurarsi nel colore alcionio di cui è composto lo Zarathustra.
E’ importante quindi considerare che il parto di Aldilà del bene e del male avviene non molto dopo quel fiume in piena, esperienza scrittoria chiave e liberatoria quale fu il celeberrimo “Also Sprach”, rappresentazione somma e meridiana del grande sì nietzschano – benché essa segni esplicitamente i passi del tramonto di Zarathustra - e più grande anelito che risponde sì anche al non senso dell’eterno ritorno: -che si afferma sopra, e nonostante, ” il pensiero più abissale”. Libro culmine in cui sembrano unirsi, attraverso la funzione fondante del mito, della ‘metafora assoluta’, tutti gli aspetti fondamentali che ridondano nelle altre opere, alle quali offre nuovi spunti di comprensione, nuovi intrecci di impervie strade, verso la luce nitida delle montagne, più maestose e superbe, poichè erette su terribili abissi.
Aldilà del bene e del male rappresenta invece l’incipit di una stagione nuova, di un nuovo Nietzsche, trasfigurato, ridiventato se stesso. E in quanto pienamente se stesso, capace di determinare il suo spazio, attraverso l’uso positivo della negazione. In virtù di ciò, e nonostante il carattere severo, l’opera pare comunque densa di libertà, perché la negazione ha un carattere ‘liberatorio’.
Come è testimoniato, brevemente (quasi a non voler intoccare la nitidità del libro), in Ecce homo: «dopo aver risolto quella parte del mio compito che dice sì, toccava ora alla parte che dice no, che opera il no: la trasvalutazione stessa di tutti i precedenti valori, la grande guerra – l’evocazione di un giorno della decisione».
Ma l’esortazione al grande no, non è meno gioiosa del sì alla vita che molto poeticamente si era rappresentato nello Zarathustra; ma è più reale, più concreto, sebbene non si parli quasi mai terra a terra, Nietzsche assume qui per intero, gioiosamente, il suo ruolo – necessario per la grande salute, di “distruttore della morale”: è l’apice della filosofia col martello.
Arma per scardinare muri e propiziare un continuo implicito dialogo, in cui Nietzsche incide trasformandolo in una sfida, con il lettore,a cui non esita nell’indicarne la pericolosità, – la tetra possibilità del “martirio per la conoscenza”. Ha per questo buone parole Colli quando nella sua prefazione dipinge il libro come una “sfida al cervello del lettore”, anche se questa costatazione, se rimane tale, non è che il puro intellettualismo desacrato da Nietzsche stesso. Ma quel che è certo è che, nonostante questa sia una costante nell’opera di N., mai come in questo libro egli si pone come avversario nei confronti del lettore, e così ad egli (se sa leggere tra le righe) si apre, confessando velatamente se stesso; confessando in maniera grandiosa una vera e propria impersonale biografia del filosofo e, di risvolto, una messa alla prova necessaria per stabilirne il rango, nei limiti di una severa psico-fisio-analisi tesa a eliminare le scorie dell’uomo morale, dell’uomo etico e dei “diritti” sotto i quali nasconde la propria nullità sopravvaricante. Una sorta di “psicologia dell’intellettuale” e di ciò che di angustamente moderno e becero v’è in lui. Una messa alla prova dei vecchi istinti e dogmatiche, una esortazione alla prova del grande rifiuto, e un ripartire da zero, aldilà del bene e del male. Anelito alla filosofia dell’avvenire…
Per questo, continuando sulle righe di Ecce Homo, «questo libro è innanzitutto una critica alla modernità» , mentre Zarathustra era uno sguardo mitico verso il futuro; ed era anzi un orizzonte a-temporale quello che lo guidava – Aldilà del bene e del male testimonia una sorta di viaggio a vuoto nel presente («i miei scritti sono degli ami che io getto[...] Se nulla ha abboccato, la colpa non è mia, mancavano i pesci…!») e indica un ritorno a terra della speculazione nietzschana; lo sguardo prima «vietato da una enorme coercizione a guardare lontano»; è ora costretto «a penetrare in ciò che è più vicino, il tempo, il circostante».
Così il libro assume un valore nettamente politico, che nella concezione nietzschana vuole rendersi totale, monista, in virtù della costante ri-unione dello iato che sussistente tra istinto/natura/dioniso e intelletto/mondo/apollo. Gioco eterno di divisioni e inclusioni, che testimonia, accostato nella Geburt “all’eterna lotta dei sessi”, l’innocenza del divenire: candido e spietato esso distrugge le lente pretese progressiviste e moralmente “ottimistiche” delle scienze moderne, incatenate al vecchio modus filosofandi e alla settorializzazione della conoscenza (si è visto, a mero scopo finanziario e di produzione insensata e vanitosa), costringendola di fatto ai margini del “potere” più plebeo, appendice della modernità, del modo di vivere che essa, smunta dea, giustifica, e a cui tutti si prostrano: tutti – costringendoci ad essere nessuno.

Di Emanuele Liut

GIUSTIZIA PER GABRIELE!

11 novembre 2007 - 11 novembre 2009

La nostra Comunità, a due anni dalla morte, ricorda Gabriele Sandri. La speranza è quella che finalmente possa esserci GIUSTIZIA, in un momento che ha drammaticamente riportato all'attualità gli abusi di potere di chi - evidentemente - è consapevole di essere impunito.

RISPOSTA DI TORSELLI A "IONONSTOCONORIANA"...

“IO E MURI E UN LI ABBATTO PERCHE’ CIO’ DA LAORARE… MAREMMA MAIALA!”

Riportiamo la risposta di Francesco Torselli all'articolo pubblicato sul blog "iononstoconoriana".

Girovagando in quel meraviglioso mondo surreale e variopinto offertoci più o meno gratuitamente da internet, mi sono imbattuto in un delizioso blog che nel titolo parrebbe essere un “chissaccosa” di critico verso Oriana Fallaci, ma che in realtà ho notato essere una sorta di sfogatoio mediatico per quel signore che nella vita, oltre che lavorare, anzi “laorare” e dopo tornerò su questo concetto, si diletta, per giunta con buona capacità espositiva, a scrivere gli articoli che appaiono sul sito internet del maggiore centro sociale di Firenze, quel Cpa (niente a che vedere con la lista “Caccia Pesca Ambiente” nota alle cronache di fine anni ’80 ed inizio anni ’90 come tentativo della parte destra dello schieramento pentapartitico di rispondere alla nascita delle liste ambientaliste di sinistra…) di Firenze Sud un tempo occupante degli stabilimenti ex-Longinotti di Gavinana, oggi assegnatario di diritto (?) di una ex-scuola per gentile concessione di Leonardo Domenici e di quella classe politica “piddina” che proprio in questi giorni sta occupando le prime pagine dei giornali per aver avuto, per l’appunto con l’urbanistica, un rapporto non proprio lindo e pulito.

Ma veniamo al blog del nostro scrittore in erba (…non si leggano stupefacenti allusioni in questa definizione…), laddove mi accorgo di essere uno dei personaggi più citati, anche se ampiamente distanziato, in questa particolare classifica, da un collega in consiglio comunale decisamente più gettonato. Gli articoli in cui appaio citato sono molti e dai titoli arditi, curati e ricercati, peccato poi che tutta la verve creativa del nostro blogger si esaurisca nel corpo del pezzo quando il nostro non riesce ad andare oltre a tre tematiche, le quali si rincorrono, si alternano, si mescolano tra loro… Ma alla fine danno origine sempre e soltanto alla solita zuppa! Insomma, anche gli insulti o le denigrazioni dell’avversario hanno una propria dignità, un proprio diritto all’originalità, una propria bibliografia a cui attingere… Ecchediamine!

Nei pezzi del nostro articolista si ritrovano costantemente ed unicamente tre universe tematiche:

1) CORNELIU ZELEA CODREANU. Solitamente i pezzi si aprono con una breve descrizione di chi è il sottoscritto, sinteticamente descritto come “colui che esalta la figura di Codreanu come modello per i giovani” affermazione immediatamente seguita dal primo commento del nostro anarchico cronista che spiega come Codreanu fosse un antisemita, un fascista, un razzista, un bieco nazionalista che mandava a morire ragazzi di vent’anni, ecc… ecc… con lo scopo, non proprio occulto, di affibbiare a chi scrive le medesime etichette.

Tranquillizziamo immediatamente il nostro cronista multimediale: puoi continuare a definirmi ammiratore di Codreanu poiché lo sono stato, lo sono e sinceramente non credo che smetterò a breve di esserlo. Purtroppo per te e per la tua conoscenza “wikipediana” del personaggio non è stato né il suo antisemitismo, né il suo razzismo (ammesso che ve ne sia stato), né il suo mandare i ventenni a morire cantando inni romeni (magari i ventenni li mandava, sempre cantando, è vero, inni romeni, a costruire case per chi non ne aveva, piuttosto che in guerra, essendo morto ben quattro anni prima dello scoppio della guerra…).

Comunque, non preoccuparti, ti capisco, non puoi certo descrivere Codreanu come ciò che realmente è stato… Continua pure a descriverlo come un razzista mangia-ebrei e assassino di ventenni esaltati (del resto se chi esalta la figura di Stalin avesse rispetto per i miei riferimenti, mi preoccuperei alquanto…), ma se puoi, continua anche ad affiancarlo al mio nome, per me è un onore non da poco.

2) “NOI SI LAORA… MIA COME VOI CHE VUNFAE UNA SEGA…”. Secondo mito: nell’estrema sinistra, ed al Cpa in particolare, sono tutti laureati (il nostro articolista, addirittura due volte!), lavoratori, gente che si fa “il culo” minimo 8 ore al giorno e che la militanza la relegano al tempo libero, mentre a destra siamo tutti figli di papà, multimilionari, nullafacenti, ignoranti e che in virtù di questo possiamo passare tutta la giornata a poltrire nelle nostre sedi (pagate prima da Fini, ora pare da Berlusconi…) a leggere giornali sportivi o, altra attività gettonatissima, riportata perfino in false denunce depositate in questura (ma questo è un argomento che affronteremo n un’altra circostanza…), a travestirsi da SS ed, inquadrati sull’attenti in giardino o (addirittura!) in mezzo di strada, a cantare inni al Duce!

Personalmente non ho il mito del lavoro. Non credo che una persona valga più o meno in base alle ore che dedica al lavoro o, addirittura, che più valga in funzione della fatica perpetrata nello svolgere le proprie mansioni. L’essere un ingranaggio di una macchina che serve alla produzione continua di benessere che altri sfruttano non mi ha mai eccitato. Figuriamoci che non mi hanno mai eccitato le teorie di Darwin che ci fanno discendere da una scimmia, figuriamoci l’idea di essere un ingranaggio di una macchina!

In ogni caso, non mi piace neppure essere tacciato per ciò che non sono, quindi, nella vostra logica del “Maremma maiala… Io laoro, mica ‘ome te…” vorrei precisare che terminate le scuole superiori ho iniziato l’università cessando gli studi dopo tre anni. Successivamente sono andato a lavorare non potendo fare il “figlio di papà” per ovvii motivi, ovvero che “papà” era un operaio da 1.800.000 Lire al mese e, scherzo del destino, non potevo fare nemmeno il “figlio di mammà” perché anche “mammà” era un operaia, lei addirittura, da 900.000 Lire al mese. La villa con piscina a Settignano (quelle per intenderci con le bandierine arcobaleno alle finestre…) non la potevo sfruttare per i festini a base di coca con gli amici, perché nelle 4 stanze al secondo piano in Via Pistoiese gli amici con la coca avrebbero disturbato genitori e nonni. Dopo aver lavorato come operaio (“Icchè??? Gli operai son comunisti, eh!”) per un paio d’anni (Ah… Senza nemmeno il posto fisso…) ho aperto un’agenzia e poi un’altra attività commerciale. Nel frattempo mi sono iscritto nuovamente all’università dove oggi devo dare la tesi per essere laureato.

3) OCCIDENTE/NON OCCIDENTE. Qui, carissimo amico (licenza letteraria, ovviamente…) c’è invece bisogno di una tua netta e decisa presa di posizione. Devi deciderti. L’insulto deve essere chiaro, univoco, che non rischi di essere frainteso, facilmente recepibile da tutti… Insomma le tipologie sono due, scegli in quale relegarmi:

A) FALSO DEMOCRATICO, NAZISTA, ESTREMISTA TRAVESTITO DA MODERATO. Ma che ci stai a fare nel PdL??? Forse perché sei un carrierista incallito ed ami le poltrone… O perché Fini (oggi Berlusconi) ti paga per fare militanza??? Stai nel PdL perché ti danno i soldi per fare politica! Tu che in realtà sei antisemita, antiamericano, esalti Osama Bin Laden e dici di essere filo palestinese (da notare il “dici” perché sull’essere filo palestinese la sinistra ha registrato il CopyRight…)… Tu che non hai mai rinnegato Mussolini ed il Fascismo e che il 25 aprile vai a rendere omaggio ai caduti fascisti! Vergognati a stare in un partito che si dichiara filoamericano e filoisraeliano! Vergognati ad avere come leader chi ha pubblicamente detto che il Fascismo è il male assoluto… Tu te ne stai li per la carriera e per i soldi… Ecc… Ecc…

B) OCCIDENTALISTA, CAPITALISTA, GUERRAFONDAIO, AMICO DEGLI USA E DI ISRAELE. Torselli vergognati! Sei un politicante occidentalista e capitalista (magari..!), sei un servo delle banche e della massoneria (?), sei un servo dei poteri forti che ti usano per criticare noi poveri figli del popolo (alzi la mano chi non ha in famiglia almeno un professore o un avvocato…) e per sbatterci dentro le vostre galere! Voi che volete tapparci la bocca perché parliamo di pace ed uguaglianza! Voi al soldo dei petrolieri e dei guerrafondai americani che esportate la democrazia con le vostre bombe! Voi che parlate di diritti umani e poi uccidete bambini in Palestina, in America Latina, in Afghanistan ed in Africa! Assassini! Voi, gli USA e ISRAELE!

Per semplificarti le cose, ti consiglio di riportare questo schema sul tuo blog e, d’ora in poi, usare unicamente le lettere A o B per i tuoi insulti. In questa maniera avrai più tempo (“Noi unc’abbiamo mica tempo… Noi lavoriamo!”) e l’insulto sarà anche di più semplice ed immediata comprensione.

Ah, mi raccomando, ai vostri pischellini con l’acne sulla faccia coperto dall’ultimo modello di Kefiah della Nike, ditegli che anche l’insulto ha una sua dignità e che “ti vengo a prendere sotto casa”, “occhio a che parole usi”, “ti spacco la testa”, “pezzo di merda”, ecc… sono espressioni prosaiche veramente di basso profilo! Tu che dimostri una notevole proprietà di linguaggio, insegna loro qualcosa… Lo so che il tempo è poco (“…e si laora noi!!! Allora vuncapihe…”), ma cercate di trovarne un po’… Ne hanno bisogno!

Infine gli articoli del nostro cronista si concludono con una breve contestualizzazione, parte che differenzia un pezzo dall’altro. Una volta si parla di Foibe, una volta di guerra, una volta di droga, una volta di insulti rivolti ai romeni (…ma quando mai! Ma non eravamo quelli che esaltavano Codreanu? O non era romeno anche lui… Boh!).

Stavolta si è parlato di Muro di Berlino. Quel “pezzettino” di cemento armato che ha sorretto per trent’anni circa il peso di un’ideologia che prometteva il paradiso regalando invece inferni un po’ ovunque… Da Varsavia a Praga, da Budapest a Berlino, da Mosca a Pechino… Muro che, cadendo, ha finalmente scritto la parola “fine” all’esperienza comunista in Europa sancendo per voi la sconfitta, per tutti i popoli europei la rinascita del sogno nazionale. Sogno al quale sono state nuovamente tarpate le ali da altre logiche, ma noi di questo non possiamo parlare, perché siamo schiavi delle banche, dei poteri forti e della massoneria…

Infine su una cosa siamo d’accordo: che un episodio dalla portata mondiale ed epocale come il crollo del Muro di Berlino e la morte del comunismo sia revocato con manifestazioni ridicole imbastite da vecchiette dalle mani incartapecorite ed inanellate… Sarebbe sicuramente stato più bello che ci foste voi, figli di quell’ideologia, a manifestare l’ammissione di colpa per tutto quello che è successo al di la di quell’infame cortina in 50 anni di Guerra Fredda.

Ma voi… “e un sa tempo per sta a giocà co muri… Noi e sa dà laorare… E un ci paga mia Berluscone Maremma Maiala!”.

Francesco Torselli

martedì 10 novembre 2009

Pansa: «Sono un revisionista e me ne vanto...


DA: "AREA ONLINE"


«L’unico modo per sottrarsi alla cappa di piombo intellettual-autoritaria sulla Guerra civile è quello di fare revisionismo storico». Ci va giù secco, Giampaolo Pansa, senza giri di parole. «È l’unico modo per contrastare il pensiero unico della sinistra, specialmente di quella comunista e postcomunista, sulla lettura della nostra storia recente». Prima della serie di libri direttamente incentrati sulle stragi partigiane, intorno e all’indomani del 25 aprile 1945, Pansa aveva cominciato a guardare “l’altra parte” con occhi diversi e sinceramente curiosi già nel 1994, scrivendo romanzi che riguardavano la Guerra civile, come Ma l’amore no o il bambino che guardava le donne. Le protagoniste erano delle ragazze fasciste, che avevano militato con la Rsi facendo le ausiliarie, o che erano di famiglia fascista…
Come è nato Il revisionista?
Mi è stato chiesto.
Dall’editore nuovo?
Sì, la Rizzoli. Anche se loro avrebbero voluto un’autobiografia, ma ti dirò… mi sembrava una cosa troppo pretenziosa. E così ho dato ascolto alle tantissime persone incontrate da quando ho incominciato a fare in modo battente questo lavoro di revisione, a partire da I figli dell’aquila, che è uscito nel 2002. Durante le presentazioni mi chiedevano “ma come mai lei è andato per questa strada dove non vuole andare nessuno, soprattutto nessuno che è di sinistra?”. E volevano conoscere il percorso che avevo fatto per arrivare fin là. Me lo chiedevano anche per lettera. Ora l’ho scritto.
Di lettere te ne erano arrivate tante dopo la pubblicazione del Sangue dei vinti…
Migliaia. Scrivevano “Caro Pansa, ho letto il suo libro ma non ci ho trovato la mia storia, ora gliela racconto”. Molte di queste persone poi le ho cercate, sono andato a trovarle e le loro vicende sono comparse nei miei libri successivi. Mi hanno ringraziato perché avevo reso onore non soltanto ai morti, ma anche ai vivi. Mi sono reso conto che raccontare le loro storie era un atto di libertà… non nei miei confronti, perché sono sempre stato un anarchico individualista, non mi sono mai legato a partiti o conventicole, me ne sono sempre fregato… Era un gesto di libertà proprio verso di loro, perché era gente che non aveva mai potuto parlare: “Siamo vissuti per anni con il sasso in bocca” mi hanno scritto, “come fa la mafia con le sue vittime: ora lei ci ha aiutato a toglierlo”.
È più una guida o più un diario di viaggio?
Direi l’una e l’altra cosa: una guida raccontata… Sai che adesso gli Istituti per la Resistenza hanno cominciato a fare delle guide turistiche tipo “I sentieri della Resistenza sulla montagna appenninica”? Bon, io ho fatto il mio sentiero personale, lungo gli anni in cui ho imparato o, meglio, assimilato in profondità dalla mia famiglia e poi dai miei maestri all’università e dai primi direttori nei quotidiani dove ho lavorato. Fino a tutti i cinquant’anni da giornalista.
Quando hai cominciato a interessarti dei “vinti”, con i tuoi primi romanzi, pensavi già “da revisionista”?
Guarda, quando mi dicevano “ah, ma tu fai libri revisionisti” io rispondevo “ma no, sono un completista”. E così è stato per vari anni, dopodiché… posso dire? … mi sono rotto le scatole e ho detto ebbene sì: io sono un revisionista e vorrei esserlo sempre di più. Anzi, se dovessi avere dei biglietti da visita (che non ho perché li detesto) ci scriverei sopra “Giampaolo Pansa” e sotto “Revisionista”.
E come è diventato il titolo del tuo ultimo libro?
Perché continuo a leggere pezzi sui giornali, anche di personaggi che non sanno un belino di niente sulla Guerra civile, che gridano “Ah! I guai del revisionismo”… Ma andate a cagare: allora lo sapete che c’è? Io ci scrivo un libro e lo intitolo così.
D’altra parte, è una battaglia delle parole e va combattuta, no? La ricerca storiografica deve necessariamente essere revisionista, sennò staremmo ancora qui a studiare i francesi sul De bello gallico!
Giusto. Ma c’è dell’altro, perché la sinistra ottusa, trinariciuta, ha fatto anche un passo in più: c’è quel professore di Torino che mi attacca sempre… accidenti non ricordo mai il nome… quello che ha inventato il termine “rovescismo”…
Angelo D’Orsi?
Lui. Ha detto che io sono peggio di un revisionista, sono un rovescista! Perché quando hanno visto che non mi offendevo alla loro massima ingiuria, ne hanno inventata un’altra. La sinistra ha più fantasia che voti, ormai.
Ma tu sei sempre stato di sinistra. Ti ci senti ancora?
Ti confesso che ci ho pensato molto in questi giorni perché si tratta di andare a votare (la chiacchierata per quest’intervista si è svolta nella settimana prima delle Europee, ndr). Tieni presente che: a) non sono mai stato iscritto ad alcun partito; b) non ho mai fatto il supporter di uomini politici; c) ho sempre lavorato in giornali di informazione, però come tu, caro Marconi, sai meglio di me, l’humus del “giornalista collettivo” è sempre lo stesso e cioè di sinistra. E io ho sempre votato a sinistra: ho cominciato votando Partito socialista, poi Pci, un po’ l’uno e un po’ l’altro, poi qualche volta Partito radicale. La mia cultura è quella, non soltanto perché vengo da una famiglia rossa, più che altro socialista, ma anche e soprattutto perché tutti i miei grandi maestri universitari, che sono quelli che mi hanno dato l’imprinting più forte… Bobbio, Passerin d’Entrèves, Firpo… erano tutta gente di sinistra! Cosa sono io oggi? Boh, non lo so, ti confesso che ho molta incertezza se andare a votare… ho sperimentato l’idiozia di tanta gente di sinistra… Ho dei dubbi anche sul centrodestra e ti confesso che non capisco il gioco di Fini. Insomma sto dove stanno tanti italiani: sto a guardare. E questa cosa mi aiuta nel mio lavoro di cronistaccio politico e di rubrichista da Bestiario.
Gli italiani che stanno a guardare… e che illo tempore stavano a guardare senza schierarsi, è un altro tabù dei “gendarmi della memoria”, come li hai chiamati tu: la sollevazione di massa contro il fascismo non può essere messa in discussione.
E invece è assolutamente assodato che la Guerra civile, o guerra interna, del 1943-45, fu uno scontro fra due minoranze e che la parte schierata con la Repubblica sociale era molto più numerosa dell’altra.
Come si muovevano operativamente i partigiani?
In molti modi diversi, non c’era un manuale della guerriglia, non c’era un manuale del partigiano, non c’erano ordini del comando generale del Corpo volontari della libertà che tenessero, tantomeno ordini del Cln di cui i partigiani se ne fottevano. Però la grande maggioranza delle formazioni era guidata da comunisti: questa è la verità. Cioè, la guerra partigiana… se è stata una cosa poco importante strategicamente ma molto importante per chi è vissuto nella cultura antifascista come me, come testimonianza di un’opposizione al fascismo rinato e ai tedeschi che ci occupavano… la guerra partigiana, dicevo, è stata fatta da loro! Almeno l’80% dei partigiani era inquadrato nelle formazioni comuniste, anche se i comandanti di queste formazioni a volte non erano comunisti e sopra Genova, ad esempio, arrivarono a insorgere per abolire i commissari politici. Però, di fatto, le formazioni garibaldine seguivano la pista strategica dettata dal comando generale delle Garibaldi che era rappresentato a Milano da due pezzi da novanta come Longo e Secchia. E allora, qual era la strategia del Pci? C’era un solo imperativo categorico: la guerra civile non finisce con la liberazione dell’Italia e con la sconfitta dei fascisti e dei tedeschi, la guerra civile continua, perché noi comunisti non possiamo aver fatto la Resistenza, tanti sacrifici per venti mesi, per rifare l’Italietta di prima del 1922… ma che siamo pazzi? Abbiamo combattuto per i borghesi e per i baroni? No, noi vogliamo il secondo tempo del film: vogliamo conquistare il potere, con la grande mamma sovietica che ci accoglierà a braccia aperte.
Ed è questo che non vogliono sentir dire oggi…
Ma certo! È questo il vero tema per cui il revisionismo rompe i coglioni a tutta la sinistra postcomunista e provoca gli anatemi contro Pansa che non deve essere invitato a premi o festival. Perché sono trinariciuti anche quelli che si dicono imparziali… E tutto ciò perché il riconoscere che il Pci aveva delle velleità golpiste e non combatteva semplicemente per la libertà degli italiani ma combatteva per sostituire una dittatura nera sconfitta con quella rossa vincente, cambia tutto! Perché se guardiamo il palco d’onore del Partito democratico, ci troviamo un sacco di facce che sono cresciute in quella cultura! D’Alema, Veltroni, Fassino, Livia Turco, Reichlin… provengono tutti dal Pci. Il vero problema è che non si vuole riconoscere questa verità.
L’immarcescibile beatificazione della Resistenza…
Ancora l’altra sera, quando a Otto e mezzo, su La7, ho detto questa cosa, la mia competitor, che era una giornalista di sinistra moderata e intelligente, Miriam Mafai, è insorta come una vipera: «Ma non è vero! Togliatti non voleva questo» ha gridato. Invece la grande maggioranza del quadro dirigente comunista e della base militante non lo seguiva, perché volevano la spallata, il colpo finale insomma. E a testimonianza del contrario non mettessero la mancata sollevazione dopo l’attentato a Togliatti subìto da parte dello studente Pallante, perché l’attentato avviene dopo, in una fase politica completamente cambiata. Il problema, ora, è che siccome la sinistra non ha più niente da masticare, gli è rimasto solo il chiodo dell’antifascismo da succhiare, come si dice. Per cui capisco anche, ma siccome io non sto agli ordini di nessun commerciante di idee, scrivo quel che mi pare. Finché ho la fiducia degli editori e dei lettori, vado avanti.
Il problema conseguente, però, è che questo comportamento della sinistra è simile a quello che negli anni Settanta consegnò all’antifascismo militante le giustificazioni “morali” per colpire a destra e a manca… Ovverosia tollerare la violenza per fini demagogici, come ha fatto Di Pietro dicendo che sta dalla parte di quelli che a maggio hanno assaltato il “G8 dei rettori” a Torino…
Non c’è dubbio. Hai visto cos’è successo a Bologna, con l’incendio della sede di Casapound? Quelli che stavano dentro hanno rischiato di fare la fine dei fratelli Mattei! E Repubblica ha dato la notizia con una breve! Poche righe e basta… Allora succedeva lo stesso, e purtroppo sappiamo tutti come andò a finire. Ti confesso che ho paura di quelli che dicono “ma no, non siamo nella situazione degli anni Settanta”: perché la grande maggioranza delle persone, compresi i cosiddetti “osservatori”, se ne rendono conto quando il fuoco è già divampato. Quindi o lo vedi prima, perché non ti fai condizionare dalle opportunità della tua parte politica, o dopo è troppo tardi. E io questi segnali li vedo: il virus dell’intolleranza che sfocia nella violenza è sempre presente nel corpaccione di una certa sinistra. A Bologna hanno fotografato gli agenti e li hanno messi sui manifesti: “Tieni d’occhio i tuoi sbirri”… Ci sono già state azioni contro la Lega e contro il Pdl… Brutta roba. Temo soprattutto la giustificazione di questi atteggiamenti con la crisi economica. Ma ci rendiamo conto della gravità di quel che è successo a Rinaldini?
Il segretario generale della Fiom-Cgil…
Una specie di icona della sinistra antagonista che viene scaraventata giù dal palco a Torino! Questa roba qua è gravissima e può diventare micidiale. Il rischio c’è. Grande. E non so fino a che punto anche il centrodestra se ne renda conto fino in fondo.


Di Gabriele Marconi

Mica male...

DA: "AZIONE TRADIZIONALE"

Tremonti continua ad esporsi contro lo sfrenato capitalismo e il mercato globale: e le sue parole non possono che essere condivise.

Milano - I tempi dell’elogio della mobilità e dell’esempio americano sono passati. Anche il ministro Tremonti torna a elogiare il posto fisso, al punto da individuarlo come “la base della stabilità sociale”. Il ministro dell’Economia ha espresso la sua tesi a Milano, al convegno promosso dalla Bpm sulla partecipazione dei lavoratori all’azionariato delle imprese. Al convegno erano presenti anche i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. “Non credo - ha detto il ministro - che la mobilità sia di per sè un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale”. A imporre forme di lavoro più flessibili, secondo Tremonti, è stata la globalizzaziopne che “non ha trasformato il quantum di lavoro ma la qualità di lavoro, passato da fisso a mobile. Era inevitabile fare diversamente”. Tremonti ha poi analizzato le diverse strutture di welfare elencando le criticità del modello statunitense: “Un conto è avere un posto di lavoro fisso o variabile in un contesto di welfare come quello europeo, un conto è avere uno stipendio senza sanità e servizi. Negli Stati Uniti i fondi pensione dipendono da Wall Street, e se le cose vanno male ti ritrovi a mangiare kit kat in una roulotte e neghi la scuola ai tuoi figli”. Caustico, sulle dichiarazioni di Tremonti, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: “Le farei commentare a confindustria”, ha detto Epifani. Positivamente sorpresa la reazione di Luigi Angeletti, leader della Uil: “Dalle cose che ha detto, è come se fosse un nostro iscritto - ha commentatio Angeletti -: so se gli farà piacere ma è così”. “Le parole di Tremonti sull’esigenza di avere posti di lavoro stabili - ha detto invece il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni - sono sicuramente condivisibili. E’ un obiettivo che inseguiamo anche noi. Oggi il problema è quello di superare l’idea distorta di flessibilità. Chi è precario o flessibile deve essere pagato di più e avere più tutele e garanzie degli altri. Questo è un punto su cui la Cisl insiste da tempo”. Il ministro Tremonti ha parlato anche della Costituzione repubblicana, giudicandola “ancora valida”, ma “non del tutto applicata”. Secondo Tremonti, nella nascita della Costituzione c’era “il confronto fra le tre diverse culture chiave che animavano lo spirito di quel tempo: quella cattolica, quella comunista e quella liberale e la sintesi di queste diverse visioni sta nell’articolo sulla proprietà industriale. Quel passaggio - ha aggiunto il ministro - dove si dice che la Repubblica tutela, regola e disciplina il risparmio, identificando nell’industria del credito una realtà che favorisce l’accesso alla proprietà, all’azionariato popolare, ai grandi complessi produttivi del Paese, è fondamentale”. “La Costituzione però - ha aggiunto Tremonti - non è stata pienamente applicata, perché se uno la legge si rende conto che c’è un grande favore per la proprietà, per l’azionariato popolare, per i titoli di proprietà industriale e questa è un po’ la sintesi del compromesso fra le varie ideologie. Quello che è successo nella sua applicazione - ha proseguito Tremonti - è stata un po’ una rotazione rispetto a quei principi. Se la Costituzione diceva questo, la sua applicazione e la legislazione hanno detto l’opposto. Si è organizzato per un decennio un sistema che in qualche modo ha sfavorito i titoli di proprietà e favorito quelli di debito. Giusto criterio per cui la grande proprietà industriale doveva essere in qualche modo controllata dal sistema bancario. Credo che un ritorno alla Costituzione - ha concluso - possa portare a concrete e non poche remote riflessioni”.

lunedì 9 novembre 2009

Muro di Berlino, Torselli (PdL): "Le uniche celebrazioni a Firenze sono quelle del centro destra"

"Il 20° Anniversario della caduta del Muro di Berlino, ricorrenza sancita pure da una legge dello stato che istituisce la 'Giornata della Libertà' sarebbe passata in sordina a Firenze, non fosse stato per i giovani del centrodestra che da sabato ad oggi hanno organizzato diverse manifestazioni in città, nelle scuole e nelle università. Ma questo non ci impedisce di essere profondamente rammaricati per la scelta dell'amministrazione comunale di non uniformarsi alle leggi nazionali e di ricordare l'evento soltanto con un incontro oggi pomeriggio con gli studenti stranieri a Firenze". Così ha detto Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL.

"Azione Giovani, Azione Studentesca ed Azione Universitaria hanno partecipato sabato scorso all'iniziativa del PdL in Piazza della Repubblica per poi muovere alla volta di Piazza della Signoria dove esponendo uno striscione 'L'Europa oltre Ogni Muro' hanno contestato l'assenza di iniziative volute dal comune di Firenze per onorare il crollo del muro di Berlino. Stamattina invece, in tutte le scuole ed università fiorentine è stato distribuito materiale informativo sulla storia del muro che ha tenuto i popoli europei separati per quasi 30 anni. Informazione - ha spiegato ancora Torselli - che avrebbe dovuto fare il Comune, stando a quanto riportato nella legge nazionale, ma che evidentemente Firenze ha preferito non fare".

"Qui - ha aggiunto polemicamente il consigliere del centrodestra - si approvano mozioni in consiglio comunale per inviare l'Arcigay nelle scuole a tenere lezioni sull'omosessualità, ma si ignora una legge nazionale che invita il comune a promuovere iniziative nelle scuole per ricordare il crollo del simbolo principe della barbarie comunista che ha massacrato mezza Europa durante la guerra fredda In altre date e in altre ricorrenze le celebrazioni e le iniziative di ricordo si sprecano in questa città, evidentemente c'è ancora chi ragiona col paraocchi dell'ideologia ed annovera il Muro di Berlino, magari insieme alle Foibe, tra gli episodi storici sui quali si vorrebbe ancora mantenere un velo di oblio".

"E proprio parlando di Foibe - ha proseguito il consigliere del centrodestra - non posso non rilevare come anche sabato scorso abbiamo assistito ad un comportamento di chi dovrebbe garantire l'ordine pubblico in città a mio modo di vedere parecchio opinabile, e non parlo degli agenti e dei dirigenti inviati sul posto che, come sempre, si sono mostrati estremamente disponibili e gentili nell'accogliere le nostre richieste. Purtroppo però, anche sabato scorso, abbiamo dovuto svolgere la manifestazione in Piazza Repubblica ed il successivo presidio in Piazza della Signoria coi tempi contingentati per evitare di incappare nel corteo, non autorizzato, promosso dall'estrema sinistra. Situazione che probabilmente avrebbe creato inutili tensioni e problemi di ordine pubblico".

"E ancora una volta - ha concluso Torselli - siamo stati noi, autorizzati e sempre disponibili a metterci nome e cognome, a dover rivedere il nostro programma per evitare di creare spiacevoli momenti di contrasto. Ma questa logica deve finire, e parlo proprio in previsione del prossimo 10 Febbraio, quando come tutti gli anni saremo in piazza per ricordare i martiri delle Foibe".

"Chi chiede l'autorizzazione in Questura e promuove iniziative serie, che non recano né disordini, né guai, promosse alla luce del sole e nel pieno rispetto della legge e delle Forze dell'Ordine, deve vedersi garantito il diritto di manifestare, nei luoghi e nei tempi concordati e soprattutto senza disturbi e disagi creati ad hoc da qualche decina di attaccabrighe, relitti della storia, che non hanno altri modi più intelligenti e costruttivi per passare le proprie giornate".

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CASAGGì CINEFORUM - GOOD BYE LENIN

Ogni lunedì ore 21.30 in via Maruffi

Slint, quando l'hardcore diventò adulto


DA: "ONDA ROCK"
Nati da una costola degli Squirrel Bait, gli Slint sono i progenitori della scuola di Louisville, che si rivelerà nei Novanta una delle più prolifiche del post-rock. La band si forma per opera del chitarrista Brian McMahan e del batterista Britt Walford, con Ethan Buckler al basso e David Pajo alla seconda chitarra. E già nelle prime session del 1987, registrate con Steve Albini, si intuisce che il suo sound è decisamente particolare. E' una mistura complessa di punk, acid-rock, progressive e free-jazz, che travalica i confini tradizionali della forma canzone. L'esordio avviene nel 1987 il mini Tweez, collage di brani complessi ed eccentrici, ognuno dei quali è dedicato a un genitore del quartetto (più il cane di uno dei quattro). Quasi interamente strumentale, con qualche canzone soltanto "parlata", come nell'iniziale "Ron", è un album sorprendente e anarchico, con chitarre di derivazione hardcore e strutture ritmiche fratturate, ma anche accenni funk rallentati ("Carol"), assoli raga ("Kent"), divagazioni psichedeliche delicate ("Darlene"), bizzarri minuetti bucolici ("Nan Ding"). Mentre a Seattle spopola il grunge di Nirvana e Soundgarden, che rinverdisce i canoni del rock duro e puro, a Louisville ci si muove nella direzione opposta, partendo dall'idea che proprio quel rock andasse superato. Rivisitando l'hardcore, gli Slint gettano così le basi di quello che sarebbe diventato il post-rock dei vari Tortoise, Dirty Three, Trans am, June of '44, Gastr del sol, Labradford. Ma è con Spiderland, nel 1991, che la band statunitense si consacra come una delle realtà rock più importanti (e più influenti) di fine secolo. Mettendo a fuoco le intuizioni dei lavori precedenti, gli Slint svolgono una ricerca ancor più raffinata su ritmi e timbriche, e finiscono per pervenire a sonorità quasi trascendenti. Un sound originale, che rifugge gli stereotipi del rock e che sarà invece imitato da moltissime band delle decennio. A partire dai Codeine e da tutte le band dello "slo-core". I pezzi di "Spiderland", infatti, sono lenti e catatonici, fino ad assumere le forme di stralunate ballate lisergiche. Dall'ouverture di "Breadcrumb trail", con le cadenze di un post-blues, alla conclusiva "Good morning, captain", con ritmiche più definite ed echi arabeggianti, l'album è una sequenza di piccole gemme, come la nevrotica "Don Aman", successione di accordi e disaccordi, l'ipnotica "Washer", con una cantilena sussurrata e suoni dilatati, o l'anemica "For dinner". Ma in ogni brano, per quanto abulico, c'è un scossa rock. Quella di "Nosferatu man", forse, la più virulenta. Ma con gli Slint e i post-Slint, il rock è morto? "Band come Stereolab e Tortoise hanno avuto il grande merito di aprire nuove frontiere musicali al rock - osserva il chitarrista David Pajo che, chiusa l'esperienza con gli Slint, ha collaborato con entrambe le band -. Mi piace molto l'elettronica, dai Suicide in poi e credo molto nelle possibilità della tecnologia nella musica. Ma guai a pensare che il rock sia morto. Il rock è ancora forte. Si sta solo evolvendo". Avanguardisti come solo i Sonic Youth erano riusciti a essere negli anni Ottanta, sempre in anticipo sui tempi, gli Slint hanno coniato una musica cerebrale, impalpabile, straniante e distaccata. Una musica che ha fatto diventare adulta la generazione dell'hardcore. "Con gli Slint è come se la generazione cresciuta con gli Husker Du fosse improvvisamente arrivata al proprio Grande Freddo - scrivono Stefano Bianchi ed Eddy Cilìa nel volume "Post-Rock e oltre" -. Raccogliendo l'eredità di quel corpo fibrillante, destrutturandolo fino a renderlo irriconoscibile, procreando sopra i suoi resti qualcosa di nuovo e inaudito, tentarono persino di rifondare il rock stesso. Riuscendoci quasi".
Di Claudio Fabretti

domenica 8 novembre 2009

McDonald’s vs Mac Bun

DA: "IL FONDO MAGAZINE"
Arroganti. Arroganti e aggressivi. Arroganti, aggressivi e anche ottusi. Perché vanificano, con un gesto arrogante, aggressivo e ottuso, milioni di euro d’investimenti pubblicitari per farsi un’immagine positiva. Le minacce del colosso americano McDonald’s, re mondiale del fast-food, a una microscopica agri-hamburgeria di Rivoli, in provincia di Torino, avrebbero anche un risvolto comico se non ci fossero di mezzo avvocati e carte bollate.
La vicenda è abbastanza nota perché, dopo essere uscita sulle pagine locali de La Stampa, è stata ripresa da blog e siti internet di mezza Italia. Agli intraprendenti Gaetano Scaglia e Francesco Bianco, imprenditori e allevatori del Torinese, è venuto in mente di mettere in pratica quel che da tempo predicano tanti teorici del mangiar sano e dei principi ecologici applicati alla filiera agroalimentare: aprire un fast-food a “chilometri zero”. Cioè con prodotti certificati e di qualità provenienti dal territorio. Quindi polpette di carne proveniente dall’allevamento della stessa famiglia Scaglia, vino del Monferrato, birra artigianale della Val Susa, patate locali fritte in olio di semi prodotto nel Cuneese, pane di un piccolo forno della zona.
Per dare un tocco simpatico allo slow-fast-food, Scaglia e Bianco hanno deciso di chiamarlo “Mac Bun”, che se da un lato fa indubbiamente venire in mente il gruppo multinazionale del “mangiare veloce”, dall’altro rimanda esplicitamente alla lingua piemontese (mac bun=solo buono). Ancora una volta local contro global, insomma. Ma gli avvocati della McDonald’s a quanto pare non conoscono il piemontese. E non hanno nemmeno il gusto dell’ironia. Pochi giorni dopo aver depositato il marchio alla Camera di Commercio, i due imprenditori di Rivoli si sono visti arrivare una diffida dai legali del Re del panino.
Quel “Mac”, secondo loro, richiama un po’ troppo il nome dell’enorme catena di fast-food, che campeggia da New York a Buenos Aires, da Pechino a Johannesburg. Proibito quindi usarlo nell’insegna del piccolo locale di Rivoli, pena una causa milionaria nella quale è facile prevedere chi la spunterebbe. Arroganti, aggressivi e pure preventivi, come hanno imparato ad esserlo gli americani anche in questioni più importanti e tragiche di una polpetta. Ma sempre ottusi.
Perché i due piccoli imprenditori, sia pure un po’ spaventati, non si sono dati per vinti. Hanno affidato a un avvocato il compito di tutelarli in sede legale e hanno aperto ugualmente il locale, infischiandosene delle minacce del signor McDonald’s. Anche se a scanso di equivoci, per ora hanno esposto un’insegna autocensurata: M** Bun.
Insomma, un po’ la ripetizione in salsa padana della storia – vera – del piccolo fornaio di Altamura che anni fa sconfisse il McDonald’s che aveva aperto davanti a lui, battagliando con cheeseburger e Big Mac a suon di pizzette e focacce con le olive pugliesi. Una vicenda sfociata persino in un film con Michele Placido.
E’ un po’ presto per capire se anche Mac Bun sconfiggerà il Moloch d’oltreoceano, ma per ora ha già vinto la battaglia mediatica. Più o meno tutti – dalla Coldiretti a Carlin Petrini di Slow Food, dai politici locali agli chef stellati – si sono schierati dalla parte del fast-food local e ai soci di Mac Bun già arrivate un paio di proposte per l’apertura in franchising di altre agri-hamburgerie, oltre a un invito a partecipare al Forum internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio. E sabato scorso fuori dal locale di Rivoli c’era la coda, con gente disposta ad aspettare anche un’ora pur di assaggiare i panini con polpette a “km zero”.
Il Re del Fast Food per il momento tace. Forse in cuor suo rimpiange di aver provato a schiacciare quel fastidioso microbo, che in definitiva non gli avrebbe arrecato nessun danno economico. E che invece gli sta provocando parecchi grattacapi sotto il profilo dell’immagine. E magari maledice quella città – Torino – che già un paio d’anni fa gli aveva fatto uno sgambetto mediatico.
McDonald’s aveva licenziato una cameriera colpevole di aver regalato una bibita e un cartoccio di patatine a un bambino che elemosinava sotto i portici. Prezzo alla cassa: 4 euro. “All’azienda non ho rubato nulla”, si era difesa la donna messa alla porta, “Faceva parte del pranzo che mi spettava”. Niente da fare. Licenziata in tronco per giusta causa. Anche in quel caso c’era stato qualcuno – un avvocato – che ci aveva messo un pizzico di coraggio. E una dose di sana follia per affrontare il colosso a mani nude. In primo grado il giudice aveva dato torto alla lavoratrice, ma poi la notizia uscì sulla prima pagina di un giornale. L’appello venne fissato in pochi mesi e la corte di secondo grado ribaltò la sentenza, costringendo Golia a riassumere Davide. Una bella lezione di vita. Ma i colossi dell’economia non imparano mai: restano arroganti, aggressivi e ottusi.
Di Giorgio Ballario

sabato 7 novembre 2009

BLITZ DI AG E CASAGGì PER IL 9 NOVEMBRE!



Casaggì Firenze e Azione Giovani hanno mantenuto le promesse, compiendo un'azione a sorpresa per ricordare degnamente il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino.

I militanti identitari hanno effettuato un blitz sotto a Palazzo Vecchio, sede del governo cittadino, aprendo uno striscione, lanciando slogan, distribuendo volantini e sensibilizzando la cittadinanza. Purtroppo abbiamo dovuto sopperire all'indifferenza delle Istituzioni locali, che hanno omesso questa data dal calendario.

Il nostro ciclo di iniziative di questa settimana sul 9 novembre, fatto di cineforum, campagne informative, dibattiti e affissioni, ha raggiunto con la mobilitazione di oggi il proprio apice, nella speranza che possa essere stato lanciato un sasso nello stagno dell'indifferenza.

Per un'Europa libera, sovrana e indipendente. Per un futuro senza muri.


Ricordiamo le prossime iniziative di Casaggì:

-LUNEDì 9 NOVEMBRE ORE 21,30: CINEFORUM con "GOOD BYE LENIN".

-SABATO 28 NOVEMBRE ORE 21: TRIBUTO A MISHIMA. Spettacolo teatrale e musicale con inperpretazione di Paolo Bussagli e concerto di SKOLL.

-A BREVE APERTURA DEL NUOVO NEGOZIO con esposizione on-line del materiale.

E' ON LINE IL NUOVO SITO WWW.CASAGGI.ORG

Considerazione sull'uomo obliquo

DA: "AZIONE TRADIZIONALE"

Nel precedente periodo avemmo a formulare una teoria delle “razze dello spirito”, che s’intendeva ad individuare tipi e atteggiamenti fondamentali dell’essere umano. Per il che ci riferimmo anche ad antiche tradizioni, le quali misero determinati caratteri in relazione simbolica con pianeti, divinità ed elementi: così noi parlammo delle razze dell’uomo solare, dell’uomo tellurico, lunare, afroditico, dionisiaco e via dicendo.
Se oggi dovessimo riprendere tale ordine di studi ci accorgeremmo di aver dimenticato un tipo speciale, attualmente diffuso quanto mai, tipo che potremmo chiamare dell’uomo mercuriale o, più intelligentemente, razza dell’uomo sfuggente (è la stessa cosa perché il “mercurio” andrebbe preso come simbolo di una natura labile, inafferrabile, sfuggente).
Quale azione corrosiva gli avvenimenti degli ultimi anni – fine guerra e dopoguerra – abbiano esercitato sull’animo umano, è cosa abbastanza nota e, purtroppo, da noi in Italia perfino più visibile che altrove. Ma, in questo dominio, si può andar ancor oltre. Si potrebbero individuare vere e proprie variazioni psicopatologiche del tipo umano del periodo attuale, variazioni generali ed uniformi, riscontrabili un po’ dappertutto fra i popoli europei e altresì in America U. S., tanto da potersi quasi parlare di una nuova razza: appunto di quella dell’uomo sfuggente.
Per cominciare, a caratterizzare in genere il nuovo tipo del dopoguerra basta una “anestesia morale”. La preoccupazione di “non perdere la faccia”, il senso elementare di rispetto verso se stessi son quasi scomparsi. Precisando, non è che in precedenza si potesse riconoscere in ciascuno un “carattere”. Ma anche in coloro che non lo avevano, sussisteva il sentimento di quel che essi avrebbero dovuto essere e che un tipo umano normale, in genere, è. Ebbene, proprio questo, in un gran numero di persone, ormai manca: esse sono di fatto labili, oblique, informi, sfuggenti. Non hanno più una misura per se stesse. La loro sensibilità morale è appunto “anestetizzata”.
Anzi, rispetto a dei principi ad una esigenza di coerenza, di linea, essi manifestano spesso una insofferenza quasi isterica.
Peraltro, l’accennata inconsistenza non riguarda quei problemi in senso superiore, che non si presentano ad ogni momento della vita. Essa è caratteristica fin nelle piccole cose della esistenza ordinaria. Si tratta, ad esempio, della incapacità di mantenere un impegno, la parola data, la direzione presa, un dato proposito (scrivere, telefonare, rispondere, occuparsi di una certa cosa). Rispetto a tutto ciò che lega, che implica qualcosa di impegnativo di fronte a se stessi, il tipo in questione è insofferente. Cioè: dice, ma non fa, o fa un’altra cosa, sfugge – e il comportarsi così gli sembra naturale, ineccepibile. Si meraviglia perfino, quando qualcuno da ciò si sente urtato e glielo rinfacci.
La generalità di una tale attitudine è preoccupante. Nei tempi ultimi essa ha fatto presa in strati sociali, nei quali fino ad ieri predominava una linea abbastanza diversa: come fra l’aristocrazia e l’artigianato. Lo sfuggire, il promettere senza mantenere, la non puntualità, l’evasione anche in cose piccole e stupide, si riscontrano anche qui, frequentissime. E vale notare un punto importante: non è che si sia così deliberatamente, ad esempio, per seguire senza scrupoli il proprio tornaconto. No, si è così in via spontanea, talvolta perfino a proprio danno, per un vero cedimento interiore. È per tal via che molti che ieri ci si illudeva di conoscere a fondo, e che ci erano amici, oggi non si riconoscono quasi più. È, si potrebbe dire, un fatto “esistenziale” più forte di loro, tanto che spesso essi non se ne rendono nemmeno conto.
Il fenomeno potrebbe esser seguito anche nelle sue ripercussioni in sede di struttura psichica. L’uomo della “razza sfuggente” accusa infatti una vera e propria alterazione psicologica. Nel riguardo, potrebbero essere utilizzate le considerazioni fatte dal Weininger circa il nesso esistente fra eticità, logica e memoria. In un tipo normale, le tre cose sono unite insieme, perché il carattere esprime quella stessa coerenza interna, che si manifesta altresì nel rigore logico e in quella unità di vita, che permette di ricordarsi, di mantenersi in una mèmore, cosciente connessione col proprio passato. Secondo il Weininger, proprio questa unità delle facoltà caratterizza la psicologia maschile di fronte a quella femminile, la quale di massima è invece fluida, poco logica, incoordinata, fatta di impulsi più che di rigore logico ed etico.
Ebbene a tale riguardo “l’uomo della razza sfuggente” appare più donna che uomo. Ulteriori suoi tratti caratteristici psicologici, che fanno da controparte all’accennata “anestesia morale”, sono la menomazione della memoria, la facilità di dimenticarsi, la difficoltà di concentrarsi, spesso perfino di seguire un ragionamento serrato e stringente, la distrazione,il pensare a balzi. Sono visibilmente, gli effetti di una parziale disgregazione che, dal piano dei principii e del carattere, son passati a ripercuotersi perfino in quello delle facoltà in se stesse.
Da un lato, il fenomeno di collasso che suole seguire ad una prolungata tensione (quella imposta in molti dalla guerra), dall’altro, il crollo dei valori e degli ideali a cui fino a ieri si credette, son forse questi due fattori che oltre a quelli generali di ogni dopoguerra, han propiziato la formazione del tipo umano sfuggente. Il fenomeno, purtroppo, è reale, ed ognuno, guardando intorno a se, può convincersene. La constatazione non è certo edificante. I tempi che si stanno preparando non sono proprio tali che dei popoli, nei quali una simile incrinatura, ha saputo diffondersi ed assumere tratti quasi costituzionali, possono essere all’altezza di essi. Speriamo che qualche energico processo reintegratore e profilattico intervenga prima che sia troppo tardi.

Di Julius Evola

venerdì 6 novembre 2009

TORSELLI (PdL): “LAVAGGIO STRADE SENZA SPOSTARE AUTO PROMESSO DA RENZI E' INFATTIBILE, MA GRAVERA' SU BOLLETTE DEI FIORENTINI

“Il lavaggio strade senza spostare le auto dei residenti in sosta era stato uno dei principali cavalli di battaglia utilizzati dal sindaco in campagna elettorale. Adesso è partita la messa in opera del servizio, peccato che, per stessa ammissione del presidente della Quadrifoglio, necessiterà di anni prima di arrivare a regime, costerà molto di più dell’attuale metodo di pulizia strade, soldi che saranno recuperati dalla Quadrifoglio attraverso l’aumento della TIA ai cittadini di Firenze, ma soprattutto non potrà mai essere esteso a tutta la città e la stessa Quadrifoglio non riesce ancora a quantificare su quanta percentuale di territorio comunale il servizio potrà essere utilizzato”. Così Francesco Torselli, consigliere comunale del PdL e membro della Commissione Consiliare Ambiente e Mobilità che proprio ieri ha ascoltato il presidente di Quadrifoglio Moretti.

“Spostare le auto per consentire la pulizia strade – spiega Torselli – è senza dubbio una delle noie più avvertite dai cittadini, costretti spesso a parcheggiare a centinaia e centinaia di metri da casa e per giunta in situazioni precarie, col rischio costante di trovare l’auto, all’indomani, multata, bloccata dalle ganasce o graffiata da qualche incauto passante. Questo lo sa bene anche il sindaco Renzi che ha pensato bene di inserire tra i suoi principali punti del programma elettorale il lavaggio strade senza spostare le auto, sul modello di quanto avviene in alcune zone di Milano”.

“Ma adesso che la Quadrifoglio deve trasformare in concreto la sparata propagandistica di Renzi i nodi iniziano a venire al pettine – spiega Torselli – a cominciare dai costi: le macchine per pulire le strade senza spostare le autovetture dei cittadini costano enormemente di più rispetto alle spazzatrici attualmente in dotazione al Quadrifoglio ed i tempi per averne una sono lunghissimi, tanto che per passare dalle due attualmente in servizio a sette occorrerà più di un anno. Inoltre il personale dovrà essere raddoppiato, in quanto le nuove macchine funzioneranno con due operatori a differenza delle attuali che vengono manovrate da una sola persona”.

“Ma non è tutto – spiega ancora il consigliere di centrodestra – ai tempi lunghissimi da attendere prima dell’entrata in servizio delle nuove macchine ed ai costi che ci verranno addebitati sulle prossime bollette c’è da aggiungere un altro problema di tipo urbanistico. Firenze infatti non è Milano e l’operatività di queste nuove macchine è garantita, sempre stando a quanto riferito dal presidente e dal direttore di Quadrifoglio in Commissione Ambiente, soltanto su strade con almeno due carreggiate, senza alberature laterali, senza troppi pali semaforici o di illuminazione pubblica e soltanto laddove il passaggio del mezzo non vada ad intralciare l’eventuale corsa di veicoli di emergenza. Detto questo a Firenze le nuove macchine le vedranno soltanto pochissimi privilegiati, mentre le pagheremo tutti”.

“Infine i tempi e le modalità di funzionamento; – continua ancora Torselli – le nuove macchine lavorano ad una velocità di 800 metri all’ora, contro i 5 chilometri all’ora delle attuali spazzatrici, quindi i tempi di operatività delle macchine saranno prolungati di oltre 6 volte rispetto ad oggi causando un ulteriore impennata dei prezzi di gestione”.

“Ma la cosa ancora più tragicomica è che tutto questo non consentirà lo stesso il lavaggio senza spostare le auto, neppure nelle poche zone di Firenze dove le nuove macchine saranno operative – racconta ancora il consigliere del PdL - Quadrifoglio ha infatti spiegato che, dopo un certo numero di lavaggi fatti senza spostare le auto, occorrerà fare un lavaggio completo della strada, togliendo le autovetture. Questo significherà che ognuno di noi dovrà memorizzare il numero di lavaggi già effettuati nella propria zona per togliere l’auto il giorno del lavaggio integrale e non rischiare le solite vecchie ganasce! Sistema decisamente più caotico e confuso di qu